Forget Fear. Presentata ieri a Roma la prima pubblicazione della 7. Biennale di Berlino. A farlo è Artur Żmijewski in persona. Che racconta anche un po’ della sua mostra

È un tipo serio e riservato Artur Żmijewski. Parla a voce bassa e attacca i concetti senza girarci attorno, costruendo il discorso seguendo poche, ricorrenti affermazioni di principio. L’artista polacco, che insieme a Joanna Warsza curerà la prossima Biennale di Berlino (27 aprile – 1 luglio) è passato a Roma per presentare il libro Forget […]

È un tipo serio e riservato Artur Żmijewski. Parla a voce bassa e attacca i concetti senza girarci attorno, costruendo il discorso seguendo poche, ricorrenti affermazioni di principio. L’artista polacco, che insieme a Joanna Warsza curerà la prossima Biennale di Berlino (27 aprile – 1 luglio) è passato a Roma per presentare il libro Forget Fear, prima pubblicazione di una serie dedicata ai temi della mostra. L’incontro, organizzato dall’Istituto Svizzero di Roma nel contesto del progetto Solidarity Action, è stato ospitato negli spazi occupati di ESC Atelier Autogestito e introdotto da Salvatore Lacagnina, direttore del settore Arte dell’Istituto.
Da sempre fautore di un’arte impegnata, in grado di confrontarsi con la realtà sociale e politica e di influenzarla in maniera fattiva, Żmijewski non solo ha presentato i contenuti del corposo libro, che contiene una serie di interviste fatte con artisti, intellettuali, attivisti e politici, ma ha anche dato qualche anticipazione sui contenuti della mostra berlinese. “L’arte non uscirà mai dal suo ghetto finché qualcuno non ne avrà bisogno. Tra costoro potrebbero esserci i movimenti sociali che lavorano per risolvere i bisogni socio-politici ed economici delle società di tutto il mondo. Sfortunatamente, non sembra che questi movimenti abbiano bisogno degli artisti per raggiungere i loro obiettivi. L’arte ha bisogno di essere reiventata.

Questo estratto dall’introduzione a Forget Fear ben sintetizza il concept dell’intero progetto, tutto incentrato sull’esplorazione degli effetti che l’arte può avere sulla società e in connessione diretta con i movimenti politici di opposizione. Movimenti politici che sono stati direttamente coinvolti nella Biennale, come nel caso dei vari collettivi “Occupy” (Occupy Amsterdam, Occupy Berlin, Occupy Wall Street) che avranno un loro spazio e dei finanziamenti per portare aventi le proprie attività nel contesto della manifestazione, accanto ai progetti più propriamente artistici. Tra questi – Żmijewski ne cita diversi – c’è ad esempio quello di Pawel Althamer, che organizzerà un workshop in una chiesa sconsacrata della capitale tedesca durante il quale i partecipanti saranno invitati a comunicare tra loro usando esclusivamente il linguaggio delle immagini, e quello di Khaled Jarrar, che ha creato un timbro di un immaginario – e desiderato – “Stato Palestinese” da apporre sui passaporti.

– Valentina Tanni

www.berlinbiennale.de
www.solidarityaction.istitutosvizzero.it


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Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Dal 2011 collabora con Artribune.
  • Mi sembra significativo che non risultino artisti italiani invitati alla prossima biennale di berlino. In ogni caso l’arte penso possa essere un “laboratorio-galleria del vento” dove sperimentare strumenti e termometri per ogni ambito. Il punto che Artur sembra non aver capito è che non si tratta di uscire dall’arte per andare incontro ai BISOGNI del mondo esterno (questo lo hanno già fatto, penso a Steve Jobs..) ma stimolare dal laboratorio dell’arte NUOVI BISOGNI per il mondo esterno. Questa è la sfida. La stessa crisi economica si può risolvere non perpetuando modelli di crescita che hanno portato al fallimento ma rinegoziando i propri BISOGNI.

    LR

  • “Sfortunatamente, non sembra che questi movimenti abbiano bisogno degli artisti per raggiungere i loro obiettivi.” No, quello di cui avevano bisogno l’hanno già preso, quello che manca è la consapevolezza di averlo fatto forse…