The Suicide of Western Culture. Elettronica dark in salsa post-rock, made in Spagna. E col nuovo singolo c’è anche un video molto artsy. Aspettando l’album…

Post-rock, krautrock, indie, noise. Queste le radici, il background sporco ed emotivo che vibra sotto la trama dei suoni. E poi c’è la superficie, lieve, tenuta su da una ritmica vigorosa: galoppate di musica elettronica dura e spuria,  ricamate con la grazia di una band giovane ma già matura. The Suicide of Western Culture,  spagnoli […]

The Suicide of Western Culture

Post-rock, krautrock, indie, noise. Queste le radici, il background sporco ed emotivo che vibra sotto la trama dei suoni. E poi c’è la superficie, lieve, tenuta su da una ritmica vigorosa: galoppate di musica elettronica dura e spuria,  ricamate con la grazia di una band giovane ma già matura. The Suicide of Western Culture,  spagnoli di Barcellona, con il loro primo album – uscito nel 2010 per Irregular – ci  avevano regalato una bella prova,  sufficientemente dark, ma mai troppo plumbea. Celebrazioni low-fi, nostalgie analogiche, tripudio di pulsanti, tastiere, pedali e drum machine. Tutto un avanzare quasi solenne di melodie asciutte, miste a ronzii, sferzate percussive, sospensioni, rarefazioni, corse affannose e genuini crescendo pieni di pathos. La cornice è electro, ma l’anima è rock.

Oggi, i due ragazzi iberici, che nel frattempo si sono goduti i migliori stage d’Europa e Usa – da SXSW al Sonar, a Eurosonica – arrivano con un nuovo disco, Hope Only Brings Pain. Atteso per febbraio 2013, sempre con Irregular. Il singolo di lancio ha un titolo young e freak. Love Your Friends, Hate Politicians, tra sprint adolescenziale e anarco-ironia. Un pezzo che si stacca dalla precedente produzione, spingendo in direzione dance ed electro. Spazzate vie le cupezze di due anni fa, meno nubi e più aperture energiche, solari: mitragliate di suoni accelerati, che corrono, però, lungo il solito filo di emozioni melodiche. Meglio prima o adesso? Niente di strabiliante per questo primo assaggio, ma aspettiamo tutto l’album.

Ad accompagnare il brano c’è un video, un lavoro che attinge da cinema e videoarte. A firmarlo – insieme alla cover del disco – è ACTOP, cellula creativa attiva nel campo del visivo (animazione, motion graphics, live visuals, immagine in movimento), già partner di marchi come Nike e di band come Justice. Alla fotografia Jose Luis Bernal, special effect dell’artista Iria Rodriguez.
La storia? Una fuga inquietante lungo le strade di  Barcellona. I volti dei due protagonisti sono maschere cieche digitalizzate, mentre nel paesaggio sbucano strani baccelli geometrici o molecolari, alcuni giganteschi, altri piccoli e virali. Un microfilm delirante, vintage, autistico, tra fantascienza ed estetica urbana. I due, curvi sulle loro macchine elettroniche, vestiti da monaci dentro una psichedelica dark room, chiudono nel non sense la strana sceneggiatura. E poi, di nuovo, riprende la corsa.

– Helga Marsala

www.thesuicideofwesternculture.com

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.