Lido Updates: è crisi anche fra i marmi dell’Excelsior? Programma scadente e malcontento generale, già alle prime giornate di Mostra del Cinema

Slittamenti di calendario, gravi disfunzioni tecniche in sala stampa, e sistema wifi che non funziona correttamente nell’area della mostra. L’organizzazione del festival fa acqua da tutte le parti, l’aspetto logistico, così come quello organizzativo, lasciano interdetta la stampa. A ciò si aggiunge la ben nota scortesia degli avidi autoctoni, che rendono la permanenza di anno in anno sempre […]

Dennis Quaid in At Any Price, di Ramin Bahrani

Slittamenti di calendario, gravi disfunzioni tecniche in sala stampa, e sistema wifi che non funziona correttamente nell’area della mostra. L’organizzazione del festival fa acqua da tutte le parti, l’aspetto logistico, così come quello organizzativo, lasciano interdetta la stampa. A ciò si aggiunge la ben nota scortesia degli avidi autoctoni, che rendono la permanenza di anno in anno sempre meno piacevole. L’affluenza è considerevolmente più bassa rispetto alle precedenti edizioni, e vien fatto di chiedersi se oltre alla crisi non sia dovuto ad un programma poco convincente, che qualcuno ha già definito “un grande cineforum”. Le pellicole finora presentate non possono definirsi memorabili, e l’aspetto glamour è stato completamente trascurato. Con l’assenza delle grandi star mancano anche le masse di pubblico, che fanno colore per il lungomare Guglielmo Marconi, e il Lido ha un aspetto tristemente desolato. Ma anche i giornalisti sono in numero significativamente inferiore. La canonica divisione in tre categorie prioritarie, che di solito lasciava fuori dalle porte gruppi consistenti di badge blu e gialli, quest’anno non è servita. Infatti le sale non sono mai piene.
È vero che un festival si fa con i film, e se una particolare annata non porta buoni frutti non è colpa di nessuno, ma il film At Any Price dell’americano Ramin Bahrani che ci fa in concorso? Un canonico polpettone senza arte né parte, che accenna alla questione della super meccanizzazione dell’agricoltura americana, all’uso ormai diffuso di Ogm e delle moderne modalità di transazione dei fattori americani, senza però chiarire quale é il messaggio finale e chi ne sia il destinatario. Col secondo episodio della trilogia sui Paradisi di Ulric Seidl si rientra in ambito festivaliero. E lì si rimane. Questo capitolo dedicato al tema della fede, di una lentezza insostenibile e una noia incommensurabile, è il classico mattone da festival che vedranno pochi al mondo e che probabilmente vincerà anche qualche premio. Racconta di Anna Maria, una fervente cattolica, la quale porta una pettinatura da esercito della speranza e si masturba col crocifisso. Inutile dire che molta critica con tendenze onaniste ha profondamente apprezzato. Seidl descrive un universo femminile disperato e ai limiti della follia, che reitera gesti e riti in maniera autistica e sofferta. Il suo cinema metodico ai limiti del meccanismo, si caratterizza dai tableau in cui persone inserite in inquadrature fisse o frontali fissano la telecamera. Il regista ha annunciato, ma molti l’hanno presa per una minaccia, che “prima o poi ci sarà un film-tableau con i tableau rimasti inutilizzati nel corso degli anni”. Restando in tema di fede, Dio ce ne scampi e liberi e anzi speriamo che la trilogia rimanga incompiuta.

Paradise Faith di Ulric Seidl

C’era invece una bella calca di gente per una proiezione un po’ pop. Anzi per il Re del Pop. Spike Lee, che è stato premiato col premio Jaejer le Coutre Glory to the Filmaker, ha presentato il documentario Bad 25 sui 25 anni dall’uscita dell’album omonimo. Era accompagnato dal produttore del film ed ex avvocato di Jackson John Branca, che, a giudicare dalla levigatezza del viso di ultracinquantenne, sembrava appena uscito dal museo delle cere. Il documentario è una raccolta molto toccante di interviste a coloro che hanno collaborato con M.J. nel cuore degli anni Ottanta. Operazioni di questo genere sono sempre molto rischiose. Si percepisce il sentimento sincero del regista verso il grande artista, il ritmo coinvolgente del montaggio, e incuriosisce la descrizione di fatti ignoti al pubblico. Ma alla fine manca qualcosa. La stessa differenza che passa tra il vedere un fuoco d’artificio e sentire la spiegazione della sua composizione chimica. Grande attesa per il film di Thomas Anderson, l’unico che sembra mettere tutti d’accordo.

– Federica Polidoro

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Federica Polidoro
Federica Polidoro si laurea in Studi Teorici Storici e Critici sul Cinema e gli Audiovisivi all'Università Roma Tre. Ha diretto per tre anni il Roma Tre Film Festival al Teatro Palladium, selezionando opere provenienti da quattro continenti, coinvolgendo Istituti di Cultura come quello Giapponese e soggiornando a New York per la ricerca di giovani talent sia nel circuito off, che nell'ambito dello studentato NYU Tisch, SVA e NYFA. Ha girato alcuni brevi film di finzione, premiati in festival e concorsi nazionali. Ha firmato la regia di spot, sigle e film di montaggio per festival, mostre, canali televisivi privati e circuiti indipendenti. Sta lavorando ad un videoprogetto editoriale per la casa editrice koreana Chobang. È giornalista pubblicista e negli anni ha collaborato con quotidiani nazionali, magazine e web media come Il Tempo, Inside Art e Il Faro. Ha seguito da corrispondente i principali eventi cinematografici dell'agenda internazionale tra cui Cannes, Venezia, Toronto, Taormina e Roma e i maggiori avvenimenti relativi all'arte contemporanea della Capitale. Attualmente insegna Tecniche di Montaggio all'Accademia di Belle Arti.
  • giuseppe

    Non so se le cose siano andate proprio così, ma mi piace il tuo modo di scrivere.
    Racconti quello che tutti vedono ma in pochi dicono.

  • Angelov

    Eppure nell’articolo del 28 agosto, questo festival era presentato con un approccio molto più positivo.
    Forse ci si dimentica facilmente che nelle cose umane la…coperta è sempre corta, non si può avere tutto e subito, e quasi si ha l’impressione che il non-nominare la parola “crisi”, porti quasi sfiga.