Ancora sul secondo Campidoglio di Roma. Ecco in esclusiva i rendering e una dichiarazione di Paolo Desideri. Tra Civitas e Urbs

“Nell’immaginario collettivo il Campidoglio e il Comune di Roma sono legati inscindibilmente: un legame universale – pensiamo al termine inglese Capitol – che a partire da Roma in poi sta ad indicare il luogo fisico dell’Amministrazione pubblica”. Del progetto per la realizzazione del Campidoglio 2 a Roma, zona Ostiense, vi avevamo detto pressoché tutto nei […]

Nell’immaginario collettivo il Campidoglio e il Comune di Roma sono legati inscindibilmente: un legame universale – pensiamo al termine inglese Capitol – che a partire da Roma in poi sta ad indicare il luogo fisico dell’Amministrazione pubblica”. Del progetto per la realizzazione del Campidoglio 2 a Roma, zona Ostiense, vi avevamo detto pressoché tutto nei giorni scorsi, non appena trapelati i primi dettagli: aggiudicataria la cordata composta da Astaldi/ABDR/Proger e Enetec, apertura dei lavori a inizio 2013, meno di tre anni per la consegna dei 135 mila mq divisi in 5 corpi di fabbrica. Per ospitare 4350 dipendenti comunali, 2000 posti auto in parcheggi multipiano, un auditorium da 800 posti, 11 mila mq di verde pubblico, sala conferenze, biblioteca, asilo nido, palestra, 9 mila mq si servizi alla cittadinanza, aree ristoro e 33 mila mq della ex Manifattura Tabacchi.
Ora arrivano i primi rendering, che Artribune vi può far vedere in anteprima, con le dichiarazioni rilasciateci in esclusiva da Paolo Desideri, a capo del team di progettazione definitiva ed esecutiva. “Ridisegnare un nuovo Campidoglio – continua l’architetto – è stato, perciò, cercare anzitutto di ri-fondare il senso di un rapporto possibile tra la Civitas, cioè la società civile, e l’Urbs cioè lo spazio fisico della città. Per ABDR è stato scommettere nella capacità di superare la falsa dialettica tra moderno e classico, per realizzare un progetto in grado di configurare uno spazio a forte carica identitaria: uno spazio in grado cioè di trasformarsi subito in luogo”.

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra Artsiders, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Dal 2011 al 2017 ha fatto parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.
  • Ale danno

    E’ un progetto assolutamente scadente lo comprenderebbe anche un bambino al primo anno di scuola, imitazione pessima di un imitazione pessima (EUR). Oltre a essere un progetto anacronistico, non c’è traccia di sostenibilità, imprescindibile in qualunque progetto di questo secolo. Due cuboni energifori su una maglia che sembra venir fuori da un disegno sbiadito anni ’30 il tutto confezionato in un comodo incarto di travertino de noantri. Abbiamo dunque sotto gli occhi cosa vuol dire optare per un project financing quando si parla di un’opera pubblica di questa portata. L’impresa che si aggiudica l’appalto (i soliti) hanno completa giurisdizione su tutte le scelte dei progettisti. Si vengono quindi a produrre questi risultati pessimi che vedono un opportunità unica per la città trasformarsi in un danno irreparabile.
    Un Architetto

  • Xavier F.

    Dipende dai, dipende da quello che poi usano come materiali. Non è detto. Certo non c’è il guizzo, proprio non c’è. Dopo la Tiburtina da Desideri si aspettava qualcosa di meglio, ma qui comandano soltanto i costruttori mi sa tanto

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