Fiera più ricca, internazionale, e pure un po’ esotica. Intervista a Sarah Cosulich Canarutto, che oggi ha presentato a Milano la sua Artissima

Lei c’era, noi c’eravamo: siamo pronti a giurarlo. Anche se non abbiamo nessuna prova a dimostrarlo. Perché l’ospite milanese dell’incontro tra stampa e Sarah Cosulich Canarutto, direttrice di Artissima, non permette vengano scattate fotografie. Trattasi – bizzarramente – di negozio di modernariato stylish, geloso del proprio allestimento, sulla cui immagine “detiene i diritti”. Quindi: o […]

Sarah Cosulich Canarutto

Lei c’era, noi c’eravamo: siamo pronti a giurarlo. Anche se non abbiamo nessuna prova a dimostrarlo. Perché l’ospite milanese dell’incontro tra stampa e Sarah Cosulich Canarutto, direttrice di Artissima, non permette vengano scattate fotografie. Trattasi – bizzarramente – di negozio di modernariato stylish, geloso del proprio allestimento, sulla cui immagine “detiene i diritti”. Quindi: o mettevamo la Canarutto al muro stile Brigate Rosse, magari con copia odierna de L’Unità in mano, oppure vi tocca fidarvi del fatto che una chiacchierata, lei e noi, l’abbiamo fatta per davvero…

In apertura di conferenza stampa hai subito precisato come la tua Artissima sarà rivolta con maggiore attenzione alla figura del collezionista. Non per farti i conti in tasca: ma quando dici che aumenta il budget alla voce “ospitalità” di che numeri stiamo parlando?
Diciamo che rispetto all’anno scorso abbiamo messo a bilancio, per questo aspetto specifico, il 30 – 40% in più. È un impegno importante: ma di questi tempi è necessario guardare con molta attenzione alla figura del collezionista, fondamentale per il mercato. A proposito abbiamo scelto di ampliare il nostro sguardo, puntando molto sui contatti con l’estero.

In tema di internazionalizzazione il primo fiore all’occhiello è l’ingresso, nel comitato di selezione, di Peter Kilchmann: possiamo dire si tratti della tua dote, portata ad Artissima come frutto del lavoro che hai condotto come advisor in Svizzera?
Si tratta di un partner di grandissimo livello: è chiaro che un rapporto costruttivo con una galleria di questo calibro si costruisce con il tempo e non è improvvisato, quindi è senz’altro frutto di un lavoro che nasce prima della mia nomina. Ma è tutto il comitato di selezione ad essere fantastico: da Daniele Balice a Casey Kaplan, fino a Isabella Bortolozzi; Artissima dimostra che per costruire un grande evento non è necessario dialogare con gallerie mastodontiche, ma guardare a chi lavora con serietà e in modo sofisticato.

Tra i nuovi espositori, guardando proprio all’estero, spuntano nomi che provengono anche da piazze non convenzionali: pensiamo solo a Marrakech. Si tratta di scelte che ammiccano a nuovi mercati o c’è dell’altro?
Allargare i propri orizzonti solo per dire di averlo fatto non ha senso: abbiamo badato alla serietà delle gallerie, alla loro progettualità ed aderenza di massima ai canoni di Artissima.

Questa Artissima con quale Torino si trova a dialogare? L’impressione, vista da fuori, è quella di una città che abbia un po’ esaurito la verve olimpica che ha contraddistinto gli Anni Zero.
Non credo si sia esaurita: negli ultimi anni sono semplicemente mutate le condizioni. Le risorse e il potenziale della città penso siano inalterati; forse rispetto ad un passato anche recente manca la capacità di mettere entrambi a sistema. Penso alla rete costruita con l’esperienza della Triennale, ora esaurita: il rapporto stretto che Artissima ha intrecciato con le maggiori istituzioni della città guarda in quella direzione. È importante che ognuna di queste realtà, insieme ad Artissima, elabori un progetto espositivo ad hoc per i giorni della fiera: Paola Pivi a Rivoli, Zena el Khalil alla Fondazione Merz, Ragnar Kjiartansson alla Sandretto, Dan Perjovschi a Palazzo Madama, Valery Koshlyakov alla GAM… in questo modo diamo nuovo slancio alla rete del contemporaneo di Torino, che resta città della sperimentazione e dell’eccellenza.

Se l’obiettivo è quello di aprirsi alla città, perché allora la storica freddezza nei confronti di tutto l’apparato “accessorio” ad Artissima? La tua direzione non sembra discostarsi molto dalla distanza con cui i tuoi predecessori hanno guardato alla serie di eventi “off” che cadono nei giorni di Artissima…
Tutti i grandi eventi, in tutto il mondo, offrono implicita visibilità a progetti “off”: basta guardare cosa succede a Miami nei giorni di Art Basel. Si tratta di appuntamenti ed occasioni legittime, verso i quali non esiste alcuna forma di preclusione, anzi: ho incontrato diversi responsabili di molti di questi progetti. Ma non bisogna dimenticare che ognuno persegue i propri scopi e guarda ad un pubblico non necessariamente simile: non so dirti Photissima, ma per Paratissima sono certa ci sia una differenza di obiettivi tale da rendere automatico il fatto che non si instauri un rapporto più stretto. Non trovo sia necessario legarsi per forza: se si aderisce alla stessa idea progettuale è un conto, altrimenti è bene che ognuno segua la propria strada.

– Francesco Sala

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.