Niente lustrini, siamo piemontesi. Dodici sezioni e oltre duecento opere per il Torino Film Festival, che festeggia il trentennale

Non è ancora venuto il momento di disfare le valigie per i cinefili incalliti. Dopo Roma la prossima meta è Torino, dove il 23 novembre è stata inaugurata la trentesima edizione del TFF, Torino Film Festival, un appuntamento per veri intenditori. La manifestazione, infatti, è da sempre caratterizzata dall’ampia offerta di pellicole che si accompagna […]

Non è ancora venuto il momento di disfare le valigie per i cinefili incalliti. Dopo Roma la prossima meta è Torino, dove il 23 novembre è stata inaugurata la trentesima edizione del TFF, Torino Film Festival, un appuntamento per veri intenditori. La manifestazione, infatti, è da sempre caratterizzata dall’ampia offerta di pellicole che si accompagna però a un discreto disinteresse per gli aspetti mondani che da un po’ di tempo a questa parte ammorbano i festival. Non che a Torino manchi la presenza di grandi nomi, intendiamoci, ma il TFF dimostra in maniera pervicace di voler mantenere intatta la propria identità cinefila, senza farsi prendere dall’ansia da “presentazioni in anteprima”. Al TFF si bada al sodo: e sono ben 223 i titoli selezionati che potrete vedere fino a domenica 2 dicembre, all’ombra della Mole Antonelliana.
Suddivisa fra dodici sezioni, l’offerta presenta uno sguardo a 360° che spazia tra paesi e generi, passato e futuro, linguaggi e modelli estetici. La sezione competitiva del Festival, Torino 30, è riservata ad autori alla prima, seconda o terza prova di regia. Ciò aiuta a meglio comprendere la natura stessa della manifestazione che nasceva con il nome “Cinema Giovani”, e che ancora oggi dimostra il proprio interesse per il cinema “del futuro” e per la scoperta di nuovi talenti. Festa mobile, già nel nome evocativo, rappresenta invece una libera esplorazione su autori, cinematografie e produzioni che nell’ultimo anno hanno colpito l’immaginario dei selezionatori. All’interno di questa sezione (e ci dispiace poter segnalare solo alcuni titoli) rientrano l’esordio alla regia di Dustin Hoffmann con la commedia brillante Quartet ambientata in una casa di riposo per talenti musicali in pensione, ma anche la Anna Karenina pop di Joe Wright, i 15 studi di animazione  di Graham Chapman e gli altri Python in A Liar’s Autobiography, la rilettura dell’Amleto in 3D da parte di Felice Cappa e interpretata da Filippo Timi, la sperimentazione sui generi in Blancanieves di Pablo Berger, la ragazza ideale inventata da uno scrittore in crisi, Ruby Sparks, firmata dalla coppia Dayton&Farris (autori di Little Miss Sunshine), l’epopea gangster  Nameless Gangster: rules of the time della star coreana Jong-Bin Yoon, Ginger & Rosa di Sally Potter, film di chiusura e occasione per riparlare del nucleare, di politica, di sesso, religione e moda con ironia e vitalità.
Ancora nomi interessanti da scoprire o riscoprire nelle sezioni Rapporto confidenziale – ossessioni e possessioni, luogo d’indagine sulle paure e sulle insicurezze che affliggono la nostra contemporaneità, Torino XXX, che per il trentennale presenta i nuovi film di alcuni autori che il Festival ha tenuto a battesimo, TFF doc (ovviamente dedicata al documentario e ulteriormente suddiviso in internazionale.doc, italiana.doc e i fuori concorso documenti), Italiana.corti, Onde (la sezione più orientata alla ricerca di nuove forme espressive e quindi da tenere particolarmente d’occhio), Figli e amanti, Spazio Torino e TorinoFilmLab e nella retrospettiva dedicata quest’anno a Joseph Losey, il regista bandito dal senatore McCarthy. C’è la figlia di David, Jennifer Lynch, che può destare una certa curiosità, ci sono anche Sion Sono e Rob Zombie, Koji Wakamatsu a poche settimane dalla sua scomparsa, Tonino De Bernardi, Gipi, Leos Carax e il suo imperdibile Holy Motors, film evento all’ultima edizione di Cannes e che (as usual) difficilmente avremo modo di vedere su qualche schermo italiano, il collettivo Zimmerfrei, Ken Jacobs, Aida Begic (nell’anno del suo Djeca, premiato un po’ dappertutto), João Pedro Rodrigues e molti altri. Insomma, ce n’è per sfamare un esercito…

– Beatrice Fiorentino

Programma completo: www.torinofilmfest.org

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Beatrice Fiorentino
Giornalista freelance e critico cinematografico, scrive per la pagina di Cultura e Spettacoli del quotidiano Il Piccolo e per diverse testate online. Dal 2008 collabora con l'Università del Litorale di Capodistria, dove insegna Linguaggio cinematografico e audiovisivo. Dal 2015 cura la sezione Nuove Impronte di ShorTS - International Film Festival e fa parte della commissione Film della Critica del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani. Cura eventi, presentazioni e rassegne cinematografiche e dal 2016 è selezionatore per la Settimana Internazionale della Critica di Venezia.
  • dust

    È con grande dispiacere che mi trovo costretto a rifiutare il premio che mi è stato assegnato dal Torino Film Festival, un premio che sarei stato onorato di ricevere, per me e per tutti coloro che hanno lavorato ai nostri film. I festival hanno l’importante funzione di promuovere la cinematografia europea e mondiale e Torino ha un’eccellente reputazione, avendo contribuito in modo evidente a stimolare l’amore e la passione per il cinema. Tuttavia, c’è un grave problema, ossia la questione dell’esternalizzazione dei servizi che vengono svolti dai lavoratori con i salari più bassi. Come sempre, il motivo è il risparmio di denaro e la ditta che ottiene l’appalto riduce di conseguenza i salari e taglia il personale. È una ricetta destinata ad alimentare i conflitti. Il fatto che ciò avvenga in tutta Europa non rende questa pratica accettabile. A Torino sono stati esternalizzati alla Cooperativa Rear i servizi di pulizia e sicurezza del Museo Nazionale del Cinema (Mnc). Dopo un taglio degli stipendi i lavoratori hanno denunciato intimidazioni e maltrattamenti. Diverse persone sono state licenziate. I lavoratori più malpagati, quelli più vulnerabili, hanno quindi perso il posto di lavoro per essersi opposti a un taglio salariale. Ovviamente è difficile per noi districarci tra i dettagli di una disputa che si svolge in un altro paese, con pratiche lavorative diverse dalle nostre, ma ciò non significa che i principi non siano chiari. In questa situazione, l’organizzazione che appalta i servizi non può chiudere gli occhi, ma deve assumersi la responsabilità delle persone che lavorano per lei, anche se queste sono impiegate da una ditta esterna. Mi aspetterei che il Museo, in questo caso, dialogasse con i lavoratori e i loro sindacati, garantisse la riassunzione dei lavoratori licenziati e ripensasse la propria politica di esternalizzazione. Non è giusto che i più poveri debbano pagare il prezzo di una crisi economica di cui non sono responsabili. Abbiamo realizzato un film dedicato proprio a questo argomento, «Bread and Roses». Come potrei non rispondere a una richiesta di solidarietà da parte di lavoratori che sono stati licenziati per essersi battuti per i propri diritti? Accettare il premio e limitarmi a qualche commento critico sarebbe un comportamento debole e ipocrita. Non possiamo dire una cosa sullo schermo e poi tradirla con le nostre azioni. Per questo motivo, seppure con grande tristezza, mi trovo costretto a rifiutare il premio.

    Ken Loach