L’arte dell’evasione: la Finanza pizzica Piero Guccione che dichiara di guadagnare 30mila euro all’anno. Ma quanti sono in Italia gli artisti che denunciano regolarmente i loro redditi?

Cari artisti giovani e storici, emergenti o già emersi, squattrinati e bohémien o ricchi sfondati, ricordatevi questo nome: Serpico. No, il New York Police Department e Al Pacino non c’entrano alcunché se non per assonanza. Serpico è invece l’acronimo che sta per servizio per le informazioni sul contribuente, insomma il mega cervellone che da poche […]

Piero Guccione

Cari artisti giovani e storici, emergenti o già emersi, squattrinati e bohémien o ricchi sfondati, ricordatevi questo nome: Serpico. No, il New York Police Department e Al Pacino non c’entrano alcunché se non per assonanza. Serpico è invece l’acronimo che sta per servizio per le informazioni sul contribuente, insomma il mega cervellone che da poche stanze del quartiere Eur di Roma controlla la vita finanziaria, economica e contributiva di tutti noi. Incrociando un numero clamoroso di dati che va dalle proprietà immobiliari, a quelle azionarie, ai consumi, alle auto, alle barche fino al conto corrente. Se le uscite non sono congruenti con le entrate, scatta l’accertamento. E se non si riesce a spiegare come mai si è speso tot pur guadagnando solo tot, son dolori.
E dolori sono, a quanto raccontano ieri le agenzie di stampa, per il pittore Piero Guccione: la Guardia di Finanza ha contestato al noto artista movimenti e consumi per 700mila euro che l’artista non è stato in grado di giustificare rispetto al suo reddito dichiarato che non superava i 30mila euro l’anno ma che, questa è la tesi delle Fiamme Gialle, in realtà sarebbe molto, molto più alto.
La notizia ci racconta che i tentacoli di Serpico sono arrivati o stanno arrivando anche nel mondo dell’arte: uno stimolo per artisti, mercanti, galleristi a iniziare a cambiare abitudini. Sì perché il problema non si ferma certamente solo a Guccione, e gli artisti dotati di regolare partita iva e esenti da transazioni in nero possiamo forse dire che sarebbe possibile contarli sulle dita di una mano. E allora tutti con coraggio verso un repentino cambio culturale che potrà permettere, se portato a compimento, di valutare davvero quanto il settore dell’arte ammonti in termini di gettito e fatturato in Italia. Un primo passo che poi dovrà essere seguito da un passo da parte del Governo però, che a quel punto dovrà provvedere a adeguare e rimodulare una tassazione a tratti profondamente ingiusta e penalizzante per tutti. E per lo Stato stesso.
Intanto Aristide Poidomani, commercialista di Piero Guccione, non ha perso tempo nel dare la sua versione. “Siamo davanti ad una partita ancora aperta – ha fatto sapere -. Tutto è scaturito da un accertamento della Guardia di Finanza basato sui movimenti bancari di Piero Guccione.  Ci risulta, in atto,  solo  un verbale di conclusione preventiva con delle deduzioni ascrivibili ad evasione. La fase legata all’indagine delle fiamme gialle è già conclusa. È chiaro siamo nelle condizioni di dare giustificazioni esaustive su ogni cosa all’Agenzia delle Entrate”.
Ad ogni buon conto a bocce ferme, oggi, ci piacerebbe sapere e capire, da parte di voi artisti, quali sono le vicissitudini e le traversie cui il fisco vi ha sottoposto. Volete pagare le tasse, ma è difficile? Dovendole pagare tutte rischiate di finire sul lastrico? La burocrazia e i commercialisti costerebbero più delle tasse stesse? Vi siete resi invisibili al fisco? Insomma, come vi regolate fino ad oggi e cosa pensate di fare da oggi in poi?

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  • Patroclo

    complimenti maestro!

  • teoreco

    Vorrei chieder na cosa: ma è normale che le gallerie, tutte le gallerie, abbiano in carico (cioè acquistate) zero opere? allora sono semplici agenzie di mediazione? Se la finanza, cosi come fa con tutte le altre aziende “normali”, imponesse di avere un magazzino vero e non solo un conto deposito, allora sì che vi sarebbe una vera selezione di artisti. Se uno gira una fiera trova 10000 artisti di cui veri, cioè che esistono nel panorama, 50. Ecco, neppure chi propone i 9950 restanti si acquisterebbe i suddetti, la buona questione è perchè dovrebbe dunque essere il pubblico ad acquistarli? Ecco perchè è importante che la finanza entri in galleria. Basta con la moltiplicazione inutile di artisti e galleristi. Tutti possono “provare” a fare i galleristi e gli artisti, ma non è accettabile che oggi il mercato sia preda del totale relativismo! La fiscalità e le opere davvero in carico sono il primo gradino per il ritorno all’opera d’arte come valore.

  • Capita a fagiolo questo articolo! Io posso portare la mia testimonianza e dire che ho passato le vacanze di agosto ha cercare di capire come iniziare questa “professione” ed essere in regola (sia per etica ma anche perchè si tratta di cifre che non possono passare inosservate ne essere pagate in contanti). Così ho spulciato il web.
    Io sto finendo l’accademia e sto iniziando a lavorare come pittore, per ora su commissione ma in seguito spero anche facendo i “miei” lavori sperando poi di venderli. Vorrei fare le cose più oneste possibili e il difficile è partire avendo pochi soldi, quindi si tratta di sostenere le spese iniziali senza trovarsi poi subito in bancarotta dato che inizio senza fondi alle spalle. La prima cosa che ho dovuto chiarire, nelle fasi iniziali, è il grande tema dell’occasionalità: se fosse lavoro autonomo occasionale sarebbe tutto più facile. Ah! il lavoro autonomo occasionale non è da non confondersi con le prestazioni occasionali, le famose “sotto i 30 gg e le 5000 euro” che nel caso di un pittore non centrano quasi mai in quanto difficilmente la realizzazione di un quadro per un committente è una “collaborazione ai suoi fini produttivi” ma non mi dilungo… Dicevo, se la realizzazione di un quadro è occasionale per uno che inizia sarebbe il top: fino a 5000 euro di importi lordi annui non si paga che una ritenuta IRPEF del 20% (che sotto un certo reddito annuo si trasforma, grazie alle detrazioni ,in credito futuro, anche qui non mi dilungo, voglio solo dare qualche input) e solo sulla cifra sotto i 5000 euro si inizia con l’INPS (e se il committente ha partita i.v.a. l’inps è dell’9% ca. e non del 28ca%, se il committente è privato non sono riuscito a capire, aspetto risposta dall’INPS in persona). Comunque sonno arrivato alla conclusione che nel mio caso non posso considerarmi occasionale in quanto questa è palesemente la mia prima professione, ho studiato all’accademia, ho un sito che uso per fare conoscere il mio lavoro e mi dedico a tempo pieno a questo, almeno è la mia intenzione. Infatti per essere occasionale a un lavoro deve mancare anche la professionalità e la prevalenza. Quindi nel mio caso e casi simili si parla di PARTITA IVA e direi sotto l’egida dei regimi minimi, sotto i 30000 euro, come il povero Guccione, e in questo modo si gode di agevolazioni fiscali a cui forse si era troppo affezionato. Ma per chi inizia, a differenza del rodato Guccione, si parla anche di NUOVA ATTIVITA’ (introdotta da Monti credo, dal 1 gennaio 2012) che consiste in una irpef al 5% (invece del 20% credo… non sono esperto, forse ho detto delle castronerie ma in generale credo di essere nel giusto) + INPS al 28%. E questo credo che sarà il mio destino. ATTENZIONE: un pittore ha un vantaggio in più rispetto a un artigiano o commerciante: non ha il minimale dell’INPS! Questa è stata la bella notizia. Ovvero un artigiano paga come minimo l’INPS su 15000 euro ca., anche se ne guadagna 10000. Dunque 3000 euro ca. all’anno di INPS sono da mettere in conto. Invece un pittore non ha minimale, cioè paghi inps su quello che effettivamente guadagni. Diversamente, con il minimale di 3000 euro, non ci avrei pensato ad aprire partita IVA, troppo rischioso. E comunque chi ben comincia è a metà dell’opera. Va bè, la chiudo qua. Ciao!
    P.S. per quanto riguarda Guccione se fosse come dicono mi dispiace, credo che la brama di ricchezza non aiuti un uomo a vivere meglio ed è sempre triste vedere che un “artista” non riesce a liberarsene. Preferisco storie diverse http://robedachiodi.associazionetestori.it/2012/08/24/giacometti-non-si-vende-ne-si-compra/

    • Salve.Io avevo questo problema del minimale che veniva considerato su una partita iva generica che avevo pensato di aprire per vendere le mie fotografie.Ancora non so quale tipo di partita iva sia adatta e se io le fotografie artistiche e stampate le vendo a delle gallerie non saprei come ,fiscalmente,sarebbe inquadrata la mia vendita ,se possono pagarmi in ritenuta d’acconto.Attendo delucidazioni. E inoltre :se si è con un nucleo familiare e si sommano i redditi ,quanto incide tenere una partita iva sul totale delle tasse?

  • teoreco

    incomincia a lavorare poi mi racconti la brama di ricchezza.

  • filippo

    x teoreco: comincia a distinguere le Gallerie da le gallerie. hai mai sentito parlare di bilanci? o di attivi patrimoniali? o di scorte? per piacere…smettiamola con tutto questo generalismo sinonimo di pressapochismo….lo sai vero che bisogna comunicare all’agenzia delle entarte in via telematica tutte le fatture superiori a € 3.500,00, che trimestralmente si deve corrispondere alla siae il dovuto per il diritto di seguito? e che l’agenzia delle entrate utilizza i dati forniti da Gallerie-mercanti-case d’asta per il redditometro dei clienti?

    • teoreco

      Dov’è la notizia? Cosa centra con col fatto che le gallerie non hanno mai in carico le opere che propongono?

      • filippo

        ma dove? e alle fiere che tu frequenti come le portano? mai sentito parlare di bolle di carico e scarico? e poi come le vendono se non sono in carico? coi contanti?? in italia oggigiorno dove c’è il limite di 1000€? sei proprio così sicuro e certo che oggigiorno ci sia così tanta disponibilità di denaro contante? ma per piacere…

        • teoreco

          caro filippo, molto semplice, le fatturano con data retrodatata dagli artisti. Per farti un’esempio pratico. Poniamo che oggi vi sia una fiera, il 30 agosto 2012. E tu compri un’opera. Evidentemente non te la porti a casa “subito” (e quelle rarissime volte che capita mica ti emettono una fattura li sul posto), te la mandano o la ritiri successivamente. Tutt’alpiù lasci un piccolo acconto per fermarla. La galleriea mette in carico l’opera retrodatata, diciamo con data 2 agosto 2012. E ti fa trovare la fattura, in cui fa “uscire” l’opera,per esempio 1 settembre. Hai capito perchè le gallerie non hanno nulla in carico. E quindi è un casino, tutti possono provare?

          E’ chiaro che non te lo dico per sentito dire…

          • filippo

            Se un artista fattura alla galleria e a sua volta la gallerie emette una fattura ad una cliente l’opera viene comperata dalla galleria e quindi si paga 2 volte il dds la galleria paga il 20% di iva sul margine e la r.d.a. all’artista. quindi tutto è fatto alla luce del sole. diverso il caso dell’artista che vende al privato….

          • filippo

            ah… e cmq le Gallerie hanno in carico le opere o sono proprietarie della maggior parte delle opere che vendono…quelle che non hanno magazzino sono le gallerie ed è giusto che con la crisi corrente vengano spazzate via dal mercato….

  • Yanez

    La sensazione è che se emergesse il sommerso di gallerie e artisti si potrebbe risanare buona parte del debito pubblico!!! CI sono degli artisti che fatturano più di un supermercato solo che… non fatturano!!!!!!!!

    • filippo

      perfettamente d’accordo….a me il modo di lavorare del 90% degli artisti italiani contemporanei comincia devvero a stare sul culo…

      • Sistema

        Siamo alle solite su questo sito, ora gli artisti italiani e le gallerie sarebbero anche alla base del deficit economico italiano, per qualche rozzo e probabilmente rosicone commentatore il valore, non econimico, di un artista dovrebbe essere sancito dal fisco, siamo al ridicolo, ci mancava solo lo studente di accademia che si preoccupa più di aprire partita IVA che cercare di capire se è o meno un artista che ha qualcosa da dire. La scribbacchineria è veramente insaziabile. E il teoretico poi o come si chiama, parla per sentito dire da disperato frequentatore di fiere dove probabilmente nessuno mai dei cattivi galleristi evasori proporrà un suo pezzo accanto a quelli dei propri artisti retrodatari di fatture. Per fortuna sto al mare.

  • teoreco x FILIPPO

    Scusa,ma fai finta di non capire o non sai leggere! è illegale, acquistare le merci solo a fronte della vendita già avvenuta. è elusione bella e buona! Eppure tutti fanno cosi. Certo basterebbe un semplice controllo della guardia di finanza per verificare che dei “cosiddetti” artisti della galleria, cioè quelli che si trattano, zero opere sono attualmente in carico. che strano! come si da a sostere che sia legale, dai cazzo!!! si chiama elusione: in pratica i fornitori vengono pagati solo se la merce è già venduta!!! Basta una semplice visita da parte delle finanza.
    – come fa ad esser legale che una società chiuda ogni anno fiscale con in carico zero opere?
    – il giochino di metterle in carico solo quando s’è già venduta è un far partecipare al richischio che ha un’azienda anche gli artisti. Se tu entri in un negozio, qualsiasi negozio, salvo i franchising e le librerie, s’intende che ogni merce è in carico alle aziende. nelle gallerie non è cosi.

    ripeto, le cose sono legali fino alla prima visita fiscale, poi le soluzioni sono semplici se si stabilisce che l’artista ha un rapporto di esclusiva con la galleria e – come già successo a molte gallerie – l’ufficio del lavoro ha considerato questa posizione come un lavoro subordinato (questo è successo a milano), oppure l’azienda è stata costretta .

    io mi domando come fa ad esserci in giro gente come te che non sa, o fa finta di sapere che un’azienda non puo – per legge- far cosi. la stessa tacita norma di fare 50% all’artista e 50 % alla galleria è illegale perchè sottende che non c’è stato un’acquisto precedente la vendita. Ovvio no?!

    e poi con gente cosi ci domandiamo ancora perchè le aziende vanno male! ? manco l’abc sanno!

    ma roba da matti!

  • filippo

    riuscite a pubblicare per cortesia la mia replica o si da spazio solamente a persone che offendono? grazie

  • Filippo

    Guarda che hai frainteso le mie risposte. La galleria dove lavoro di norma compera le opere dall’artista o le riceve in conto deposito con regolare documentazione con tanto di contratto estimatorio. Se le riceve da un privato questi affida le opere della sua collezione tramite un mandato a vendere redatto da un avvocato. Quando partecipiamo ad una fiera in italia o all’estero abbiamo tutta la documentazione necessaria (bolle,carichi, documento di attestato di libera circolazione o di temporanea esportazione). QUINDI come vedi sono perfettamente informato sulla documentazione necessaria. Le gallerie che non rispettano questa prassi che si impicchino;l’autorità competente gli sta facendo un mazzo (GIUSTAMENTE) che non sai nemmeno quanto sia per la documentazione incompleta, sia per quella mancante, soprattutto per gli adempimenti fiscali non saldatI. Una galleria che firma un contratto in esclusiva è tenuta a comperare o a ricevere in conto deposito tutta la produzione con tutti gli accorgimenti documentaristici necessari. QUINDI non mi offendere perchè (forse) quello che non sa un beneamato cazzo di come funzionano le cose nelle poche gallerie d’arte che contano in Italia, e che sono riconosciute grazie alla qualità del lavoro proposto all’estero, sei tu

    p.s. tanto per essere chiaro: a me non interessa come lavora ed opera il 95% delle gallerie italiane (medie e piccole) perchè sono destinate, la maggior parte di esse, ad essere spazzate via dalla crisi .

  • filippo

    coraggio ragazzi che ce la fate……un piccolo sforzo…..oppure non vi va di pubblicare un mio post dove si spiega come lavorano le gallerie PROFESSIONALI dando così adito ad inutili polemiche ed incomprensioni?

  • teoreco x FILIPPO

    scusate, solo una cosa, vorrei dire: quello che ho descritto è la norma delle gallerie italiane almeno quelle presenti nelle maggiori fiere di bologna, torino, milano. che poi, soprattutto, tra le storiche vi siano operatori “con magazzino”, o almeno con opere in carico, è certamente vero.

  • Angelov

    Questo articolo chiede da parte degli artisti un contributo che consiste nel rendere pubblico il rapporto tra il loro lavoro ed il suo tradursi in bene di scambio monetizzabile.
    Personalmente ho sempre donato i miei lavori, a volte per balzana generosità, ed altre scambiandoli, ovvero barattandoli per beni di necessità.
    Per le spese extra, ho alle mie dipendenze tre assistenti (carine) che si occupano di reperire la vile pecunia, previa prestazioni saltuarie anche a sfondo sessuale.
    Poiché in Italia sia la donazione, che il baratto, come la prostituzione non sono tassabili, ecco in parte risolto il pressante dilemma, cioè quello di togliersi da sotto la lente bifocale dell’Agenzia delle Entrate e della GdF.
    So di gente che si è persino convertita, prendendo anche dei voti, ed alcuni addirittura imporporandosi, per sottrarsi a questa fastidiosa sensazione di trovarsi tra una l’incudine e svariati martelli.

  • Filippo

    La galleria dove lavoro di norma compera le opere dagli artisti o se le vengono affidate compila un documento di carico con relativi contratti e bolle. Se le vengono affidate da privato stipula un contratto di mandato a vendere con due pagine di clausole. Compiliamo i relativi documenti se si va all’estero (attestati di libera circolazione o temporanee, e bolle). Il problema riguarda la non correttezza e professionalita’ dei miei (?) colleghi, ma tranquilli che la crisi fara’ pulizia…..riguardo al post di Angelov..se scherzi va bene altrimenti lascia stare…con questo spirito farai strada….prova con altre professioni….

  • Fabio

    La scelta di evadere, eludere o pagare e’ personale, come le responsabilita’ connesse verso lo Stato e morali verso la collettivita’. Quindi stiamo parlando di una discussione di pura accademia, visto che sono svariati milioni gli italiani che evadono, altrimenti non avremo una economia sommersa di 120 miliardi. L’economia delle gallerie fino ad ora ha beneficiato dei soldi di tanti italiani evasori e ora che la tracciabilita’ bancaria ha messo un freno, ora tutti piangono la crisi. Ma quale gallerista o artista, nei bei tempi andati, non ha accettato un pagamento in nero? Immagino davvero pochi.

  • Yanez

    E comunque vi debbo ringraziare per la qualità della discussione. ho imparato un sacco di robe, dico davvero.

  • Merrygoround

    La prassi è quella descritta da Filippo non quella da Teoreco: Le gallerie di norma comperano le opere dall’artista o le ricevono in conto deposito dall’artista o da un’altra galleria con regolare documentazione. Dire che le gallerie anche quelle più imporanti fanno quello che dice Teoreco, è falsare la realtà.

    • filippo

      grazie…evidentemente…non siamo GLI UNICIi a lavorare in una certa maniera (l’unica, tra le altre cose, permessa dalla legge)

    • teoreco

      Avere il magazzino in conto deposito non è attività d’azienda (cioè di galleria),ma di mediazione e rientra in altre categorie merceologiche. Mi dai torto salvo confermare quanto ho gia detto sopra, incredibile! Se l’opera ce l’hai in conto deposito e la fattura la emetti tu (la galleria) al collezionista, devi precedentemente fartela fatturare (quando de facto l’hai gia venduta sulla carta) dall’artista. Se le opere sono in conto deposito, la galleria dovrebbe fare una semplice mediazione, con percentuali ben diverse dal 50%. ! Ma invece il conto deposito è trasformato in acquisto, pochi giorni prima l’emissione della fattura al collezionista. E bada che son cose che hai detto tu, cioè che tieni le opere in deposito. Il fatto è questo: se le cose fossero veramente in deposito la fattura dovrebbe emetterla direttamente il proprietario, cioè l’artista, al collezionista (cosa che non avviene mai) ed in questo caso tu prenderisti solo una mediazione. Comunque ripeto, basterebbe vedere le opere in carico alle gallerie ad ogni 31 dicembre per verificare che sono , in stragrande maggioranza, aziende che non fanno (magicamente!) magazzino. Cioè non comprano mai le opere prima di averle vendute.

  • Filippo

    Se ricevi delle opere in conto deposito con regolare contratto dove viene riportato il prezzo che spetta all’artista non commetti nesuna violazione di sorta. Ad esempio succede quando organizzi una mostra….comperi prima dall’artista tutte le opere? Guarda che non succede in nesuna galleria al mondo, nemmeno gagosian ha questa potenza di fuoco…Ti metti d’accordo, questo si, per comperare almeno meta’ mostra e le rimanenti opere le trattieni in conto vendita quando l’esposizione e’ terminata. Se un’opera in conto deposito viene venduta, SEMPRE, l’artista fattura alla galleria che a sua volta fattura al compratore. Non so, a questo punto, come lavori la tua galleria…ma invece di sparare sentenze da “so tutto io” dovresti informarti su come lavorano le gallerie serie, invece di fare “di tutto l’erba un fascio”…se a te non va bene il tuo rapporto di lavoro cambia datore…una domanda…quando consegni dei tuoi lavori in conto vendita lo firmi un contratto di deposito con tanto di prezzo da corrispondere in caso di vendita e la durata della consegna dei lavori?

  • Il bello è che solo io ed “Elvis” ci siamo firmati in maniera “riconoscibile” (Elvis anche per cercare visibilità, secondo me)….insomma, siete degli italiani medi, che pagate le tasse, SI’, ma coi soldi degli altri…….oppure no?

  • Filippo

    Perdonami….ma a cosa ti serve sapere il mio cognome…..e fidati che le tasse le paghiamo, eccome….quindi post inutile e offensive, se permetti

  • E chi te lo ha chiesto il cognome, scusa?

    Se non lo hai scritto, avrai i TUOI buoni motivi, caro contribuente…..

    Coda di paglia?

    • Cristiana Curti

      Ci dica, gentile Santoro, posto che tutti affermano di pagare le tasse a fronte di un’evasione italica complessiva che neanche l’Ente sa più davvero quantificare (salvo che è certo che la sua emersione ci salverebbe tutti da future manovre, manovrine e manovrette varie e ci renderebbe immensamente in termini di maggiori servizi anche culturali), la Sua professione (organizzatore eventi d’arte visiva e arti correlate? mi pare potrebbe essere questa, credo. Mi correggerà lei, eventualmente) come viene amministrata e gestita? Quando chiama a partecipare (su incarico di un committente, di propria iniziativa) artisti a manifestazioni da lei curate, come si comporta dal punto di vista fiscale?
      Non mi interessa sapere quanto è il suo fatturato (per carità), ma proprio come è gestito il suo esercizio. Perdoni questa piccola curiosità.

      In merito alla questione di cui tratta il pezzo (e lasciando stare l’estremo caso di Guccione che è effettivamente fuori da ogni commento), mi sembra davvero di sognare, malgrado i nobili tentativi di Filippo per convincerci che è tutto normale sotto il sole.
      Il problema della reperibilità del contante a causa delle ultime leggi montiane in materia ha di fatto dimezzato le già scarse vendite (tutte o quasi sottotraccia) nella cosiddetta fascia media del mercato in Italia (dai 10.000 ai 50.000 euro all’incirca e forse qualcosa di più) e ha dato un durissimo colpo a quella più bassa, da sempre in affanno perché poco corroborata dall’interesse di un pubblico che è portato più a frequentare le mostre degli “impressionisti d’accatto” che quelle dei nostri artisti contemporanei più promettenti.
      Complici leggi che da sempre sfavoriscono il passaggio di mano della nostra arte (dall’antica alla contemporanea), un’IVA insensata che equipara l’arte alla mortadella, un redditometro che invece inserisce l’arte fra i beni di lusso come si trattasse di Ferrari o barche di 40 metri, un provvedimento di tutela che scatta su qualsiasi opera di certa importanza che abbia superato i cinquant’anni d’età (e ne distrugge di fatto non solo il valore economico ma anche la possibilità di circolazione, tant’è che i collezionisti non prestano più opere notevoli per mostre internazionali perché sanno che al passaggio di frontiera la Soprintendenza di riferimento potrebbe far scattare la notifica sul loro bene), non abbiamo mai coltivato un mercato dell’arte visiva sul modello anglosassone, favorendo così, enormemente, la produzione dei falsi che ha distrutto l’immagine anche all’estero dei nostri artisti maggiori del ‘900, ad esempio (chi non ha nome tutelato da cataloghi seri e COMPLETI che certifichino la storia di un’opera e mercanti altrettanto seri può essere contraffatto molto facilmente…).
      La conduzione del mercato italiano dell’arte degli ultimi trent’anni in particolare non ha creato danni soltanto da un punto di vista fiscale, ma anche e soprattutto culturale, perché l’oggetto di una transazione che non è ufficiale e non può essere registrata pubblicamente è oggetto che non esiste nei fatti.
      Tant’è che le uniche transazioni che stabiliscono un valore universalmente accettato di un’opera d’arte sono le aste pubbliche e non quelle (spesso ondivaghe e artatamente impostate) di molte gallerie.
      Purtroppo nessuno (o pochissimi) fra gli artisti italiani accetta volontariamente di “passare in asta” perché sa che la sua quotazione in galleria non reggerebbe il confronto con la valutazione diversa di un incanto, con il rischio di un’aggiudicazione assai inferiore rispetto a quella che egli stesso ritiene per sé pertinente (e chi sarebbe disposto ad accettare di deprezzarsi?).
      Ma allora, perché mai le gallerie non sostengono i “propri” artisti in asta? Sono poche in Italia quelle che lo fanno. E quelle che lo fanno non temono di mostrare ufficialmente il valore delle proprie transazioni.
      E’ una questione assai più complessa di ciò che mostra il “caso Guccione” (che è solo un triste caso di evasione fiscale tout-court e come tale va giudicato, tanto quanto il dentista che dichiara come un netturbino) e non può essere risolta additando solo una parte come colpevole. Anche lo Stato, che ha favorito una sorta di sordo e cieco “proibizionismo” nei confronti della circolazione dell’arte italiana (infischiandosene fra l’altro dei numerosi richiami dell’Europa in tal senso), ha le sue (notevolissime) colpe.
      E’ anche vero, però, che MAI le gallerie (il mercato) hanno fatto squadra e si sono impegnate realmente per chiedere con forza che questa situazione cambiasse e si allineasse il comparto agli standard europei di circolazione dell’arte e di amministrazione (privata e pubblica) dell’economia ad essa afferente.
      Evidentemente, o il nostro mercato è poco maturo o sta bene a tutti lo status quo che abbiamo poco intelligentemente raggiunto e che ci sta velocemente cancellando dal punto di vista culturale.

  • filippo

    hai ragione da vendere Cristiana, purtroppo….la tassazione in Italia in tutte le attività comprese quelle con capitale di rischio (ricordiamoci bene che una galleria è un’impresa e che se non si vende non si mangia…) è assolutamente distruttiva…un esempio chiarificatore: possiedo un’opera di Lucio Fontana iscritta a valore di € 700.000 e la vendo a € 1000.000. Sul guadagno di € 300.000 pago: iva del 21 (€63.000), diritto di seguito (€12.500 e sono già € 75.500 che se ne vanno…sui restanti €224.500 di utile netto ci vado a pagare le tasse alla chiusura dell’esercizio contabile a fine anno….ora qualcuno potrà obiettare di cosa mi possa lamentare dal momento che vendo un’opera per € 1.000.000…ma vedete la forza di una galleria non è solamente il suo potere economico MA SOPRATTUTTO la forza e la qualità del suo magazzino; se vendo un’opera devo reinvestire il ricavato per acquistare un’opera della medesima (se non superiore) qualità; la mia fama, la mia credibilità dipendono da cosa offro…

    Guardate che l’ANGAMC si è più volte incontrata con i vertici istituzionali a Roma per discutere di aliquote fiscali e di legge dei 50 anni e si sono sentiti rispondere “non se ne parla nemmeno…”

    Vogliamo affrontare finalmente il capitolo della serietà degli artisti italiani viventi: una galleria organizza una mostra, investe dei soldi (molti), spende del capitale di rischio oggigiorno non indefferente e come viene ripagata dall’artista? che se un comune cittadino si presenta nello studio e chiede di comperare un’opera il “suddetto” maestro non lo indirizza alle gallerie che trattano i suoi lavori ma “prego…e come la vuole l’opera??e come la paga , se potesse in contanti magari…così le faccio un bello sconto….” ma per piacere e poi mi venite aparlare di serietà dei galleristi….la verità, secondo il mio modestissimo punto di vista, è che siamo in presenza si uno scenario-economico-finanziario, da guerra mondiale e si sa” a la guerre et a la guerre”

    • Cristiana Curti

      Ed è vero anche il tuo ultimo capoverso intorno alla consuetudine di molti artisti che vendono fuori dalla galleria (concesso, ci mancherebbe altro, se l’acquirente è procurato da sé o è un amico) ai clienti della galleria (non concesso assolutamente).
      Anche questa è una deriva che rompe la catena della corretta e ufficiale transazione di un’opera d’arte (e – cosa fondamentale – la fiducia fra i protagonisti della transazione) e che in altri Paesi sarebbe punita con l’ostracismo del temerario accaparratore.

      Nessuno (artisti, galleristi, collezionisti, acquirenti di passaggio; e persino curatori e critici d’arte per la maggiore facilità di reperire opere per i propri studi e ricerche e per ORGANIZZARE MOSTRE D’ARTE IMPORTANTI internazionalmente: è già molto difficile oggi ottenere prestiti per una completa e determinante mostra su Carrà, Campigli o Licini, per nominare alcuni fra i grandi, che non sia fondata solo su prestiti museali e che sia decentemente esportabile all’estero) ci perderebbe se le leggi che penalizzano il nostro mercato dell’arte fossero più eque e si trattasse l’opera acquisita NON come un bene di lusso attraverso il quale indagare per definire il patrimonio del contribuente (sempre presuntamente colpevole) ma come un bene intellettuale che il privato prende in carico e di cui dovrebbe, considerato lo stimolo a favorire la produzione di altri beni consimili, poter detrarre l’importo di spesa dal cumulo della propria tassazione complessiva.
      Solo questo sarebbe già un passo risolutivo (oltre a quello dell’abbattimento dell’IVA). Il secondo (o primo, a chi pare) è la cancellazione del provvedimento di notifica se non per beni di dichiarata “necessità storico-documentale” (gli archivi, per esempio, di cui lo Stato – invece – si disinteressa totalmente sia nell’acquisizione – vedi il relativamente recente caso dell’archivio Vasari – sia nella conservazione – vogliamo parlare dell’Archivio di Stato a Roma?).
      Non si può apporre una notifica ad un’opera di rilievo solo perché è “italiana”. E’ contro ogni legge del vivere comune e civile far scoccare una prenotifica (indicazione di successiva notifica che si abbatte sull’opera e sul futuro proprietario) il giorno dell’asta pubblica di due Canaletto (notificati insieme, e resi quindi in futuro inseparabili, anche se non costituivano affatto un ensemble originario) provenienti da una lunga storia inglese e che solo nell’ultimo passaggio erano giunti alla famiglia Alemagna; Canaletto rimasti così invenduti, su cui gli eredi contavano essendo entrambi i top lots dell’asta che molti ricorderanno per la pioggia di prenotifiche che di fatto bloccarono molte vendite.
      Anche la tutela DEVE essere regolamentata (avere degli obblighi che non ledano il privato) e non deve essere usata come una clava in mano da una sola parte.
      E’ giusto tutto ciò? E’ giusto che, come per i Canaletto e i Morandi, De Chirico, Fontana (già scomparsi o quasi dalle aste internazionali), nel breve giro di una decina d’anni verranno cancellati dalla faccia della terra i passaggi di mano ufficiali anche dei maggiori Burri, Castellani e Bonalumi, Boetti, Pascali, De Dominicis, ecc.? E chi dovrebbe decidere che quella Dadamaino è passibile di notifica e quel Sanfilippo no? Il valore di mercato orecchiato da qualche zelante burocrate in cerca di medaglie?
      E’ giusto che la nostra maggiore arte del ‘900 (e quella del ‘700, e del ‘600 e del ‘500, se non costituisce davvero un pezzo fondamentale per il valore storico, più che artistico, che possiede, ad esempio l’essere parte integrante di una pala d’altare da cui è stata sottratta per vicissitudini diverse da una normale committenza) non possa essere venduta all’estero e così non sia conosciuta fuori dai nostri confini?
      E’ giusto che il Paese più importante al mondo per patrimonio artistico e architettonico non possa più far circolare l’arte del proprio tempo? E’ davvero così normale che paradossalmente circolasse in Europa più arte italiana nei secoli passati (e non per razzie belliche, ma per commesse e passaggi di proprietà fra famiglie di collezionisti e mercanti) che non oggi?
      A chi conviene quest’incredibile, colpevole, zappata sui nostri stessi piedi?
      Chi verrà a vedere la nostra arte dell’inizio del XXI secolo fra trent’anni, se già ora gli stranieri non conoscono più (o non hanno mai conosciuto appieno) l’arte di quello precedente, cancellata dalle transazioni pubbliche, insultata e vituperata dai falsi, sepolta dalle notifiche che ne impediscono la vendita all’estero?
      Come saranno i nostri musei di arte contemporanea (quelli che tutti a parole vogliono e che poi non sanno COSTITUIRE nell’essenza/nei contenuti se non per gli scheletri dei contenitori) che depositi avranno, se gli unici artisti che interessano anche il turismo internazionale (quello che frequenta DAVVERO i Musei di arte contemporanea) non sono italiani, ma stranieri magari già troppo onerosi per un’appena decente politica di acquisizioni?
      Solo cambiando le leggi, si cambia l’atteggiamento dei diversi protagonisti della catena della circolazione dell’arte italiana e si favorisce anche la conoscenza di quella contemporanea. Solo così, i “casi Guccione” saranno isolati e non considerati la regola che purtroppo vige nel sottobosco della nostra cronica incapacità di fare quadrato a favore della cultura.

    • teoreco

      Ragazzi, è evidente che c’è qualcosa che non va. Ma è in te che non va, perchè se un’azienda avesse il 30%(224 mila sarebbe anche di piu a ben vedere) di utile lordo, di cosa dovrebbe lamentarsi? Eppure tu reclami, come fanno molti, una legislazione speciale. A scuola c’insegnavano che un’azienda è da considerarsi “florida” (oggi diremmo con rating AAA) se ha un utile netto tra il 5 e 9 %. Eppure tu scrivi le cose che scrivi… tant’è… Ad ogni maniera mi confermi, con quando dici, che sei un operatore di “storico”, e ti confermo che nell’arte dei cosiddetti giovani, l’acquisto della mostra, neppure della metà di essa, come da qualcuno detto (perchè poi metà?…mah…), è una pratica che non esiste. E che le gallerie giovani sono mere agenzie di mediazione, salvo trattenere il 50% sulla vendita facendo figurare puntualmente l’acquisto dell’opera una volta che essa è stata già venduta. Cosa che per un’azienda non è legale, s’è un’azienda e non un’agenzia di mediazione.

      • Caro teoreco seguo questa serie di commenti principalmente per gli interventi altamente informati ed informativi di Cristiana, peró visto che continui a ripetere cose che sono tecnicamente errate mi permetto di farti notare che :
        – il contratto estimatorio (il cosí detto “in conto vendita”) è un contratto “tipico” del codice civile che vede ampia applicazione nell’eservizio del commercio (e quindi stiamo appunto parlando di “aziende” e non di agenzie di mediazione) e nulla ha a che vedere con la mediazione
        – premesso che, non so a che scuola tu ti riferisca ma un 5 – 9% di utile netto è tutt’altro che un risultato da rating AAA, (diverso discorso se ti riferisci ai dividendi distribuiti per azioni di aziende quotate in borsa), la differenza tra il costo (700mila nell’esempio) ed il ricavo (1000 nell’esempio) dedotta, nel nostro caso IVA e diritto di seguito è ben lungi dall’essere un “utile netto” non è neppure un utile lordo dato che occorrerà ancora dedurre la quota di costi specifici (trasporti, assicurazioni, guardianaggi) e quella di spese generali (locazioni, utenze, stipendi, oneri finanziari ecc. ecc.) e, giunti finalmente all’utile pre-tasse, dulcis in fundo, occorre calcolare e dedurre, appunto, le imposte sul reddito: ti accorgerai, a questo punto che quel vistoso 30% si è appunto ridotto al modesto 5-6%

        • …scusa, mi è “partito” il commento… dicevo si è ridotto al modesto 5-6% e spesso si è totalmente azzerato ed ha lasciato il posto ad un -x% (non dimenticare che non tutti i costi effettivamente sostenibili sono anche fiscalmente deducibili e questo comporta che le imposte sul reddito si calcolino non “sul reddito” ma su un “reddito fiscale” del tutto arbitrario e che comportino, a volte, l’azzeramento e adurittura il capovolgimento del risultato economico).

        • teoreco

          non so chi ti dica ste cose, ma sono vent’anni che faccio questo lavoro. pare con un discreto successo. pare.
          siccome sei noto per fare commenti oceanici, e le perle ai porci non si danno, direi che mi fermo qui. ma va da se che stai dicenco palanche di puttanate, nonostante la buona forma sintattica.

          • Caro teoreco tu son vent’anni che fai questo lavoro (immagino quello del gallerista), io ho fatto per ventisette anni la professione giuridico-fiscale e, sia pur un secolo fa, ho insegnato diritto commerciale, scienza della finanze (diritto fiscale)… poi se tu pensi che quelle che ho scritto sono “puttanate”, per me nessun problema, ciascuno ha diritto alle proprie convinzioni, anche se errate!

          • filippo

            guarda che ha ragione il signor Gerini…non so perchè tu ti ostini a dire che il modo di operare “mio” sia la non-norma o ti dilunghi nell’affermare cose errate che svelano una non conoscenza delle regole…..vorrei che provassi a competere sul palcoscenico internazionale con le braccia legate da tassazione elevatissima e vincolo dei 50 anni, poi mi dici…..

      • Filippo

        Evidentemente, senza offesa, I nostri mondi professionali sono completamente differenti e questo non lo capisci…per uno che sta nel mondo del 10 1 di guadagno e’ tanto, ma nel mio ambito professionale e’ purtroppo poco…..

      • Lorenzo Marras

        Teoreco , per chiarezza, Lei sta dicendo e mi corregga se fraintendo : le forme di contratto , come quello estimatorio (per carita’ validissimo sotto il profilo legale) , nascondono rapporti di lavoro subordinato , certo atipico, legate alla sia pure alla vendita (vendita puramente esteriore perche’ nasconde)
        Per intenderci : ti pago la tua parte solo se la tua opera “LAVORA” ovverossia se si incassa il prezzo.
        In effetti, la cosa è sottile e si presta a diverse sfumature, certo è che presenta dei risvolti di possibili livelli di sudditanza, perche’ a quanto ho capito io, la cassa la tiene la galleria nel senso che anziche’ favorire l’incontro tra proprietario e/o esecutore dell’opera ed il compratore , esperisce le trattative in primis.

        Riconosco la questione assai controversa e non definibile proprio alla leggera.

        Comunque Teoreco , quando si scrive qui bisogna anche non farsi prendere dalla rabbia per qualcuno che non la pensa come noi perche’ le situazioni non sono sempre le stesse. Glielo dico perche’ poi succede che si finisce per passare, a volte, anche dalla parte del torto e non fa certo piacere.
        saluti.

  • Gentile Curti,

    anche lei come gli altri, se si rifugia nella irreperibilità, mi fa pensare che non si senta pronta ad affrontare il mondo, rifugiandosi su internet, scrivendo comizi personali ed autoreferenziali.

    Io sono un semplice Presidente di un’Associazione Culturale, chiamata SerenArte, (in onore di una mia amica, Serena, morta sempre troppo presto), iscritta al n.2185 del Registro delle Libere Forme Associative del Comune di Bologna, con Codice Fiscale n. 91312250375.

    Essendo una Associazione Culturale no-profit, tutte le mostre fatte, sono state da me e dagli altri soci pagate in toto, ma in alcuni rari casi, abbiamo avuto qualche sala espositiva gratuitamente. Purtroppo, le entrate sono nulle o quasi, potendo noi solo accettare donazioni spontanee, ed i resoconti annuali, sono come da legge, depositati presso il suddetto Comune.

    Mi crede, che nonostante stia “curando” (si dice così, che fa figo) le celebrazioni a Bologna, per il 50esimo anniversario della scomparsa di Morandi, su incarico del Quartiere dove egli risiedeva e dove tuttora esiste la sua casa/museo (ovviamente quasi sempre chiusa, sebbene il restauro sia costato milioni di Euro), non ho ricevuto e non riceverò dalle Istituzioni, neanche un centesimo?

    Pertanto, per tagliare ancora più le spese, ma continuando ad organizzare mostre (maledetta passione..), abbiamo optato per la nostra “HomeGallery”, mostre in casa. Qualora volesse i links di tutto, sono più che disponibile ad inviarglieli, senza approfittare della visibilità che avrei postandoli sul forum.

    E Lei….chi è?

    Senza rancore, c’è di peggio nella vita, le assicuro.

    Eugenio Santoro

    [email protected]

    349 2901981

    • Cristiana Curti

      Io non sono nessuno, non si preoccupi di me. E sicuramente non mi nascondo, stia certo, ma non avendo nulla per cui essere “reperita”, non vedo proprio come potrei fare per accontentare la Sua curiosità. La ringrazio per la Sua cortese risposta. I miei “comizi” (“personali” e “autoreferenziali”, ma che vuol dire? dovrei forse parlare di quello che non conosco? Ma che dice? Se ne rende conto?) in queste note sono sempre più rari, non si preoccupi. Piuttosto è Lei che impazza, avendone naturalmente la facoltà, ci mancherebbe.
      Ma è del tutto evidente che non ha capito la mia domanda. Ed è per questo che, sentendosi sempre attaccato personalmente, procede nel ritenere gli altri commentatori indegni di competere con Lei e le Sue argomentazioni. Spesso poco chiare, del resto. Buona fortuna, davvero, per la Sua meritevole attività.

      • Cara Cristiana, hai profondamente ragione e la tua domanda, non compresa, è rimasta totalmente inevasa. Innanzi tutto vi è da notare che (e non mi riferisco al caso di specie di cui non intendo parlare sia perchè non lo conosco sia perchè non m’interessa come credo poco interessi alla discussione) non tutte le “associazioni senza fine di lucro” sono effettivamente tali ma, a prescindere, la domanda era : questi enti come si comportano nei confronti degli artisti? Si fanno “prestare” le opere? E nel caso (del resto improbabile) che vi siano “visitatori” interessati ad acquistarle che fanno? Si limitano a dare al possibile acquirente l’indirizzo dell’artista o della sua “galleria” di riferimento ed a ricevere un cortese “grazie, molto gentile”? Sollecitano una congrua “elargizione spontanea” nei confronti dell’associazione?
        Ció che incuriosisce (insospettisce?) è la proliferazione di tali “attività senza fini di lucro” tutti “appassionati” che campano d’altro quelli che se ne occupano dedicando as esse non poco del loro tempo? E di che altro campano? Ok ma queste due ultime domande esulano dal tema e le si abbiano come non poste!

        • Cristiana Curti

          Caro Luciano, hai inteso perfettamente. Senza discutere intorno alla passione (che presumo sempre sincera, a meno di smentita), anch’io mi pongo queste domande. Anch’esse figlie, però, dell’assurda colpevolizzazione, perpetrata non solo dal burocrate ma anche dalla gente comune, nei confronti del circuito economico dell’arte. Nulla è di per sé cattivo, se le regole sono rispettate e non si ledono i diritti di qualcuno, sfruttandone l’opera. Ciò valga per tutti gli attori della transazione: artisti come galleristi, privato come pubblico. Ti ringrazio sempre per la tua partecipe attenzione.

  • filippo

    @cristiana….la cancellazione della notifica non gli passa nemmeno per l’anticamera della testa…lo hanno già detto…al massimo si parla di aumentare il periodo da 50 a 75 anni, ma tra dire e il fare…per quanto riguarda gli artisti che hai citato sironi, carrà…sinceramente (ma veramente) mi piange il cuore ma non hanno mercato all’estero, forse nella svizzera italiana al massimo….purtroppo è la moda, c’è “la fila” per bonalumi e castellani (mah…) ma per artisti come medardo rosso o arturo martini silenzio……penso che la notifica di artisti come dadamaino-la notofica per gli artisti della seconda metà del 900 riguarda solamente fontana-burri-manzoni-afro-vedova-marini, per gli altri c’è molto meno rischio, fidati….hai molte più probabilità che ti notifichino un de chirico degli anni 40 che un dipinto barocco di fontana….

    • Cristiana Curti

      Caro Filippo è solo una questione di tempo e di… mercato. Secondo te, come mai le notifiche ora toccano artisti (come Afro, ad esempio, o Vedova) che sino a trent’anni (20) fa nessuno avrebbe immaginato sarebbero stati d’interesse per lo Stato italiano? Perché hanno avuto notorietà all’estero, hanno lavorato (e venduto) all’estero e le loro quotazioni sono salite sino a farli assurgere agli onori delle cronache.
      Per assurdo c’è quasi da sperare che Castellani non sbanchi troppo sulle piazze di Londra e NY (roba da matti…, ma è così e non ha senso), perché ci metteranno gli occhi sopra al momento opportuno (questione di tempo, come dicevo, mi saprai dire tu fra qualche anno). L’esempio di Dadamaino è una provocazione, ma non troppo audace. E’ forse Dadamaino meno “tutelabile” scientificamente, se il provvedimento di notifica è – come dovrebbe nelle intenzioni – solo un provvedimento a carattere critico/scientifico – di una qualsiasi “cavalleriaccia sul mare” degli anni ’50/’60 di De Chirico?

      Per Martini e Sironi (il padre della nostra astrazione, lo dico e lo ripeto: per me, uno dei più grandi della prima metà del Novecento, se non forse il più grande addirittura) è solo per questioni storico-politiche (la loro insistenza in un periodo storico, il ventennio fascista, che all’estero è considerato pernicioso anche per l’arte – concetto erratissimo) che non è noto all’estero, non è solo una questione di mode (le mode si mantengono, se si ha la forza di forza di sostenerle: è mai passato Otto Dix di moda?); benché un primo saggio di “gradimento” in USA suscitò qualche interesse e alcuni studiosi stanno iniziando ad accorgersi di lui. Ma dove lo studieranno? Sulle centinaia di falsi, sui cataloghi degli anni ’40 o ’60 (perché le opere storiche sono ben chiuse nelle case private, timorose di uscirne), sulle poche tele acquisite dai Musei sotto la magnifica Palma Bucarelli? Eredi e speculatori che non hanno (una parte di essi) saputo o voluto tutelarne l’opera completarono poi la cattiva sorte di questo gigante della storia dell’arte italiana.

      Non abbiamo neppure – se non in rarissimo casi, come per Morandi, ma stiamo provando a smontare anche questa certezza, da perfetti folli quali siamo – la tradizione dei Cataloghi ragionati dell’opera, solo raramente e con fatica organizzati attrverso archivi da sondare e da verificare. Non è un caso se Fontana o Vedova vendono all’estero (e quindi subiscono in Patria le prime notifiche importanti): la loro opera è ben tutelata (NON dallo Stato, ma da Archivi seri). Tancredi subirà una sorte incerta. Destinato a essere grandissimo e internazionale, avrà un ricambio delle proprietà quando sarà già in pericolo di notifica, e i passaggi avverranno quindi segretamente. Fra le opere migliori, tuttavia, molte sono da Peggy, per fortuna nostra. Ma le altre? Quale museo italiano le comprò quando poteva? Quale le compra ora nelle aste pubbliche? Quale privato rischia una notifica per prestare un preziosissimo Tancredi del ’57 fuori d’Italia e favorire così una mostra straordinaria e completa a Parigi, New York o Tokyo che ne celebri la grandezza (e faccia conoscere le origini della nostra grande astrazione)?

      Il provvedimento di notifica è anti-costituzionale e cozza (non superficialmente ma intimamente, ontologicamente) con gli intenti non solo del trattato di Maastricht e con tutta la summa delle proposizioni dell’Europa Unita, ma anche con il diritto inalienabile della libera circolazione delle idee e delle opere dell’intelletto non solo in Europa (ALMENO!) ma anche del resto del mondo.
      Che nel 2012 esista ancora un unico Paese (e non parlo della Grecia, dell’Irak o della Cambogia che subiscono ancora sistematiche razzie del proprio patrimonio archeologico direttamente dai siti o dai musei e che hanno una necessità disperata di arrestare la diaspora dei propri tesori…) che impedisca o ostacoli la circolazione delle opere di arte moderna e contemporanea (perché ci sono balzelli anche per l’esportazione di quest’ultima, unici al mondo, possiamo vantarci anche di questa magnifica pensata) ha dell’incredibile.

      Il collezionista compra e il pubblico apprezza e conosce Gerard Richter perché RICONOSCE la continuità della cultura tedesca del ‘900 da Feininger a Weisher. Chi si accorgerà che la medesima continuità concettuale e poetica passa da De Pisis a Frangi (ad esempio) con una tensione e una ricerca profondissime? Se ci sarà uno iato fra l’arte del XIX secolo e quella del XXI, possiamo salutare i sogni di gloria dell’arte contemporanea italiana (e non parlo solo di pittura). E’ per questo che vedo strettamente correlato il fenomeno della nostra inesistenza attuale nei confronti del mondo con quello della sparizione nelle mostre e nelle aste internazionali della nostra arte del ‘900. Se l’Arte Povera presto verrà bloccata (le opere maggiori di Merz sono degli anni ’70, fra poco saranno “in pericolo”…), che ne sarà di buoni artisti come, ad esempio, Letizia Cariello (solo per fare un nome fra i molti che meriterebbero di essere citati)?

      Una class action ben articolata potrebbe fare qualcosa, ci penso da qualche tempo.
      La tutela “vera” dello Stato deve appuntarsi per ciò che si riferisce alla conservazione e alla promozione dei nostri beni e della nostra cultura. Non al loro seppellimento o al loro servaggio in esposizioni da “circo”, come il prestito dell’auriga di Mozia alle olimpiadi di Londra, tanto per “fare scena”, giusto per citare l’ultima bella impresa di un Ministero dedito solo ai colpi di scena.

      Abbiamo già ricevuto numerose segnalazioni d’incostituzionalità da parte delle corti europee in relazione ai contenuti delle leggi di notifica, ma ce ne freghiamo come se facessimo parte di un altro mondo. Mentre siamo proni a un europeismo di facciata fatto solo di finanza pericolosa e di una moneta che è stata imposta senza un vero progetto politico e che ora, che non possiamo più farne a meno, traballa.
      Se le barriere dei confini non devono esistere per merci come le automobili o i giocattoli, perché devono sussistere per l’arte, che confini non dovrebbe avere per antonomasia?

      • filippo

        Cara Cristiana, sono perfettamente d’accordo con te su tutto e su tutta la linea!!! se hai l’occasione di sfogliare i cataloghi dell’impressionist and modern sale come non puoi pensare che un capolavoro come “l’Allieva” di Sironi o un magnifico Antonio Donghi (artista da me prediletto…una bella mostra donghi/rousseau, no?!) possano fare una figura eccelsa e un ottimo risultato? e’ difficile oggigiorno che ti notificho vedova (se proprio non sei così sprovveduto da presentarlo alla sovrintendenza di venezia..) e afro per un semplice motivo: ho avuto modo di constatare con i miei occhi come la preparazione e la capacità di saper guardare e giudicare si fermi al massimo ai de chirico o ai morandi degli anni 40….si fanno prendere dai sacri furori per un dipinto del 1600 ma un morandi degli anni 50 lo giudicano di non fondamentale importanza per il patrimonio artistico…(che detto tra noi hai molta più facilità a vendere un morandi degli anni 50 o tardi ’40 che uno degli anni 30..)…se fossi kounellis, pistoletto o castellani toccherei ferro…vivi e vegeti ma le loro opere iniziali considerate alla stregua di un boccioni o di un boldini, fai tu….ma sono mode del momento (ti ricordi la tancredite di tre anni fa dopo il risultato dell’asta Christie’s?); quest’estate a Basilea le richieste erano Castellani-Bonalumi-Dadamaino (tridente di riserva per Fontana-Burri-Manzoni? io non penso proprio), aspettiamo due -tre anni, ma proprio non mi ci vedo una sovrintendente che si strappa le vesti per Castellani o Dadamaino, davvero…nemmeno se ti presenti con un valore dichiarato di € 1.000.000 per un dipinto 100 x 80 degli anni 60…

        capitolo artisti contemporanei..purtroppo lasciamo stare….se il mercato la fa da padrone e non si compiono scelte oculate assitiamo alla deriva della qualità…

        • Cristiana Curti

          Quindi, caro Filippo, bisogna confidare nell’insipienza dei burocrati… vorrei che fosse così, ma non sarà. L’attrazione verso il “nome” noto è troppo forte. E la notorietà, purtroppo (devo dire) è costituita, nel XX come nel XXI secolo solo dal mercato: la circolazione ufficiale delle opere comprate e vendute anche in galleria. Cosa sarebbe Hirst senza Saatchi (anche se da sé era già un ottimo rappresentante e critico del nuovo movimento artistico di cui faceva parte insieme ad altri)?
          E, del resto: quante mostre di caratura della nostra arte del ‘900 (tutto e non solo della Transavanguardia) sono ospitate nei maggiori musei del globo (e quante invece di “scartini stranieri” ospitiamo invece noi con le fanfare che squillano a pieni polmoni)? Sono pochi i Musei italiani che si possono permettere di coagulare le propulsioni (intellettuali ed economiche) necessarie per diffondere la nostra cultura artistica all’estero.
          E comunque conosco bene diversi Morandi degli anni ’50 già notificati, il che – ripeto – non depone a favore dei prestiti privati per mostre fuori confine.
          Ma è anche vero il caso che citi relativamente alla possibilità che l’attrazione fatale della notifica si riferisca a un oscuro “Masolaccio da Dirimpetto” piuttosto che su un grande. Più facile farsi belli con una trouvaille del ‘400 ignota a tutti e che può essere “inventata” lì per lì quale pietra migliare della storia dell’arte. Con i miei occhi lessi incredibili richieste di notifica per reperti archeologici di territori del Mediterraneo orientale, pezzacci crostosi assolutamente falsi, compilati da sedicenti esperti della Soprintendenza in attesa di passare di grado. Eppure abbiamo straordinari archeologi ed esperti del mondo antico! Perché le valutazioni di notifica non sono eseguite da loro (così come da storici dell’arte extra-soprintendenze dovrebbero essere compilate quelle per l’arte visiva dal ‘300 ai nostri giorni)? La storia ormai notissima del cristino in tiglio pseudo-michelangiolesco insegna tristemente le cantonate colossali che i burocrati prendono a cuor leggero ponendoci alla berlina del mondo senza neppure il rischio di perdere il proprio posto (figuriamoci!).
          E’ il mercato (il suo timore) che ha provocato tutto ciò, anche l’acquisizione a suon di milioni sentita come irrinunciabile di un’opera di bottega del ‘500 forzata con troppa sollecitudine nella mano del toscano forse più famoso al mondo. Sentito, il mercato, come la dannazione che “quantifica diabolicamente” ciò che non può avere prezzo (dimenticando che un prezzo non costituisce MAI l’intrinseco valore artistico – o tantomeno storico – di un’opera, ma solo un suo attributo incidentale funzionale al suo naturale “movimento”), non è visto come l’opportunità giusta e sana (se ufficiale) di far conoscere un artista nostrano (o un frammento della nostra storia culturale) al mondo intero.
          E bene vidi qualche anno fa l’espressione di stupore meravigliato dei Francesi (proprio loro) al Grand Palais di fronte alla “tua” Allieva e poco più in là il Giocoliere di Donghi o Beethoven di Casorati e gli Zingari di Campigli e ancora poco più avanti la Donna che nuota sott’acqua di Martini… una sola volta e poi più nulla.
          Tuttavia, poiché di fatto il mercato e la circolazione internazionali dell’arte italiana stanno velocemente perdendo di peso e di sostanza (le opere importanti sono vendute a trattativa privata, il che è lecito – e ci mancherebbe pure! – sempre che si rispettino le regole fiscali della transazione), possiamo stare abbastanza tranquilli: un oscuro delegato d’ufficio non sarà in grado più di limarsi i denti su Capogrossi, Kounellis o Pistoletto, se non verrà aggiornato dai cataloghi d’asta.
          Ma magari, chissà, tra cinquant’anni vedremo (altri vedranno) un “Vezzoli” notificato (sarebbe da ridere)… la “moda” (come la chiami tu) può qualsiasi cosa. Del resto un ottimo Chighine non rischia ancora di essere inceppato, mentre un Afro mediocre sì.
          E’ possibile, quindi, che i Guccione (che piacciono tanto a taluni esponenti della borghesia italica e in parte europea per quell’aurea di mistica classicità e “naturalismo metafisico” che li compenetra e caratterizza) un giorno non lontano possano essere messi sotto osservazione dall’Ufficio notifiche. Allora sarà assai difficile per il Maestro (a cui si augura lunghissima e proficua vita) sostenere una cartella tributaria risibile come quella denunciata in questa nota. Vedi, certe volte, il caso come potrebbe essere beffardo?
          Ed è anche possibile che io dipinga scenari apocalittici e irreali, ma di certo mai avrei immaginato solo vent’anni fa che le Italian Sales si sarebbero spopolate così in fretta dopo le prime scoppiettanti battute. E che sarebbero potute procedere quasi solo su lotti relativamente recenti, come se la nostra arte migliore della prima metà del Novecento non avesse più diritto di competere con quella del resto d’Europa del medesimo periodo.
          Talché, il nostro Contemporaneo di oggi (salvo quello che già ora è sviluppato fuori Patria e che non è affatto detto sia il migliore) soffrirà di rincalzo per questa disastrosa elusione della nostra arte visiva appena passata.
          Ma ho paura di essermi sin troppo dilungata su questo tema e di avere annoiato più d’uno. Chiedo scusa. Meno male che, chi vuole, può saltarmi beatamente. Non vorrei parere d’essere troppo “autoreferenziale”…

          • Filippo

            Cara cristiana, la tua e’ una disamina lucidissima. Gli italiani sono purtroppo maestri nell’osannare gli artisti stranieri e denigrare la nostra arte. Per fortuna che alcuni artisti della prima meta’ del 900 sono ancora apprezzati all’estero (de chirico, modigliani, boccioni, balla, severini, morandi, rosso)….sta a noi capire che i restanti purtroppo hanno mercato (poco) in italia…ma sono le mode ed i momenti storici. Sono convinto che per loro ci possa essere un mercato tra venti anni nell’antiquariato,bisogna solo che passi del tempo…cmq non disperare che le prossime Italian sales avranno lo storico….e poi sono cmq le case d’asta che per assurdo dettano-si adeguano al mercato…

          • Angelov

            Cara Cristiana, leggo sempre con grande interesse i tuoi commenti, e spero che lo siano, anche da “chi di dovere”; poiché sono certo che nell’ambito della burocrazia, tante idiosincrasie o comportamenti incomprensibili, se visti dall’esterno, dipendano di fatto da una mancanza di conoscenza specifica e approfondita dei fatti; e che i tuoi contributi pubblici (scritti e commenti) possono servire a far smuovere di quel poco necessario, ed anche a chiarire definitivamente, ammesso che ci sia una minima volontà di fare il bene comune, da parte sempre di “chi di dovere”, eventualmente in ascolto.
            Ed anche se non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, ed a volte ti rivolgi ad un pubblico ufficiale, per esprimergli un parere o consiglio, e ti senti rispondere che la cosa è di sua competenza, e non ti riguarda, sono certo che il tempo darà ragione a chi saprà utilizzare gli strumenti culturali legali, legittimi ed adeguati, fino in fondo.

  • Stavo seguendo le vostre discussioni e dal momento che opero nel settore della comunicazione e ideo programmi televisivi ho uno spazio in diretta elo lasciavo libero per trovare persone preparate per quanto riguardava il problema dell’arte contemporane,il suo mercato e tutto quello che avete esposto qui. se avete voglia vorrei invitarvi e farne una diretta essa è già stata sponsorizzata e sareste ospiti gratuiti.
    “pensateci”
    martinelli-art
    Cecilia Martinelli