Ecco perché dal 1 settembre (non) chiuderà a Siena il Santa Maria della Scala. Finiti i soldi, città commissariata e dopo le Papesse addio ad un altro simbolico spazio espositivo. E così la Regione si piglia tutto

Il nuvolone di gran casino che dallo scorso giugno aleggia sul Comune di Siena inizia a mietere le prime vittime. L’arrivo del commissario governativo dopo la caduta della giunta guidata da Franco Ceccuzzi ha portato nella città del Palio pragmatismo e attenzione assoluta per i freddi numeri. Il commissario – d’altronde sta lì apposta – […]

A sinistra il Santa Maria della Scala, a Siena
A sinistra il Santa Maria della Scala, a Siena

Il nuvolone di gran casino che dallo scorso giugno aleggia sul Comune di Siena inizia a mietere le prime vittime. L’arrivo del commissario governativo dopo la caduta della giunta guidata da Franco Ceccuzzi ha portato nella città del Palio pragmatismo e attenzione assoluta per i freddi numeri. Il commissario – d’altronde sta lì apposta – non guarda tanto per il sottile: servono 800mila euro per rinnovare la convenzione – troppe volte prorogata – con la società che gestisce la guardiania del Santa Maria della Scala? Gli 800mila non si possono trovare? Perfetto: si chiude il museo.
Poco importa, al commissario, del danno di immagine, del fatto che Siena stia correndo per diventare Capitale Europea della Cultura nel 2019 e che questa candidatura appoggi proprio su quello strategico spazio espositivo. Poco importa, soprattutto, del processo avviato dall’ex Sindaco (assieme all’assessore alla cultura Lucia Cresti ed all’architetto Andrea Milani) per cambiare la governance di di questa “istituzione speciale” trasformandola in “fondazione” e, dunque, accogliendo i privati (qui senza le proteste dei soliti bellimbusti, si veda il caso-Brera di questi giorni) e aprendo l’azionariato il più possibile.
Nominato in documenti ufficiali fin dall’anno Mille, il Santa Maria della Scala, uno degli ospedali più importanti dell’Italia medievale era partito negli anni Novanta con ambizioni clamorose. “Abbiamo a disposizione la stessa cubatura del Centre Pompidou di Parigi” non si faceva che ripetere a Siena in quegli anni. La megalomania da una parte e il terrificante momento che stanno passando le istituzioni finanziarie della città (leggasi Fondazione Monte dei Paschi) dall’altra hanno fatto il resto: le campagne di recupero sono andate avanti molto lentamente e ad oggi una grande percentuale degli spazi risultano ancora da recuperare. Nonostante ciò il Santa Maria molto ha dato alla città e molti sono i contenuti che dal 1 settembre rimarranno dietro ai portoni temporaneamente chiusi: non tanto le mostre, che a causa dei problemi economici erano ultimamente molto scemate (lontanissimi i fasti del grandioso evento su Duccio di Buoninsegna ad esempio, peraltro finanziato con moltissimi finanziamenti privati), quanto il Museo Archeologico, la Sala del Pellegrinaio, il Santuario di Santa Caterina della Notte, la Società di Esecutori di Pie Disposizioni, i moderni spazi espositivi di Palazzo Squarcialupi. Il Santa Maria è una città nella città (con tanto di strade interne, difatti) all’interno della quale, il futuro, era anche previsto il trasferimento della Pinacoteca Nazionale, altro gioiello culturale senese relegato in spazi inadeguati.
Come evolverà la situazione è complicato a dirsi. Il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, ha promesso che la cosa è alla sua attenzione. Ha giurato di aver trovato un po’ di soldi del Monte dei Paschi e che altrettanti li metterà la Regione. Ma è un pannicello caldo in attesa di misure strutturali, magari servirà a scongiurare l’onta della chiusura, ma per rimettersi in carreggiata occorre una visione nuova che solo la (buona) politica può dare. E per le elezioni, a Siena, manca quasi un anno. Proprio per questo (“la regione non è un bancomat, se diamo dei soldi vogliamo contare” ha detto Rossi) la Regione potrebbe sostituirsi in toto al Comune – che non c’è – attuando una mutazione genetica nell’istituzione, che diventerebbe “quasi-regionale”.
Altre curiosità? Almeno due: la chiusura si consumerà proprio nei giorni in cui la Piazza del Duomo (dove il Santa Maria della Scala affaccia) è percorsa dalle centinaia di visitatori vogliosi di ammirare i pavimenti della cattedrale eccezionalmente scoperti. E poi c’è l’arte contemporanea, come al solito sempre “avanti”: SMS Contemporanea, infatti, aveva anticipato tutti ed aveva chiuso già oltre un anno fa…

  • Angelov

    Questa è una delle ragioni per cui è stato deciso di scoprire finalmente al pubblico il pavimento del Duomo.
    Per chi crede ancora in quell’Immaginario, che ha ispirato la realizzazione di quest’opera, forse la Città, al di la di un ritorno economico, cerca una forma di protezione contro delle forze, che se fossero state attive, come lo sono oggi, ma nel ‘400 e nel ‘500, avrebbero decisamente tentato di impedire il Rinascimento stesso.

    • luise

      è dal 1997 che tutti gli anni si scopre tutto il pavimento da fine ago. a fine ott. – l’unica ‘novità’ di quest’ano è il battage pubblicitario organizzato dal gestore privato degli ambienti del Duomo, opera lab fiorentini/ civita, che dall’anno scorso ha preso la gestione.

  • appello

    Segnalo ai lettori e alla redazione che sta circolando un appello contro la chiusura del Santa Maria della Scala posto all’attenzione del Commissario del Governo. Il testo e la lista dei firmatari sono consultabili qui link http://www.ilcittadinoonline.it/news/151822/Un_appello_per_il_Santa_Maria_della_Scala.html

    Per adesioni scrivete a [email protected]

  • Fabio

    Gli unici bellimbusti che vedo sono coloro che hanno portato al (quasi) fallimento del Monte dei Paschi di Siena e al suo salvataggio, pagato da tutti noi, attraverso la “statalizzazione” o “nazionalizzazione”. Non è per cinismo, ma i senesi sono più preoccupati dei loro risparmi di una vita che del destino di Santa Maria della Scala. Bisogna avere il coraggio di guardare in faccia alla realtà, non nascondersi dietro il dito della retorica culturalista, rendersi conto che i soldi sono finiti e che queste (fantomatiche) fondazioni di cui pontificate rischiano di diventare delle scatole vuote (perché senza soldi). Tutti questi privati che vedete all’orizzonte, quando c’erano le vacche grasse, sono stati maggiormente impegnati a eludere soldi allo Stato che non a sostenere la cultura (altrimenti non si spiegano i 120 miliardi di evasione annua). E ora che l’Italia è in crisi nera, queste torme di mecenati non le vedo proprio. Sulla Pinacoteca di Brera saranno i fatti e il tempo a raccontare la realtà … (speriamo non troppo triste).