Human Connections, ovvero ibridazioni fra linguaggi artistici contemporanei e nuove tecnologie. Al via a Roma Digital Life 2012: con Abramović, Acconci, Jan Fabre e tanti altri…

“Indagare le relazioni fra arti visive e arti sceniche, e il modo in cui, tramite le tecniche digitali e i nuovi media, gli artisti della scena migrano negli spazi espositivi e gli artisti visivi irrompono sui palcoscenici”: questo l’intento della terza edizione di Digital Life 2012 – Human Connections, in programma a Roma, fino a […]

Lech Majewski

Indagare le relazioni fra arti visive e arti sceniche, e il modo in cui, tramite le tecniche digitali e i nuovi media, gli artisti della scena migrano negli spazi espositivi e gli artisti visivi irrompono sui palcoscenici”: questo l’intento della terza edizione di Digital Life 2012 – Human Connections, in programma a Roma, fino a metà dicembre, in tre diversi spazi della capitale (l’edificio ex GIL di Trastevere, il Macro Testaccio e l’Opificio Telecom Italia, sede della Fondazione Romaeuropa). I molti artisti in cartellone, eterogenei per età e poetica, ma accomunati dall’attitudine alla sperimentazione e alla multidisciplinarietà, proporranno installazioni multimediali, ambienti sonori, video-arte e opere interattive, in dialogo con i mondi del cinema, del teatro, della musica, della danza, dell’architettura e del visual design.
Da segnalare, negli spazi dell’ex GIL, le installazioni site specific ideate da Apparati Effimeri, Filippo Berta e Francesca Montinaro. Il corpo, indagato come punto di contatto e soggetto/oggetto di persecuzioni e fobie, è al centro delle opere di Marina Abramović, Vito Acconci, Paola Gandolfi, Mike Kelley, Lech Majewski, Masbedo e Eddie Peake presentate al Macro Testaccio. Rinnovata attenzione al corpo, nello specifico contesto della danza e della musica, nei lavori di Jan Fabre, William Forsythe, Cristina Rizzo, Piero Tauro e Paul Thorel. Questa rassegna trova il suo valore più preciso nel ricordarci che l’arte, in ogni sua forma, e soprattutto in ogni sua feconda ibridazione, è al contempo produzione di realtà e racconto dell’umano: partendo da ciò che c’è, dall’esperienza sensibile, tutto nelle arti, anche la natura morta o la macchina, ci parla di noi. Come ha scritto Paul Klee nel 1920: l’arte “non riproduce il visibile, lo fa”.

– Michele Pascarella

www.romaeuropa.net

  • Daniela Fantini (dioydea dioy)

    L’Arte “non riproduce il visibile, lo fa”. Certo che Klee aveva (ha avuto) ragione. La differenza la fa solo il COME “lo fa”. Sembra che questo passi in secindo ordine troppo spesso. Infatti ““FARE il visibile” male… è peggio che non riprodurlo. Ahinoi. Ma FARLO facendo finta di non riprodurre altra arte del passato (“visibile” quindi) è decisamente, sempre a parer mio, ancor peggio. Ahiloro.