Prendi l’arte e portala in azienda: dall’Art for Business Forum esce l’idea che strategie e linguaggi dell’arte possono essere il vero fattore di innovazione capace di scuote il mondo dell’impresa

Produrre un bullone, un cuscinetto a sfera, un circuito integrato o qualsiasi bene di consumo non è come produrre un’opera d’arte. Ma a ben guardare il puro fatto creativo, svincolato da ogni riflessione possibile sulle sue finalità ultime, non segue nei due così logiche così difformi. Un presupposto concettuale forte quello da cui parte l’Art […]

Produrre un bullone, un cuscinetto a sfera, un circuito integrato o qualsiasi bene di consumo non è come produrre un’opera d’arte. Ma a ben guardare il puro fatto creativo, svincolato da ogni riflessione possibile sulle sue finalità ultime, non segue nei due così logiche così difformi. Un presupposto concettuale forte quello da cui parte l’Art for Business Forum in scena oggi a Milano (appendice mattutina, domani, per gli ultimi workshop a numero chiuso); un appuntamento che si rinnova da cinque anni, da un paio nella cornice della Triennale. Giornata lunga e intensa: ad un programma di laboratori coordinati insieme a Golder Associates si è affiancato un calendario di incontri e dibattiti, riflessioni aperte che hanno cercato di dimostrare come l’applicazione di strumenti propri dell’arte al contesto di impresa possano creare le condizioni migliori per la ricostruzione di un tessuto produttivo in crisi innegabile. Concettuale e progettuale prima che economica: ed è proprio sul campo degli intangibili, allora, che secondo Art for Business il comparto della cultura può dare contributi utili.
Gli esempi virtuosi si sprecano. Marco Balich, presidente di Filmmaster Events, porta l’esperienza di un soggetto che è leader nel campo dello show-business: dalle celebrazioni per il centenario della nascita dello Stato messicano (e le conseguenti frecciate per come è stata svilito il 150esimo dell’Unità d’Italia) fino alla cerimonia di chiusura per le Olimpiadi di Londra. La visione offerta è quella di una buona sintesi tra l’imprescindibile estro creativo che anima certi eventi e le logiche dinamiche di carattere aziendale imposte da contesti tanto impegnativi. Un intervento che sgombra il campo dall’idea che l’arte vagoli nell’indeterminato e nel caotico, là dove l’impresa invece è il freddo e asettico regno della precisione assoluta. Un concetto ribadito da Anirban Bhattacharya, che con la sua The Painted Sky rappresenta il maggior soggetto di consulenza art-based training dell’intero continente asiatico. La sua case-history, costruita sul confronto con multinazionali di ogni genere e grado, parla chiaro: le parole possono essere fraintese, le immagini no; e così, all’interno di grosse corporate, i flussi di lavoro migliorano e la creatività dei dipendenti viene esaltata attraverso progetti di condivisione basati sull’arte.
Come quelli proposti da Art for Business, che coinvolge SISAL in un progetto di sostegno diretto all’arte contemporaneo: Michela De Caro ed Elisabetta Falanga, studentesse a Brera, ottengono l’opportunità di una mentorship con l’editore Marco Ghezzi e Studio Azzurro. Nasce un blog che segue il percorso creativo delle due, filtrato dai due “prof” verso la nascita del progetto per nuove opere d’arte. A tirare le fila, in serata, Anthony Blake, guru dell’analisi dei processi di apprendimento, che eleva il dialogo a forma d’arte e ne svela le potenzialità meno note.
Tutto affascinante, tutto ineccepibile. Ma alla fine dei giochi resta la sensazione che portare l’arte in fonderia non sia uno tra i processi più agevoli; e che anche l’impresa più illuminata, poiché profit-oriented, non possa non finire per scrollarsi di dosso le belle parole in favore di delocalizzazioni e altri stratagemmi spicci. Sarebbe stato utile, forse, un confronto con imprese che operano in ambiti più difficili rispetto a quelli degli invitati: ce lo vedete Marchionne a rispondere sulla possibilità di fare stage teatrali a Pomigliano? Il rischio, altrimenti, è che la provocazione lanciata da Nanni Balestrini nel corso del suo intervento di tramuti in cinica ma immutabile verità: “l’arte faccia l’arte, l’impresa faccia l’impresa. L’arte è inutile, ed è giusto sia così: le aziende si limitino a darle soldi”. E sarebbe già tanta roba.

Francesco Sala

CONDIVIDI
Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.
  • Luca Bianchi

    Basta, non abbiamo più bisogno di creatività. Siamo saturi ed esausti di creatività. Abbiamo bisogno di fermare il declino, economico, politico, industriale ed umano. Viviamo un medioevo tecnologico, siamo pieni di mezzi e strumenti tecnologici e non conosciamo buoni modi per usarli, viviamo un declino di civiltà (anche per questo il blog primitivo e il linguaggio di Luca Rossi sono interessanti). L’arte può offrire una palestra dove sperimentare ed essere stimolati, ma lasciamo da parte la creatività. Se abbiamo bisogno di precisione e coraggio, questa è l’arte di cui abbiamo bisogno.

  • Giuseppe Bonaccorsi

    Da quando 50 anni fa’lasciai l’Italia, ho capito perche’ agl’italiani piacciono molto le riunioni. E’ come quando in casa si vuol riparare un qualche cosa, ma manca il martello…….. e si chiama l’handy man!

  • A portare l’arte in una fonderia (che si chiamava Italsider) aveva pensato Eugenio Carmi cinquant’anni fa, con ottimi risultati, diffusamente documentati – un’occhiata alla storia fa sempre bene, quando ci s’interessa al presente.