Le riviste d’arte chiudono? Forse non è sempre un dramma. Riflessioni a margine della vicenda Tribeart. Nessuno tocchi i giornali, purché si reggano sulle proprie gambe

Tempi duri per l’editoria culturale italiana. Lo spettacolo disarmante dell’attuale crollo economico, politico, morale, quasi ci ha assuefatti al trend. Chiuso per crisi: ritornello tragico che bene illustra il progressivo bollettino di guerra. Il Paese viene giù, pezzo dopo pezzo, senza nemmeno troppo clamore: musei, teatri, fabbriche, aziende, negozi… E a chiudere, naturalmente, sono pure […]

Tempi duri per l’editoria culturale italiana. Lo spettacolo disarmante dell’attuale crollo economico, politico, morale, quasi ci ha assuefatti al trend. Chiuso per crisi: ritornello tragico che bene illustra il progressivo bollettino di guerra. Il Paese viene giù, pezzo dopo pezzo, senza nemmeno troppo clamore: musei, teatri, fabbriche, aziende, negozi… E a chiudere, naturalmente, sono pure i giornali. Quelli di settore, soprattutto; quelli per gli addetti ai lavori dell’arte e della cultura, in primis.
Arriva adesso da Catania una notizia che dispiace. Tribeart, noto art magazine cartaceo con diffusione regionale (8000 copie, per qualche decina di point), diretto da Vanessa Viscogliosi e Alessandro Fangano, comunica la sospensione delle attività per mancanza di fondi. E non è chiaro se di morte conclamata si tratti o di uno stato di standby. Peccato. Quando una testata si spegne è sempre un fatto triste.
Ma, fuor di retorica, la questione è una: il sistema può ancora permettersi di tenere in vita decine di riviste di nicchia che, di fatto, non producono economia, non riescono a sostenersi, non arrivano a pagare una redazione, non hanno orizzonti di sviluppo e spesso restano incastrate dentro una certa autoreferenzialità? Piccole realtà che – fatti salvi certi gioiellini ancora capaci di sperimentare, nonché di creare micro-sistemi virtuosi – magari non forniscono nemmeno un significativo valore aggiunto dal punto di vista dei linguaggi e dei contenuti.

Esulando dallo specifico caso, chi ha davvero bisogno di giornali spesso fatti per amici e colleghi (più che per i lettori), o che ricalcano modelli già esistenti? Tra le maglie di un mercato che è ormai sul limite del tracollo, resta spazio per pochi. Per i migliori, detto crudamente. Un discorso che, chiaramente, può estendersi a tutto il mondo dell’impresa. E allora, piuttosto che disperdere e far disperdere preziose risorse economiche e intellettuali (leggi: investitori, clienti, collaboratori), meglio unire le forze e concentrarsi sul “poco ma buono” che c’è. Puntando all’innovazione, alla crescita e alle sinergie. Una cosa che ripetiamo a noi stessi, ogni giorno.
Tribeart, però, alla prospettiva di chiudere – giustamente – non si rassegna. E allora che fa? Dando seguito a un’idea di Daniela Arionte e Marella Ferrera – rispettivamente gallerista ed ex assessore alla cultura di Catania – chiede aiuto agli artisti, raccoglie un centinaio di opere e le mette all’incanto, negli spazi del catanese Palazzo della Cultura. Base d’asta, 300 euro. Un’abitudine recente, questa della colletta culturale. Per fare una mostra, aprire uno spazio non profit, pagare la stampa di un giornale… Si fa un fischio agli artisti (che ricchi certo non sono) e si bandisce un’asta. La nuova banca del micro-sistema dell’arte?
In questo contesto, poi, non si capisce quale sia la finalità. Tirare innanzi per un altro numero o due? Oppure farne una forma definitiva di autofinanziamento? Ma la strada dell’SOS umanitario non può e non deve sostituirsi a quella imprenditoriale. Nemmeno sporadicamente. Resistenza equivale a sviluppo, oggi più che mai. E noi, ai colleghi di Tribeart, dalla cui vicenda abbiamo preso spunto per una più ampia riflessione, non possiamo che augurare di imboccare nuove e redditizie vie. Preferendo sempre l’efficienza alla beneficienza, le idee agli oboli una tantum. Le porte di Artribune, chiaramente, sono aperte per collaborazioni, scambi, proposte.

– Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.
  • Zara

    Zeppa l’Italia di riviste d’arte che dovrebbero chiudere. Sante parole di Marsala.

  • Ecco perché l’Italia non sarà mai come gli Stati Uniti. Lì le idee vengono finanziate anche perché quando si ha coscienza del fallimento si abbandona il tutto cercando di concentrarsi su qualcosa di profittevole. In Italia, per farsi belli, si cerca di supportare inutilmente iniziative che non hanno mercato. Anche se al grido di “armiamoci e partite”.

  • Ciao Helga, non entro nel merito dell’articolo perché meriterebbe una lunga e articolata risposta, ma non vorrei annoiare i vostri lettori. Magari sarebbe interessante una tavola rotonda sul pluralismo dell’informazione… quella che può evitare che 3 editori decidano le sorti del mercato dell’arte orientandolo in base ai propri inserzionisti. In questa occasione mi permetto solo di segnalare una inesattezza che mi sembra fondamentale far conoscere: noi NON abbiamo “dato seguito a un’idea di Daniela Arionte e Marella Ferrera” e NON abbiamo chiesto “aiuto agli artisti, raccoglie un centinaio di opere e le mette all’incanto, negli spazi del catanese Palazzo della Cultura”. Noi a fine marzo abbiamo annunciato la sospensione dell’attività proprio perché non riuscendo a stare sul mercato (sarebbe interessante conoscere i criteri con i quali, ad esempio, gli Enti pubblici scelgono dove fare pubblicità) ci sembrava (e ci sembra ancora!) giusto non continuare. Poi Arionte e Ferrera hanno organizzato, allestito, promosso etc. etc. questa manifestazione che pensavano potesse coinvolgere non più di 25/30 artisti e che in 8 giorni ne ha coinvolti, solo con il passaparola, oltre 120. Per noi è stato come un abbraccio collettivo. Altri artisti in questi giorni chiedono in che modo possono darci una mano perché si sentono parte di questa “tribù” e anche altri spazi pubblici e privati, per ringraziarci della nostra attività di questi 10 anni, vorrebbero ospitare altre iniziative a sostegno del mensile. Può diventare “una forma definitiva di autofinanziamento?”. Credo di no, ma perché no? Se un gruppo di cittadini uniti può “liberare” un teatro, un cinema, etc. etc. un gruppo di artisti non può sostenere un mensile per il semplice motivo che lo considera “bene comune”?

    • Caro Alessandro,

      trovo anche io che il dibattito sulla questione sia interessantissimo. Con quel “dare seguito” intendevo proprio che l’idea era venuta a qualcun altro e che voi l’avete poi appoggiata, comunicando l’evento in molti modi e condividendone lo spirito. Se l’aveste ritenuto negativo o sbagliato, bastava chiedere che non venisse fatto. I soldi (se vendeste tutto al prezzo base, sarebbero 30.000 euro) li prenderete voi, alla fine.
      L’asta come forma di autofinanziamento? Non condivido affatto. Ripeto: niente cultura senza sviluppo, citando il Sole 24 Ore e ripetendo un ritornello che per ora è un po’ ovunque. La cultura è chiamata a fare economia e abbiamo compreso, tutti quanti, che l’assistenzialismo pubblico o privato ci ha solo portati al baratro di oggi.
      Infine, rispetto alle occupazioni, ho scritto chiaro quel che penso: un gruppo di cittadini può e deve liberare un teatro e io, personalmente, preferisco i metodi nudi e crudi (l’occupazione, per l’appunto) a quelli di mediazione istituzionale.
      Però questa è solo la prima fase, quella della frattura, della rottura. Poi occorre tornare a discutere con l’amministrazione, che non può essere deresponsabilizzata e che è tenuta a lavorare per lo sviluppo e la buona gestione della cultura stessa. In sostanza, io non credo che l’autogestione sia la soluzione finale. Mi pare un ragionamento sbagliato e persino pericoloso. La questione del rapporto tra Politica e Cultura è imprescindibile e complesso, e non può sfociare in certe facili retoriche. Questo insopportabile abuso dell’espressione “bene comune”, per esempio, porterà con sè – come sempre accade – anche uno svilimento e una approssimazione del suo significato.
      Leggi qui come la penso sulla questione:
      http://www.artribune.com/2012/04/riconsegnare-palermo-dai-cantieri-al-garibaldi-aperture-dessai/

      • Perfetto… questa è solo la prima fase anche per noi. Abbiamo sospeso le attività del cartaceo e con le sole forze della nostra cooperativa stavamo cercando soluzioni STRUTTURALI per farle ripartire: l’asta (o le aste) ci permettono di cercarla senza sospendere niente. Diciamo che questi artisti senza alcuna costrizione e con sacrifici, buona volontà e affetto hanno occupato la redazione “costringendoci” a continuare. Forse in questi 10 anni abbiamo fatto qualcosa di buono e forse pensano che senza il nostro pur piccolo contributo il “sistema dell’arte” siciliano sarebbe più povero.

        • forse pensano male?
          Qualcosa da obiettare su “senza alcuna costrizione”…viste le “ideatrici” vogliamo scrivere le cose come stanno veramente? Alcuni senza dubbi sono stati volontari, altri – senza dubbio – l’han fatto per farsi belli agli occhi delle ideatrici visto che una è consulente per la cultura del sindaco di catania (gratuitamente) anche se è considerabile (non c’è nulla di male) ancora come assessore alla cultura (visto che la delega ce l’ha il sindaco di catania che di certo sul settore cultura non sembra un esperto e non ha il tempo) e l’altra rinomata gallerista ed organizzatrice di una delle fiere d’arte catanesi…vogliamo mettere l’illusione tutta siciliana di farsi belli per essere n seguito considerati per qualcosa? Le cose scriviamole in chiaro!!!
          “cosringendoci” a continuare? ma per favore Alessandro…i soldi fan comodo a tutti, ha ragione Helga, se non volevate rinunciavate al tutto…ma siccome è stato come vincere alla lotteria ora fate i “costretti” ma dai, ma a chi vuoi darla a credere. Nessuno nega che abbiate fatto qualcosa di buono, ma pensare che il contributo cartaceo (distribuito in pochi punti, con pochissime diversità rispetto all’edizione on-line) possa levare un contributo al “sistema dell’arte” siciiano…beh…ce ne vuole di fantasia e di miopia. “sistema dell’arte”??? ah???? Sistema de che???? ma daiiii Alessandro torna dal mondo di Quark, ste cose (compresi i Santi in paradiso cercati da Vanessa) le puoi contare nei piccoli contesti siciliani, qui siamo su scala nazionale…a ste cose i lettori mica ci credono!

          • Antonino Triolo

            offendere è gratuito ma criticare è un lavoro che spetta a chi ha competenza e seguito di certo non al sig. Bucolo insigne sconosciuto.
            Il Sig. Mario Bucolo, presente fra gli artisti a sostegno dell’iniziativa come si legge in locandina batte la testa e comincia ad inveire contro tutto e tutti vede trame commerciali speculative ovunque vede turbe commerciali squlibri dei mercati dell’arte, dispendio di forze ed energie impure invece il sig. bucolo farà bene ad incassare una sola verità 120 persone forse visionari sostengono due amici capaci onesti impegnati competenti obiettivi professionali simpatici rispettabili amabili sinceri trasparenti sensati preparati disponibili ……..

      • Antonino Triolo

        ” … L’asta come forma di autofinanziamento? Non condivido affatto. Ripeto: niente cultura senza sviluppo, citando il Sole 24 Ore e ripetendo un ritornello che per ora è un po’ ovunque. La cultura è chiamata a fare economia e abbiamo compreso, tutti quanti, che l’assistenzialismo pubblico o privato ci ha solo portati al baratro di oggi.”…

        Io non capisco questa frase e mi chiedo una giornalista può esprimersi con queste frasi ?
        …. poi continui e dici :
        … “Infine, rispetto alle occupazioni, ho scritto chiaro quel che penso: un gruppo di cittadini può e deve liberare un teatro e io, personalmente, preferisco i metodi nudi e crudi (l’occupazione, per l’appunto) a quelli di mediazione istituzionale.
        Però questa è solo la prima fase, quella della frattura, della rottura. Poi occorre tornare a discutere con l’amministrazione, che non può essere deresponsabilizzata e che è tenuta a lavorare per lo sviluppo e la buona gestione della cultura stessa. In sostanza, io non credo che l’autogestione sia la soluzione finale. Mi pare un ragionamento sbagliato e persino pericoloso. La questione del rapporto tra Politica e Cultura è imprescindibile e complesso, e non può sfociare in certe facili retoriche. Questo insopportabile abuso dell’espressione “bene comune”, per esempio, porterà con sè – come sempre accade – anche uno svilimento e una approssimazione del suo significato”….
        adesso mi permetto di dire: può una giornalista dire queste c…..o di parole.
        non condivido forma e sostanza o sostanza e forma

        firmato un cittadino che ha condiviso l’attività di Tribeart e che liberamente ha condiviso una idea di marella ferrera e daniela arionte ha donato un’opera e continuerà a donare, comprare spazi pubblicitari, condividere momenti di progettualità, di pensiero, di libertà di pensiero e di parola.

  • Banale quanto semplice la risposta: un teatro o un cinema non possono trovare giusta espressione online. Mentre un bravo editore deve saper discernere tra la reale utilità (in termini di costi/benifici/utili) di un’edizione cartacea. Che peraltro sostenuta dagli stessi “operatori” dell’arte rischia evidentemente di perdere, a lungo andare, indipendenza e credibilità.

  • Asterix

    Il discorso che fa Marsala mi pare molto semplice tanto che non servirebbero discorsi, discussioni, tavole rotonde o quadrate: il nostro sistema non è in grado di sostenere più di un tot di riviste. Se ci sono troppe riviste, tutte le riviste soffrono e chiudono. Dunque non sarebbe meglio che alcune riviste, prima di provocare la morte di loro stesse e di quel’altre, si fondessero con altre.

    Dunque bella la offerta di Artribune di dare spazio a quelli di Tribe

    • io infatti avevo proposto di ospitare una pagina “sicilia” dentro Artribune, che potrebbe esser curata da tribeart, specializzata sul territorio. Il problema non è comunque solo degli editori è anche di chi, genuinamente ignorante, pensa che sostenere l’edizione cartacea possa tornar utile al “mondo dell’arte” (ma anche a se stessi), che peraltro trattandosi di un ambito territoriale molto limitato (soprattutto per espressione) non ha molti margini di crescita.

  • adc

    Helga ha preso spunto da questa triste vicenda per cogliere uno degli interrogativi più spinosi del momento: come fare economia dalla cultura ? Sino a che punto si può “credere” alle forme di autofinanziamento ?

    • Ma io direi di andar oltre…serve l’autofinanziamento? Uno si autofinanzia (ed il crowfounding negli USA sta andando alla grande)…che poi non è “auto” ma “altrui”…se ha un’idea che può aver successo e quindi servono i fondi di start-up, sperimentazione etc. Qui ci troviamo di fronte ad un prodotto editoriale (e non è solo il caso di TribeArt) che, dati i tempi, dato l’avvento dei social network etc, trova ormai naturale sviluppo sul versante on-line, dove peraltro di una mostra puoi pubblicare video, interviste, album di foto etc. Neanche si tratta di trovare i fondi per lanciare l’edizione cartacea free-press di un sito online. No, si tratta di trovare fondi per stampare un’adattamento su carta di un sito online. E si tratta di farlo dopo aver constatato che non si riusciva più ad andare avanti solo con gli inserzionisti pubblicitari. Visto che non si prevede una rivoluzione editoriale, visto che le gallerie d’arte in Sicilia (qui vado nello specifico e nel target di TribeArt) non è che siano centinaia e non è che aumentino di mese in mese, che gli enti pubblici hanno pochi fondi etc ect…e che siamo in piena recessione (almeno per tutto l’anno corrente) non si capisce a cosa serva tale finanziamento. Quanti numeri ci stampano? Al momento sembra che su 120 oper ne abbiano prenotate solo 24 e che solo due o tre abbiano ricevuto offerte al rilancio…diciamo che a300 euro a media…più i rialzi…boh…recuperano 10mila euro…levandoci l’IVA da autoversare, altre tax varie…quante edizioni mensili riusciranno a stampare? E poi? N’altro casotto tra “mostre” mobilitazioni varie etc? Boh…

  • Quali “dibattiti” e “tavole rotonde” hanno mai risolto le cose? E’ certamente un dispiacere, ma per reagire, il primo passo è guardare fuori, non ancora dentro.

    Il secondo, è quello di fare “mea culpa”, e se (sicuramente) non siete totalmente colpevoli, allora si cercano altri canali, ma non fermatevi in dibattiti!

    Non è detto che la rivista non possa interessare ad altre categorie di clienti.

    Se posso esservi utile:

    [email protected]

    (mia moglie è siciliana conosco abbastanza bene la Sicilia)

    • infatti è quello che ho scritto sopra, che senso ha racimolare fondi solo per tornare a fare quello che non si è riusciti a fare? Non risulta alcuna dichiarazione su eventuali rivoluzioni editoriali.

  • Non voglio annoiare con troppi commenti, ma credo invece di poter contribuire al dibattito. Su Il Fatto Quotidiano on-line è stata pubblicata un’intervista all’editore di TribeArt, io avevo commentato l’articolo però me ne era sfuggito una parte. La riporto con il commento che ho postato anche lì, perché le dichiarazioni mi sembrano emblematiche di un classico modo di pensare. Non ci sono santi in paradiso quindi niente contributi pubblici, non possiamo pagare un esperto quindi niente bandi europei…ecchepalleeeeeeee di piagnistei:

    Mi era sfuggito: “Dalle ultime parole di Vanessa Viscogliosi sembra di capire che a non cogliere il valore del progetto siano state invece le istituzioni: “Abbiamo fatto dei tentativi per rientrare nella programmazione degli investimenti pubblicitari di Comune, Provincia e Regione. Ma non avendo “santi in paradiso” è piuttosto difficile anche solo essere presi in considerazione”. E per quanto riguarda i fondi europei per la cultura? La risposta suona come un paradosso: “per seguire l’uscita dei bandi e la stesura dei progetti servono le risorse economiche per pagare qualcuno che lo faccia in maniera professionale. Se non ci sono i soldi non si riesce a lavorare su questo aspetto. E poi la trasparenza…””

    Siamo ancora in epoca della ricerca dei “santi in paradiso”? O forse è meglio creare prodotti che possano realmente interessare anche le istituzioni pubbliche? Sui fondi per la cultura ci sono imprenditori che si sono fatti il mazzo a cappello di prete per capire i meccanismi d’interpretazione dei bandi e di stesura dei progetti, e che ci sono riusciti. Se non si ha come pagare le risorse…ci si ingegna…risorsa!!!

    • Vanessa Viscogliosi

      Mario io non capisco tutto questo livore. Vorrei precisare a te e ai lettori di Artribune che io non cerco “santi in paradiso”. Hai frainteso e alterato completamente il senso della mia risposta. Al contrario parlo della poca trasparenza nella gestione della cosa pubblica.

  • adc

    “……… che senso ha racimolare fondi solo per tornare a fare quello che non si è riusciti a fare?…..”
    Quoto Bucolo al 100 %

    • Forse sarebbe più corretto informarsi direttamente con chi di dovere piuttosto che “fidarsi/affidarsi” a qualcuno che può essere poco informato. Questa è la nota che abbiamo diffuso al momento della “sospensione” della versione cartacea: http://www.tribenet.it/read.php?read=13545-the-unhappy-ending-tribeart-chiude , mentre qui c’è l’editoriale pubblicato sull’ultimo numero: http://issuu.com/tribeart/docs/tribeart93/3 – Il ricavato dell’asta (e l’attenzione mediatica che sta suscitando) saranno integralmente reinvestiti sul progetto per poternziare gli aspetti che riteniamo fondamentali per gli scopi che ci siamo prefissi. NON ci interessa stampare altri 2/3 numeri e chiudere (sarebbe tempo e lavoro sprecato), ma questi altri 2/3 mesi di ossigeno potrebbero essere fondamentali per trovare una soluzione STRUTTURALE e non occasionale!

      • la nota sulla sospensione è la solo la giusta presa di posizione in merito alla mancanza di introiti ed all’inutlità ed impossibilità di continuare nell’autofinanziamento. “Per ovviare alla mancanza di fondi spesso si è ricorsi all’autofinanziamento confidando in un ritorno di risorse. Un’attesa vana che oggi, nostro malgrado, ci costringe a operare una scelta difficile, quella della sospensione delle pubblicazioni.” intanto, da imprenditore (con relative iniziative di successo e fallimentari) mi sorprendere leggere di “attese vane” se ci fermiamo all’attesa possiamo solo sperare nel superenalotto. Un imprenditore, e quindi anche un editore, non attende, fa…o cerca di fare.
        Sull’editoriale scrivi “il cui ricavato sarà destinato a supportare le prossime stampe”…o forse hai scritto qualcosa d’altro che non hai poi pubblicato? Non so…ma tu hai scritto tali parole di scopo. Soluzione strutturale? in che senso? spiegati…senza contraddirti però. Potrebbe essere un elemento interessante per questo dibattito, potrebbero scaturirne idee utili sia per Voi che per altri. Così stante la frase sembra di default non so tipo “la perifrasi della situazione contingentale ci permetterà di analizzare le esigenze costruttive che la nuova strutturazione antirecessionale ammetterà nell’ambito del sistema manovre economiche permettendo”…cioè …un cavolo…lo ha quasi scritto il mio gatto sto paragrafo. ;)

  • Rice for Riches

    Non capisco il senso nel vostro paese di avere 40 riviste d’arte contemporanea, me lo spiegate voi?

  • Luca R. Cinquemani

    Tralasciando il caso specifco di TribeArt, trovo che la questione dell’editoria culturale italiana sia molto più complessa di quanto appaia nell’articolo e nel dibattito in calce. Ti cito: “Tra le maglie di un mercato che è ormai sul limite del tracollo, resta spazio per pochi. Per i migliori, detto crudamente. Un discorso che, chiaramente, può estendersi a tutto il mondo dell’impresa.” Che sopravvivano quei “pochi ma buoni”?
    Se la soluzione proposta è quella della concentrazione e dell’eliminazione di piccole realtà con conseguente riduzione della pluralità di prospettive e rischio di formazione di oligopoli, (secondo logiche che decretano la bontà di una rivista secondo parametri solo economici), preferisco che spariscano dalla scena anche quei migliori cui fai riferimento.

    • Luca in parte hai ragione, purtroppo questo ragionamento “cinico” è dettato dall’attuale periodo di recessione e crisi. Ben vengano le iniziative anche piccole e di nicchia…che però sappiano reggersi sui propri piedi, con progetti editoriali interessanti, innovativi e soprattutto utili. Così da non dover poi cercare “santi in paradiso” come dichiarato da uno degli editori di tribeart. Ma soprattutto se l’idea non funziona evitare piagnistei vari ed evitare di far sforzare gli “artisti” per un’inutile quanto assurda operazione di beneficenza e salvataggio. Qui si torna al “cinico” ragionamento di Helga, che utilità aver un’altra rivista cartacea sul mercato quando si è dimostrato che non ci riesce a stare da sola?

  • Nessun cinismo, ma quando mai! Semplicemente, ai “molti ma mediocri” (ed esulo dal caso specifico) non ci ho mai creduto. Ancor di più in mezzo a una crisi colossale come questa. Il discorso sulla pluralità delle prospettive e’ una prevedibile banalizzazione.
    Nessuno ha detto che deve sparire la pluralità – me ne guarderei bene – ne’ che l’unico parametro e’ l’economia. Il parametro e’ la qualità e l’economia e’ un presupposto necessario.
    E voglio precisare che “piccola realtà” non equivale a mediocre, a superflua o ad antieconomica. Anche i piccoli sistemi, se virtuosi, hanno un loro equilibrio e una loro solidità. Mi pare si evinca chiaramente dal pezzo. Lo stimolo e’ a trovare soluzioni reali… Anche perchè quello che stiamo pagando ora è il prezzo per tutti gli errori del passato. La retorica, oggi più che mai, non e’ utile a nessuno.

    • cinica la situazione e la necessità di contrazione, non il tuo intervento. Scusa mi sono espresso male.

  • vincenzo

    personalmente, Tribe art mi ha dato una grande libertà, poi Helga non credo che in questo mondo dell’arte vincano sempre i migliori, anche questa se mi consenti è retorica facilona, basta sorridere a qualche politico o avere un cognome importante o scendere a compromessi per fare strada, del resto è la storia dell’Italia odierna che c’è lo racconta, se poi ci limitiamo alla sola prostituzione economica ed intellettuale….la meritocrazia va a farsi benedire esattamente come in un vecchio giornale statalista del partito comunista russo.

    • che traducendo in aromenti concreti, Vncenco, che vuoi dire? in cosa TA ti ha dato libertà? Sarebbe un elemento importante di discussione a aggiungere al dibattito in corso

    • Vincenzo aggiungo al mio commento precedente che proprio Artribune è un ottimo esempio, e nessuno di loro ha cognomi importanti o politici amici. Non è una marchetta (chi mi conosce sa benissimo che se c’è da criticare io non mi tiro indietro) ma un rendere merito soprattutto quando si fanno determinati accostamenti come da te involontariamente scritto.

  • rita

    Concordo con vincenzo.

  • vincenzo

    ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale, ma sinceramente in Italia qualcuno può stabilire quali siano i criteri per fare una buona editoria di arte? Artribune è buona editoria? Io non lo so e non lo credo… e non credo che gli stessi autori di questo portale possano dire di essere i migliori, vivi e lascia vivere, critica semmai, ma non diciamo che il mercato è la giustizia, è una logica da hit parade che non mi appartiene e che trovo patetica applicare a riviste che dovrebbero occuparsi di cultura, ripeto ho collaborato per Tribeart e non mi hanno mai censurato un pezzo, mi hanno fatto sperimentare molto è stata una piccola palestra di idee per me, lì non ho parlato solo del modo dell’arte, ma di politica e cultura, ho fatto l’opinionista, altri artisti hanno collaborato con Tribeart, ad esempio; Adalberto Abbate curava una rubrica d’opinione visiva con cut up spesso fotografici a metà tra giornalismo ed arte, il pittore Lauretta recensiva musica, tutto molto in piccolo, ma trovatemi una rivista d’arte dove degli artisti o presunti tali posso sperimentare con la scrittura e proferire finalmente una parola ed opinione anche politica in Italia e vi dò il mongolino d’oro hihihihi.

  • vincenzo

    scusa la scorrettezza del commento sopra, ma andavo di getto e quando scrivo cerco sempre di seguire un flusso di emozioni, come uno sceneggiatore di Beautiful hihihi cmq credo di essere stato abbastanza chiaro.

  • vincenzo

    ecco infatti Tribeart era una guida regionale e casereccia anche un po provinciale ok….. e con poca distribuzione, ma davvero smaliziata e senza filtri, Artribune fa un buon lavoro di copertura mediatica sul territorio, è sempre sulla notizia, ma non mi si dica che questo portale è senza filtri, ha veramente pochi margini di sperimentazione ormai,deriva direttamente dal vecchio Exibart che faceva della polemica da pollaio un innovazione e per certi versi lo è stata… ma sia dal punto di vista della scrittura che dal punto di vista della grafica e dei contenuti… Artribune ha veramente poco da dire di nuovo.

  • Mario Bucolo

    Va beh si stava tentando una discussione che poteva essere interessante a livello nazionale per capire, evidenziare e correggere errori in un particolare settore, cercando poi di pensare a possibili soluzioni che esulino da operazioni di beneficenza più o meno mascherate da atti eroici.
    Ma ovviamente qualcuno deve guadagnarsi i suoi 15minuti di fama andando non a criticare ma ad inveire contro i singoli (me nella fattispecie…a proposito basterebbe andare sul mio sito, linkato, per capire che magari non sono il primo che passa da queste parti e lascia un’opinione ad catzum, ma non c’è problema, conferma solo la malafede di taluni interventi) o inveire contro un gruppo redazionale (artribune) che magari non saranno i migliori (per altri) e di certo non vanno a dir questo, ma che hanno avuto il merito di reinventarsi da zero, con maggior qualità ed impegno. Trovando sponsor editoriali, investitori pubblicitari ed investitori di capitale, e non perché avessero santi in paradiso o cognomi altisonanti, solo perché han saputo fare un prodotto interessante che sa stare Autonomamente sul mercato senza l’intervento di amici, di amici degli amici e di madrine o padrini vari.
    Firmato: l’illustre sconosciuto, collaboratore anche di questa stupida rivista.

  • vincenzo

    Mario qui nessuno insinua e scredita nessuno, sarete pure bravissimi voi di Artribune e so che non è facile quello che fate, ma siete un giornale con tendenze mainstream per il settore ormai.. e questa è anche una limitazione per la sperimentazione tutto qui, procurare gli sponsor e farsi cacciare i soldi non è tutto.

  • helga marsala

    ti prego vicè, ma che noia. maninstream, sponsor, pollaio, i soldi non sono tutto… ma di che parli? che dici? nemmeno tu mi sembri. la fiera delle banalità no eh. eddai.

  • Mario Bucolo

    Ma come “i soldi non sono tutto”?
    tA chiude l’edizione cartacea per mancanza di soldi, aprono la colletta con l’intento di procurare soldi ed i soldi non sono importanti? Azz qui solo sui soldi è la questio

    • Può essere il luogo e il momento di spiegare perché l’asta alla quale ti eri offerto di partecipare fra i primi in assoluto, addirittura candidandoti a fare il battitore (e quindi di cui condividevi lo spirito), in 10 giorni è diventata una cosa da attaccare così ferocemente?

      • certo, con molto piacere.
        A) sai che comunque stimo i Vs sacrifici anche se spesso critico la Vs linea editoriale ed imprenditoriale, anche per la maggior esperienza (iniziative abortite comprese) maturata.
        B) diedi la mia disponibilità perché la cosa sembrava, a primo impatto, un’iniziativa genuina.
        C) ti telefonai subito mettendoti in guardia sul non dare tutto in gestione ad un gallerista per evitare sia speculazioni sia incidenti diplomatici con altri galleristi. Ti dissi che non era una buona idea neanche usare i suoi magazzini proprio per evitare ciò…come al solito vedevo già a distanza.
        D) di sta cosa non ne seppi più nulla se non scoprire, nelle prime ore del giovedì precedente all’inizio della mostra che, appunto, non si sarebbe più trattato di un’asta ma di una vendita a prezzo fisso e che sarebbe iniziata sabato, cioè dopo 48 ore. Restai sorpreso dal non esser stato contattato, leggendo in giro che già alcuni artisti avevano consegnato le proprie opere, peraltro con il diretto coinvolgimento organizzativo ed operativo di una gallerista, proprio come avevo sospettato. Bene a quel punto diventava già chiara l’organizzazione a cazzo di cane di tutto. Tu poi mi confermasti tale armata Brancaleone, comunicandomi che il mio nome era tra gli artisti che avrebbero partecipato all’operazione. A quel punto la cosa era ancora peggiore, proprio da organizzazione manco della parocchia…cioè a meno di 48 ore dalla mostra io, e poi ho saputo anche di altri, non ero stato avvisato di nulla…chi è quel peracottaro imbecille (si stavolta insulto perché la cosa è talmente palese da meritarsi l’insulto) che pensa una persona seria in meno di 48 selezioni un’opera (nel mio caso una foto), ne decida il formato, la mandi in stampa, ne controlli la stampa e poi la faccia adeguatamente montare? Questo già dimostrava le minchiate che si stavano iniziando a creare. Peraltro in contemporanea feci un giro di telefonate tra gli artisti catanesi di un certo calibro e nessuno ne sapeva nulla ne aveva dato disponibilità alla donazione. Ed infatti poi leggendo i nomi sono spuntati solo quelli degli amici intimi della Ferrera (o, nel caso di J Calogero, della figlia) che avendo già prestato servizio per le uova di struzzo a quel punto erano stati precettati, o la scuderia della Aironte/Accademia/Bocs (Vs compari di merenda) …compreso (credo) il genio che ha disegnato la Trinacria a forma di svastica e l’altro che ha mette in vendita versioni catanesizzate della mappa della metropolitana di Londra…senza averne pagato i diritti d’uso. Il resto erano volenterosi artisti di strada o della domenica (nulla di offensivo nel termine, anzi spesso molto più bravi di artisti affermati).
        E) nei giorni a seguire ho più volte sollecitato informazioni sulle procedure di vendita (e già qui altra Brancaleonata prima a 500 euro tutte le opere, poi solo alcune, altre a 300…insomma solita approssimazione catanese). Sta procedura sembrava un mistero e tu ti sei rifiutato più volte di fornire particolari proteggendoti dietro le spalle delle ideatrici. Ora o ti dai na svegliata e cerchi anche tu di capire le cose oppure veramente aspetti che i soldi ti caschino dal pero. Cmq mistero sempre fitto, poi chiarito successivamente.
        F) Tutta questa brancaleonata viene organizzata chiedendo le sale al comune di catania…con l’ennesima minchiata (scritta da te) che non si poteva comunicare nulla sull’evento fino ad autorizzazione del Comune…cosa c’entri poi il patrocinio gratuito con la pubblicizzazione dell’evento è sempre cosa da imbecilli. Si tira dentro quindi il Comune di Catania dove esimi funzionari e/o consiglieri pensavano addirittura i fondi raccolti andassero in beneficenza…han saputo da me che i destinatari erano a scopo commerciale. Si hanno quindi gratuitamente le sale del Comune pur trattandosi di un’iniziata privati vs privati (e qui c’è l’esposto alla procura della repubblica) creando peraltro un antipatico precedente che potrebbe trasformare Palazzo della Cultura in un Souk. Peraltro, sempre facendo mala informazione, ovunque veniva pubblicizzata la mostra con la dicitura “opere in vendita a palazzo della cultura” tu nei precedenti commenti hai cercato di spiegarne il senso ma si capiva che non spiegavi na mazza. Sulla base di tale dicitura la squadra annonaria del Comune di Catania ha chiesto informazioni specifiche ai funzionari della Cultura (avreste dovuto pagare il suolo pubblico come chiaramente indicato dall’ex Ass al Commercio Cannizzo, da me interpellato pubblicamente a tal proposito) che han risposto il tutto svolgersi solo con prenotazioni e quindi senza vendita diretta…un geniale modo di aggirare le norme.

        Io non ho attaccato, ho fortemente criticato l’ennesimo atto di pressapochismo che sta distruggendo la cultura e l’arte a Catania a causa di persone che si improvvisano in tali settori senza averne ne la cultura, ne la preparazione, ne la professionalità. Poi le critiche le ho spostate anche sulla Vs condotta editoriale/imprenditoriale, veramente deludente…tra mancati “santi in paradiso”, soldi usati per stampare, presunta verginità in merito all’accettazione dell’evento etc.

        BISOGNA SMETTERLA CON IL PRESSAPOCHISIMO A CATANIA (e non solo) è il cancro della società, chi non sa fare il proprio lavoro deve esser allontanato, e se non si ha il coraggio di farlo, per manifesta intoccabilità, quantomeno che la società civile sappia i danni che vengono combinati.

  • …Comunque nessuno (come pensavo) sì chiede il o i più motivi per cui debbano chiudere.

    E quindi, siamo alle solite: nessuno viene nel mio negozio? I clienti sono stupidi, non capiscono niente, è colpa loro, io sono il migliore!

    Magari, fare più autocritica, no? Come mai ci sono altre testate che vanno avanti da decine di anni? E che cavolo, per una volta che la meritocrazia funziona, fate ‘sto casino…!

    • e passiamo Helga per una giornalista del ca..o ed io per un esimio signor sconosciuto…
      Alla fine qui mi sembra stia passando la linea ormai standard in Italia…ti pagano il mutuo della casa ad insaputa, ti restaurano la terrazza ad insaputa…azz ora ti fanno anche la colletta ad insaputa o quasi…della serie “piiiiii e che gli diciamo di no a questi che ci regalano sti soldi? Ma noooooo…in fondo teniamo famiglia…”

  • 120 artisti hanno sposato il progetto/proposta delle organizzatrici e tutte queste cose le hai viste solo tu… che non sei neanche venuto alla mostra. Parli di cose che non conosci, e mischi cento discorsi che fra loro non sono neanche lontanamente collegate. Peccato che la discussione aperta da Helga sia finita così in basso.

    • Mario Bucolo

      Alessandro cerchi di portare la discussione altrove senza dare risposte. Ancora aspettiamo di capire quale rivoluzione strutturale avete intenzione di fare con tali donazioni, a parte stampare altri numeri come da te scritto nell’editoriale che tu stesso hai citato.
      In merito alla mostra…perché vai off topic? Mica qui qualcuno ha scritto sulla mostra in se stessa. L’unico riferimento che ho fatto è sul rilievo degli artisti in base ai nomi pubblicati e sulla mancanza di importanti artisti catanesi.
      Mi hai chiesto il motivo delle critiche…e ti ho risposto nello specifico, ma l’articolo non l’ho mica scritto io e le critiche però erano abbastanza similari.
      Poi il 90% dei miei riscontri negativi me li hai forniti tu in risposta a domande specifiche che ti feci a suo tempo, il resto sono fatti. La mostra non ci interessa, ci interessa focalizzare l’attenzione sullo scopo della mostra, sull’utilità di tale colletta, sull’eventuale applicabilità di tale modello, sulle idee che potrebbero scaturire dall’avere a disposizione un certo capitale. Questo ci interessa, se sei in grado di contribuire al dibattito con risposte concrete bene.

      • Mario Bucolo

        A parte che una mostra avrebbe bisogno di un curatore e di un tema. Per come da te stesso descritta è solo un mega collettiva con ammissione certa ed ogni genere d’arte esposto. Ma ripeto questo topic non è sulla mostra.

  • No, no, continuate ancora, così viene svelato il vero motivo del fallimento!

    Vedete?

    La meritocrazia esiste!!!

    • SAVINO MARSEGLIA

      se andiamo a vedere cosa è successo in passato, non è infrequente scoprire che prestigiose riviste d’arte erano sostenute e finanziate dagli artisti.

  • Gentili lettori, mi permetto alcune considerazioni, senza nulla dubitare sulla solidarietà e la partecipazione dimostrata dalla Signora Marsala.

    Tuttavia, trovo contraddittorio il discorso della Signora Marsala.
    Mi pare che si agiti un tantino fra una nostalgia sessantottina – «un gruppo di cittadini può e deve liberare un teatro e io, personalmente, preferisco i metodi nudi e crudi (l’occupazione, per l’appunto) a quelli di mediazione istituzionale» – e dei toni un po’ taglienti – «magari non forniscono nemmeno un significativo valore aggiunto dal punto di vista dei linguaggi e dei contenuti».

    Non posso che ribadire ciò che ha detto Alessandro Fangano:
    «Se un gruppo di cittadini uniti può “liberare” un teatro, un cinema, etc. etc. un gruppo di artisti non può sostenere un mensile per il semplice motivo che lo considera “bene comune”?»

    Non c’è niente di sbagliato in questa definizione, a mio avviso: “bene comune”.
    Tutt’al più che questo bene, privato, gratuito, utile, efficiente, meritocratico, aperto… non è stato “estorto”. Ma è stato riconosciuto come tale, in maniera spontanea, da tutto il mondo dell’arte siciliana e non.

    «Anche i piccoli sistemi – dice la Signora Marsala – se virtuosi, hanno un loro equilibrio e una loro solidità. Mi pare si evinca chiaramente dal pezzo» – no, mi spiace, non si evince affatto.
    Anzi, si nota, a mio modesto avviso, il solito atteggiamento ‘politically correct’, di chi parla per i ‘deboli’, ma pasce dietro solide mura istituzionali (in questo caso la prestigiosa rivista Art Tribune, che stimo molto). Facile così. Così, riesco a dirlo anch’io!

    Ma la vera “rivoluzione”, mia cara Signora Marsala, l’hanno fatta in questi anni Alessandro e Vanessa di Tribeart, e in parte anche tutti quelli che hanno sostenuto il progetto. E l’hanno fatta senza clientelismi, senza atti di violenza o prepotenza, ma – soprattutto – senza astratte pretese rivoluzionarie, umanitarie, sociali, identitarie, eccetera (vedi occupazione luoghi pubblici et similia). E l’hanno fatta solo con la passione nel dare un “servizio”. E non è forse, questa, pura imprenditoria?

    Certo, scrivere su Art Tribune che è bello pensare alla rivoluzione culturale nei teatri occupati, ma che la colletta per sostenere Tribeart proprio non va bene, mi pare – consentitemelo – un tantino ‘leggero’ come discorso. Tutt’al più che (e questo sì che si evince dall’articolo) alla Signora Marsala forse non sono ben chiare le condizioni economiche dell’arte siciliana, e di quanto sia difficile trovare per i ‘sistemi dell’arte’ «un loro equilibrio e una loro solidità» senza passare per loschi affari.

    E, di fatti, c’è chi, pur di avere un palcoscenico, ha occupato l’intero teatro (ma questo capita anche altrove).

    Inoltre, vorrei aggiungere che mi sembra riduttivo parlare solo dell’aspetto del sostentamento economico. E mi stupisco di come la Signora Marsala non abbia colto anche l’aspetto della sensibilizzazione – molto più importante dei “conti in tasca”, dei “30.000 mila euro” stimati dalla Signora Marsala, non credete?
    Con questo evento i professionisti dell’arte in Sicilia (e anche la cittadinanza siciliana) sono stati posti davanti a un urgenza, a una crisi. Ecco qual era la notizia!
    Gli artisti non hanno aiutato Tribeart solo per simpatia, ma perché hanno visto in questa urgenza un termometro della situazione politico-economica dell’arte siciliana, si sono allarmati e hanno reagito per proteggere una realtà che sentivano come propria.
    E, questo termometro, non ha prezzo.

    cordialmente

    • Mario Bucolo

      Riccardo scusa…a quali professionisti dell’arte siciliana ti riferisci? O meglio, facciamo una stima, partiamo già dalle ideatrici, una è professionista del mondo dell’arte, l’altra della moda. E qui siamo già al 50%. forniscimi per favore dei numeri, cosí da ragionare su dati concreti: quanti dei 120 donanti sono considerabili dei “professionisti dell’arte in sicilia”? A parte che definire gli artisti dei professionisti è già una cosa abbastanza delicata.
      Sugli sforzi del duo di tribeart nessuno li ha mai messi in dubbi (leggi anche il punto A del mio post richiesto da alessandro) qui si parla del futuro, non del passato o del presente, ed ancora i diretti interessati non ci hanno spiegato come impiegheranno questi fondi caduti dal pero. O meglio prima nell’editoriale hanno scritto che sarebbero serviti per garantire la stampa di altri numeri di tribeart, poi Alessandro ci ha scritto, citando il suo editoriale che si riferiva all’uso stampa, di cambiamenti STRUTTURALI…quali? Per il resto lascio giustamente ad Helga la replica, qualora lo ritenesse opportuno. Mi sono solo permesso di chiederti dei chiarimenti di carattere concreto. Grazie

    • Gentile Riccardo,

      le rispondo brevemente su alcuni punti:

      – Parla di nostalgie sessantottine… Beh, il problema casomai non è mio, visto che queste pratiche di presidio degli spazi pubblici, supportate da movimenti di protesta contro la crisi internazionale, non sono una mia invenzione ma è quello che sta accadendo nel mondo, da un po’ di mesi a questa parte. E basterà riflettere qualche minuto per accorgersi che gli obiettivi, i contesti, le problematiche e le proposte sono ben diverse rispetto a 40 anni fa.

      – le solide mura istituzionali sarebbero quelle di Artribune?! Beh, la ringrazio per l’apprezzamento, ma Artribune è una rivista giovanissima, di settore, assolutamente indipendente e alla prese con la lotta quotidiana per restare sulla piazza, conquistando via via credibilità e solidità. Nessuna botte di ferro insomma.

      – la frase mi pare chiara: “Piccole realtà che – fatti salvi certi gioiellini ancora capaci di sperimentare, nonché di creare micro-sistemi virtuosi – magari non forniscono nemmeno un significativo valore aggiunto dal punto di vista dei linguaggi e dei contenuti”. Mi sembra si evinca tutto alla perfezione.

      – qualcuno ha forse accusato i colleghi di TribeArt di aver praticato vandalismi o di essere stati disonesti? Non tra queste pagine, le assicuro.

      – Gli occupanti del Garibaldi non volevano “avere un palcoscenico”, volevano semmai “restituirlo” alla comunità. differenza sostanziale. si informi su come stanno lavorando e capirà meglio.

      – sta dicendo a me che non ho chiare le condizioni del sistema dell’arte siciliano, con le relative falle e criticità? sta scherzando, vero? forse ho inteso male.

      – nell’espressione “bene comune” nulla di sbagliato, certo. Ironizzavo sull’abuso del termine e sulla sua banalizzazione, che conduce – come sempre è nella storia dei linguaggi – a una distorsione.

      – ribadisco che non condivido lo spirito di questa “asta”. nessun termometro e nessun senso, a mio parere.

  • babajaga

    vero: 3 o 4 editori decidono le sorti del mercato dell’arte orientando la propria vita editoriale in base ai propri inserzionisti. Questa è pluralità, è democrazia? E’ “reggersi sulle proprie gambe”? E’ “avere i numeri”? Tutto si basa quindi su potere/danaro? Nonostante i segnali di un cambiamento di rotta necessario voi cavalcate la vecchia idea di finanza = qualità? Ma vergognatevi, Helga/Tonelli, da questa vostra cattedra sparare sui colleghi è troppo facile… e siete lontani anni luce dal cambiamento in atto ovunque…

  • Rino Marcello

    Ma chi le legge tutte queste riviste? Sono solo l’espressione di una vanità personale, per dire a tutti: sono editore, direttore, scrivo per… Anche Flash Art ormai da tempo è finita, è solo una tribuna per far sfogare il livore di una carogna come Politi che se la prende pure con i morti.

    • spesso le leggono solo quelli che le scrivono.

      • SAVINO MARSEGLIA

        CHI LEGGE QUESTA RIVISTA d’ ARTE ?
        Io, ed io soltanto, sono il vero lettore di questa rivista d’arte…

  • Boh, forse sono pazzo, ma io le leggo quasi tutte…e mi piace notare come questi scrittori si arrampichino sugli specchi. Quelli sono i veri artisti, dei visionari puri.

    Che s’à da’ fa’ pe’ campà…!

    (Spero di aver scritto bene)

  • vincenzo

    Helga, io dico che la bravura non si misura con la semplice sopravvivenza nel mercato, Artribune fa ottima informazione ma ti assicuro di critica buona, di sperimentazione e di opinioni super partes non se ne vedono neanche qui, da queste parti, avvolte qualche tuo testo…mi sembra più interessante di quello di qualcun altro, ma veramente questa cosa non può passare come critica militante o sperimentale. Sulla colletta di Tibeart non sono molto d’accordo infatti non ho partecipato, ma ognuno ha i suoi metodi, stessa cosa sul teatro Garibaldi che trovo essere stato occupato-affidato dal-al Montevergini non dai i cittadini di Palermo….però caro Artribune non basta avere qualche sponsor e la grafica simil-anglosassone fichetta per risultare critici militanti e sperimentali, siete un buon prodotto tutto qui, ma non diamo questo potere al mercato altrimenti si perde la genuinità di certe cose.

  • helga marsala

    Il Teatro Montevergini ha occupato il Teatro Garibaldi?? Oddio, che mi sono persa?

  • Mario Bucolo

    Vincenzo scusa, in teoria il tuo ragionamento (non dar potere al mercato) funziona, ma proprio nel caso di TA Sun dall’inizio si é tirato in causa il discorso del mercato e dei soldi. Dall’editoriale di chiusura con palese, e comprensibile, dichiarazione di chiudere x mancanza di fondi alla raccolta dell’obolo basata solo sui soldi.
    Ecco allora che, andando incontro al tuo giusto concetto ed a quello che ha espresso helga nell’articolo, magari sarebbe stato più utile che le ideatrici non solo compressero qualche pagina di Adv dando il buon esempio (se avessi avuto disponibilità economica ne avrei preso una, lasciata in bianco solo con la scritta “a supporto di TA”), cercando di sensibilizzare galleristi e collezionisti ad investire. Si poteva organizzare un convegno sulla comunicazione nel mondo dell’arte e sui reciproci vantaggi, per esempio. Allora il discorso sarebbe stato impostato in modo diverso e magari con “assicurazioni” sul futuro molto più interessanti di una raccolta fondi da spremuta di artisti (e manco quelli di un certo livello di mercato) generante X Mila € a fondo perso e senza alcun serio piano d’investimento. Anche nel più banale progetto di crowfunding si spiega, a priori non in corso o a posteriori, cosa di intenda fare con i fondi raccolti.

  • vincenzo

    Helga scusa volevo dire l’Arsenale…. ho confuso….cmq no occupazioni politiche dei teatri anche se ci fanno cultura, specie in tempi di elezioni poi…. non mi fido, poi non sono d’accordo con i metodi di Tribe art per salvarsi ma difendiamo la genuinità di certe cose, dico solo questo… poi via alle tavole rotonde sulla comunicazione….se volete.

  • Vincenzo, il problema è che io, stando a Cataia e conoscendo il dietro le quinte…sulla genuinità…non ci credo proprio. Nulla in questa città nasce spontaneamente e per genuina genuinità…c’è sempre una reason-why…c’è sempre un tornaconto…che sia anche solo d’immagine e di “corte”…

  • vincenzo

    Mario non conosco le problematiche catanesi, conosco però le dinamiche palermitane ahimè, e vedo occupazioni politiche chiavi in mano in tempi di elezioni, movimenti per i cantieri occultamente pilotati, e tante belle porcate che nessuno vuole dire, perchè qui al sud al solito vogliamo tutti la pastetta pronta da ingerire, per quel che mi riguarda TA si è comportato molto bene con me e mi ha dato carta bianca, ora non so quanto saranno bravi a fare un prodotto di questo o a chiedere finanziamenti o a fare una grafica più fica….Helga avrà pure ragione a fare la cinica, ma il mercato a mio avviso ha rovinato l’arte italiana rendendola zombie, stessa cosa sta facendo con la stampa e l’editoria uniformando tutto, bisogna fermare tutto questo, ad oggi ad esempio neanche il corriere della sera fa più il suo dovere quindi…

  • Mario Bucolo

    A me l’analisi di helga sembra corretta e se l’analizzi con attenzione noti come ci sia anche una presa di posizione contro il mercato. La sua considerazione sull’impossibilità di avere una frammentazione eccessiva dell’editoria è proprio orientata ad evitare speculazioni e dispersioni sul “mercato”.
    È chiaro che almeno nell’editoria cartacea si tratta di aver o non aver fondi, più sono a chiedere contributi (gallerie, collezionisti, santi in paradiso) più bisogna scendere a compromessi. Diverso il discorso web dove un server ti costa 10$ al mese e raggiungi il mondo. Pensa anche a come sono state messe in difficoltà, con questa genialità, le altre riviste frese press d’arte siciliane. Da una parte hanno il merito e l’orgoglio di non aver chiuso e di non esser stati beneficiati da elemosine varie e da madrine eccellenti, dall’altra sembra che esista solo TA nel panorama d’arte siculo…e Cmq loro poi dovranno farsi il mazzo per stampare, contro TA che coglierà le pere…roba da antitrust …se fosse da considerarsi seriamente.

  • KI NON OKKUPA PREOKKUPA!

    Venite a Bologna, e (purtroppo) toccherete con mano quanto è vera questa frase….

    Domanda: perchè al MAMbo è considerata opera d’Arte ed esposta la registrazione dell’ultima trasmissione di radio alice? (radio studentesca che coordinava i raid in città) ?

    Chi occupa, non ha altro da fare, e non ha più idee… altro che storie…!

  • Apprendista

    Interessante dibattito, ma ho una domanda: quando Helga Marsala si schierava con i cittadini per il museo riso, quali erano le rivendicazioni? Non c’era stata anche lì il giorno prima un’asta di sostegno? Quali sono i confini dei beni comuni? Quando il comune diventa privato?

  • questa è bella! l’asta organizzata da Riso – ovviamente mentre era ancora aperto – non era per salvare Riso (ma le pare possibile???): si trattava di un’asta di beneficenza, la stessa che era stata già fatta l’anno prima.
    Il ricavato – 32.000 euro – è andato all’Associazione “Santa Chiara”, Centro Salesiano di riferimento delle problematiche del quartiere dell’Albergheria, e alla “Casa di Tutte le Genti”, casa famiglia e associazione o.n.l.u.s., centro di accoglienza per i bambini immigrati del quartiere Noce.
    O lei è contraria anche alle aste per la associazioni benefiche, per il Fai, per Emercency, etc? Io sicuramente no. E se sono un Museo e una comunità di artisti e collezionisti a dare l’esempio, offrendo un segnale di integrazione tra il mondo della cultura e i quartieri disagiati di una città, mi pare solo positivo.
    Queste sono aste che hanno senso, a mio avviso. Non quelle per mettere pezze temporanee ad aziende traballanti.

  • Maurizio Musumeci

    Io non riesco a ragionare in termini di mercato e capitalismo neanche quando si parla di Società s.r.l. Io credo nel capitale umano (tanto per citare le parole di Vanessa Viscogliosi, persona che conosco e stimo) e in una società che aiuta e sostiene ogni singolo individuo. Ben vengano quindi aste di supporto per progetti editoriali/culturali genuini e di qualità. Perché TRIBEART lo è decisamente.
    Secondo la Marsala i piccoli editori dovrebbero chiudere: il pluralismo dell’informazione è dunque un concetto superato/retorico/banale? Ma per favore. TRIBEART da anni racconta con onestà e professionalità la Sicilia. Ho letto recensioni, interviste e approfondimenti molto interessanti su argomenti che non trovano decisamente spazio sulle “grandi” testate di settore. Questa è la loro forza. Questo è il loro valore aggiunto. Se un’impresa coraggiosa e meritevole (di qualsiasi natura) inciampa nelle piaghe del mercato perché non può essere sostenuta? Perché si deve parlare (banalmente) di beneficenza? La costruzione di una società menefreghista e chiusa in se stessa: questo è il vero dramma.

    • Non ho detto questo, né che sono contraria al pluralismo dell’informazione, nè che i piccoli editori dovrebbero chiudere. Me ne guarderei bene. Non banalizzi e legga con più attenzione.

      • Maurizio Musumeci

        Non ha detto cosa? Non è stata lei a scrivere che occorre dirottare “preziose risorse economiche e intellettuali” verso i “migliori”? Per “migliori” credo intendesse progetti/imprese capaci di combinare felicemente qualità e mercato. O sbaglio? I “migliori”, in tal senso, difficilmente potranno essere i piccoli (ma grandi) progetti nati dal basso e che, tra l’altro, si trovano ad operare in una terra difficile come la Sicilia. La soluzione da lei avanzata – la fusione con i big dai ricchi bilanci – creerebbe naturalmente un oligopolio nell’informazione. Non mi sembra una soluzione democratica.

  • “TRIBEART da anni racconta con onestà e professionalità la Sicilia. Ho letto recensioni, interviste e approfondimenti molto interessanti su argomenti che non trovano decisamente spazio sulle “grandi” testate di settore. ” e quindi? non può continuare a farlo, come ha fatto fin ora solo on-line? Non hanno inciampato nelle piaghe del mercato, hanno dimostrato di non esser capaci (capita a tutti) a creare un prodotto che potesse attrarre investitori. Maurizio Musumeci, come la chiami se non beneficenza? Obolo? Sottoscrizione? Non è che cambia molto il senso.
    Ma si ribadisce il concetto di base, cosa risolve tale operazione? han preso circa 10 mila euro (che levando IVA e tasse…si ridurranno alla metà), e quindi? ci stampano solo qualche altro numero? Come unica giustificazione reale concreta ed ufficiale fin ora data dagli editori? Ah si si poi han scritto di evoluzioni strutturali…ancora stiamo aspettando i dettagli…si si …

    • Maurizio Musumeci

      Sig. Bucolo io non la conosco ma la sua fama (si fa per dire) la precede. Questo accanimento nei confronti della vicenda TRIBEART la trovo alquanto molesta e morbosa. E non solo l’unico a pensarlo.

      • Maurizio Musumeci, purtroppo è tutta Siciliana l’abitudine di taggare come molesti, morbosi, primedonne etc chi ha il coraggio di avere proprie ed indipendenti opinioni, spesso controcorrente, spesso in contrasto al rispetto dello status-quo di alcuni etc. Invece che concnetrarsi sugli argomenti delle critiche si spara su chi le critiche le fa.
        Sono conentissimo che la mia “fama” mi preceda e che lei/tu non sia l’unico a pensarla. Vuol dire che le mie critiche ed i miei interventi non vengono ignorati. Peraltro così come lei ed i suoi amici pensate io sia molesto, molti – quelli non abituati all’assistenzialismo – pensano l’esatto contrario.
        In ogni minuto della mia vita io ho un solo “manifesto” un solo modo di agire e pensare, che è ben descritto dal seguente testo.
        « Here’s to the crazy ones. The misfits. The rebels. The troublemakers. The round pegs in the square holes. The ones who see things differently. They’re not fond of rules. And they have no respect for the status quo. You can quote them, disagree with them, glorify or vilify them. About the only thing you can’t do is ignore them. Because they change things. They push the human race forward. And while some may see them as the crazy ones, we see genius. Because the people who are crazy enough to think they can change the world, are the ones who do. ».

        • Poi non è un accanimento, io, Helga, altri, abbiamo posto delle domande. Le risposte sono state sfuggenti, non definite e non concrete. Ancora aspettiamo la definizione di “cambiamenti strutturali”

  • Angelov

    Si chiama PRESENZIALISMO, ed è una vera e propria Piaga Sociale.

  • Gentile Angelov,

    innanzitutto, il Signor Bucolo è persona preparata e colta; in secondo luogo, Lei (ed IO) non siamo anche noi presenzialisti?

    Dovremmo fare un monumento a chi ha ideato, progettato e realizzato Artribune.

    Siamo sinceri, su.

    • Angelov

      In realtà volevo solo condividere l’opinione di Musumeci. Non ho niente contro Artribune, anzi. Ma neanche contro il signor Bucolo.
      Alcuni anni or sono visitai una Biennale di Venezia, dove erano presenti innumerevoli opere video.
      Guardarli tutti, come desiderato dai loro artisti, avrebbe richiesto qualche settimana, come minimo. Onde per cui uno dei pochi lavori che ricordo, è quello di un artista algerino, il quale aveva messo delle scritte al neon sopra delle porte, che si leggevano “EXIL”, al posto di “EXIT”.
      Era un riferimento alla sua condizione umana esistenziale, ed era un lavoro che teneva conto della situazione dove migliaia di persone guardano il lavoro di migliaia di artisti, spesso avendo a disposizione solo poche ore.
      A volte non ci si rende conto che esistono anche gli altri, e si occupano, certo in buona fede, degli spazi oppure si tengono delle posizione abbastanza incompatibili con le necessità altrui.
      Grazie.

  • Tribeart mi pre un ottima rivista, un peccato se chiude.

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