Torna a Bologna la cernita di Videoart Yearbook, con Arte Boccanera e VisualContainer. Qualche nome? Silvia Camporesi, Marcella Vanzo e Nicola Genovese. E un omaggio a Diego Zuelli

Videoart Yearbook, anno 2012, edizione numero 7: ormai è un’Istituzione l’annuario di videoarte italiana, promosso dal Dipartimento delle Arti Visive e dalla Scuola di Specializzazione in Beni Storici Artistici dell’Università di Bologna. Lo storico team, composto da Renato Barilli, Guido Bartorelli, Alessandra Borgogelli, Paolo Granata, Silvia Grandi e Fabiola Naldi, viene affiancato ogni anno da […]

Diego Zuelli, Meccaniche terrestri - 2012, HD video

Videoart Yearbook, anno 2012, edizione numero 7: ormai è un’Istituzione l’annuario di videoarte italiana, promosso dal Dipartimento delle Arti Visive e dalla Scuola di Specializzazione in Beni Storici Artistici dell’Università di Bologna. Lo storico team, composto da Renato Barilli, Guido Bartorelli, Alessandra Borgogelli, Paolo Granata, Silvia Grandi e Fabiola Naldi, viene affiancato ogni anno da partner-testimonial di prestigio, chiamati a rappresentare l’evento, ma anche a fornire brevi campionature dei loro video-archivi. C’erano già stati, a ricoprire questo ruolo, Patrizia Sandretto Re Rebaudengo e a Mario Gorni di Care of. Quest’anno, invece, la scelta è caduta su Giorgia Lucchi, direttrice della galleria Arte Boccanera di Trento, a cui si deve l’ideazione del progetto “On Videos for hours and hours”, dedicato alle ultime tendenze della videoarte nazionale ed internazionale.
A offrire una porzione della sua raccolta di video è invece la video-piattaforma “VisualContainer”, impegnata in un lavoro di promozione e distribuzione di opere di video arte italiana, anche oltre confine: il materiale si vede a Bologna, alle 18 dell’11 luglio, durante uno screening nel Chiostro di Santa Cristina. Dopo l’omaggio monografico a Diego Zuelli, ancora proiezioni, stavolta spostandosi in Aula Magna, dove tra le 21 e le 23 saranno passate in rassegna le trenta opere selezionate dal comitato di Videoart Yearbook.
Boccanera, in quanto co-producer, avrà modo di ospitare l’evento più in là: chi non ci sarà per l’appuntamento bolognese, avrà una buona occasione per recuperare e godersi l’intero palinsesto. Tra gli artisti scelti quest’anno: Botto & Bruno, Enrico Bressan, Federica Bruni, Silvia Camporesi, Audrey Coïaniz, Stefano D’odorico, Samuel Fortunato, Nicola Genovese, Antonio Guiotto, Luca Matti, Laurina Paperina, Gabriele Picco, Marcella Vanzo.

– Helga Marsala

www.videoartyearbook.it

  • Leo

    Trovo di cattivo gusto e pessimo dal punto di vista giornalistico che non siano menzionati tutti gli artisti selezionati. Si tratta di un piccolo sintomo della situazione dell’arte contemporanea: anche quando curatori e addetti ai lavori si impegnano in un gran lavoro di scavo, di ricerca, di scoperta, poi nelle vetrine giornalistiche e specialistiche tutto si riduce al solito name dropping, alle lista di riconferma dell’esistente, come se ci fosse bisogno di farsi consolare con ciò che è già noto, e ci fosse un’angoscia per l’assedio del nuovo. La “specializzazione” delle riviste e siti “specializzati” si esprime spesso nella pura riconferma di “ciò che si conosce già”: è un’idea perversa di specializzazione, una mancanza di informazione, un comportamento che coincide con la pura mondanità.
    Fateci caso: i curatori di questa rassegna di video hanno fatto una selezione di artisti, ma poi arriva la rivista/sito specializzata che, nel dare l’informazione, compie un atto di “sovra-curatela”, sovra-selezionando, tra gli artisti, quelli da nominare e quelli da non nominare nell’articolo…

  • Leo

    Vale a dire che Helga Marsala, l’autrice dell’articolo, si pone qui come iper-curatrice della rassegna di cui dovrebbe dare conto, decidendo lei quali artisti sono degni di essere menzionati e quali no, con buona pace dei curatori che hanno speso tempo energie e intelligenze a selezionare tra una grande mole di lavori e senza pregiudizi di pescare solo fra i nomi già noti.

  • francesco sala

    ok, riassumo io il succo del discorso:
    non ti hanno citato.
    vabbé: facciamo un’errata corrige e mettiamo il tuo nome in grassetto, così sei contento. non farla tanto lunga!

  • christian caliandro

    mah, credo che leo abbia perfettamente ragione.

  • Semplicemente erano 41 autori, tra videoart yearbook, VisualContainer e Zuelli. E a maggior ragione in una news breve si fa una selezione, non potendo occupare mezzo testo con un muro di nomi. E’ indicato infatti che si tratta di qualche nome tra tutti. Poi ci sono i link appositi per tutte le altre informazioni.

  • Leo

    Puoi fare satira finché vuoi, ma la citazione dei nomi degli artisti è il primo dovere dell’informazione giornalistica, in un ambiente dove ciò è vitale per gli artisti stessi e per i curatori che si sono dati da fare a portare alla luce i loro lavori e si sono esposti scommettendo su qualcosa che non dava in partenza pre-garanzie di valore.
    Sei padronissimo di liquidare la mia riflessione come un “farla lunga” o un sarcastico e gratuito “non ti hanno citato”, ma se sei intellettualmente onesto non puoi non riconoscere che è una questione cruciale, viste le regole del gioco” stesse che l’arte si è scelta nella contemporaneità.
    Se vogliamo essere paradossali, in teoria quando dei curatori fanno ricerca, chi fa informazione dovrebbe mettere in evidenza gli sconosciuti, più che i già noti. E questo lo dico in generale, lasciando perdere questo piccolo caso e ampliando il discorso a tutte le mostre collettive, tutte le rassegne grandi e piccole. Dove sta la proposta culturale più forte dei curatori, se non nel portare alla luce lavori e nomi poco noti? Sarà o non sarà questo, più interessante della riconferma di artisti già riconosciuti come validi? Pensaci bene.
    Ripeto: sei libero di fare della satira su queste mie considerazioni liquidandole come pure rimostranze di frustrazione personale (è la cosa più facile del mondo: qualunque discorso può essere sbeffeggiato insinuando sospetti di interesse personale), oppure puoi pensarci su e prenderle un minimo sul serio, anche per la tua attività futura. Saluti.

  • Leo

    La mia ultima risposta era per Francesco Sala.

  • Ma scusate, fatemi capire: diamo ormai per assunto quindi che una rassegna, o una mostra, esiste SOLO per quello che ne passa attraverso i media? Credo sia una follia, dovuta al caldo probabilmente. Videoart yearbook sta lì, con tutti i suoi 41 nomi, e soprattutto con le corrispondenti – credo – 41 opere
    E in tutto questo cosa incide se il media X (escludendo di fare l’elenco totale, per quello ci sono altri strumenti) fra questi ne segnala diciamo 6, il media Y altri 8, il media Z magari solo un paio, dicendo chiaramente che si tratta solo di alcuni dei partecipanti?
    Allora ogni recensione, o scritto di qualsiasi tipo, che parli – per fare un esempio – della Biennale di Venezia, escludendo che in ogni occasione uno si ricopi il lunghissimo indice degli artisti, sarebbe viziato?????

  • Leo

    @ Massimo Mattioli
    Nessuno sostiene quello che dici tu, e cioè che le cose esistano solo nei media. Di conseguenza, il tuo giudizio di “follia” si applica a qualcosa che non esiste, perché quell’affermazione te la sei inventata tu, io non l’ho mica fatta.
    Il mio rilievo è questo: a mio parere una rivista specializzata dovrebbe dimostrare la sua “specializzazione” non tanto nel riconoscere il già noto, ma nel mettere in evidenza il nuovo. E dovrebbe avere rispetto per tutti gli artisti, ma soprattutto per il lavoro dei curatori che hanno cercato e anche un po’ rischiato, nello scegliere qualcosa che andasse al di là di una serie di bravi e già riconosciuti artisti di valore. Tutto qui.
    Quanto alla tua ultima domanda, se hai letto bene i miei commenti, proponevo un criterio forse paradossale, ma secondo me interessante. A una Biennale o altra rassegna importante, per “assurdo” (o per “follia”, se preferisci) bisognerebbe dare evidenza critica e giornalistica agli sconosciuti, più che ai celebri e ai noti. Chiaro, la mia è un po’ una provocazione, o meglio una proposta di riflessione un po’ oziosa, in questo caso, perché è generica, ma forse può farci riflettere su come veniamo informati in generale, nell’arte e anche in altri ambiti: si punta sempre sul già conosciuto, che fa da punta dell’iceberg. Mentre, a mio parere, la sostanza più rischiosa e meritoria del lavoro culturale, in questo caso di un curatore di mostre d’arte collettive, è aver fatto ricerca fra gli sconosciuti e i poco noti. Non credi? Ti sembra una considerazione “folle” o dovuta al caldo?

  • Leo

    @Helga Marsala
    Il “muro” di nomi, oltre a occupare tre o quattro righette in più nel comunicato, avrebbe dato al lettore la misura anche grafica, visivamente quantitativa, del lavoro di ricerca fatto dai curatori.
    Io lettore e visitatore posso leggere un comunicato e dire: “ah, ci sono questi artisti in mostra, li conosco più o meno tutti, perciò la mostra mi interessa / non mi interessa”.
    Oppure, posso dire: “ma guarda, non ci sono soltanto artisti già conosciuti, guarda quanta gente nuova / poco nota. Voglio proprio andare a vedere che cosa hanno tirato fuori di nuovo i curatori”.
    Capisci? Il vostro lavoro di informazione è importante anche in questo, nel dare la misura della sostanza del lavoro fatto dagli addetti ai lavori. Se volete, tenetene conto in futuro.

  • urrutigoechea

    OK Leo, anche io li ho visti, erano degli omini verdi con i piedi rossi
    Poi è arrivato un enorme topo alto 40 metri e li ha spazzati via con un soffio
    Giuro, ho visto tutto pure io