New York Updates: tutto su The Art Show, la fiera dove le big galleries newyorkesi danno il meglio di loro. Artribune Television c’era

Si chiama The Art Show anche e per capirci è quella che una volta si chiamava ADAA. Insomma è la fiera della associazione degli art dealers americani, associazione della quale sono soci anche i più grandi galleristi newyorkesi ovviamente. Mai come quest’anno la fiera ospitata nel Park Avenue Armory, nel residenziale Upper East Side, ha […]


Si chiama The Art Show anche e per capirci è quella che una volta si chiamava ADAA. Insomma è la fiera della associazione degli art dealers americani, associazione della quale sono soci anche i più grandi galleristi newyorkesi ovviamente.
Mai come quest’anno la fiera ospitata nel Park Avenue Armory, nel residenziale Upper East Side, ha visto uno schieramento di forze simili da parte dei big in questione. Lo testimoniano in particolare le mostre personali negli stand dai nomi più altisonanti. Mostre personali in un modo o nell’altro collegate all’attualità museale della città e del mondo. Qualche esempio? Tanya Bonakdar presenta Sarah Sze (immortalata dalle nostre telecamere proprio davanti alla sua opera), Peter Blum propone una personale di Adrian Paci; Anton Kern ha delle grandi sculture di Matthew Monahan che anticipo l’imminentissima opening in galleria a Chelsea. Ancora: Dave Muller da Barbara Gladsone, John Baldessari da L&M Arts e Carla Accardi da Sperone. Notevolissimi altri due stand (ma sarebbe meglio dire mostre personali, appunto) dedicati ad altre due grandi figure femminili dell’arte: Metro Pictures (collegandosi alla mostra attualmente in corso al MoMA) presenta il progetto Murder Mystery di Cindy Sherman mentre Marian Goodman anticipa il Guggenheim e offre una ampia retrospettiva di Francesca Woodman. C’è poi una notevole mostra dei disegni su carta di Yoshitomo Nara da Pace Gallery. Tutto il resto è ben visibile, speriamo, nella nostra photogallery e nel video-blitz che abbiamo fatto per voi nella fiera. Naturalmente ben prima dell’opening…

www.artdealers.org/artshow

  • Viene da chiedersi se il valore di certi artisti sia reamente in questi box dozzinali, accatastati uno dietro l’altro; questa visita sembra anche un tratto dell’ennesima biennale. Se arrivasse un alieno a visitare la fiera d’arte tipica, penso che questa possa sembrare anche idiota: oggetti appesi e inseriti in stanze tutte uguali. ??? Perchè? Io penso che l’opera debba avere un prezzo, ma che il suo centro debba essere la modalità-l’atteggiamento da cui essa discende; in questa modalità/atteggiamento c’è il valore.

    Il punto è che non c’è il tempo per fare questa riflessione, anzi la riflessione e la decompressione sono rifuggite perchè durante questo tempo il collezionista ci potrebbe anche ripensare: però potrebbe anche pensare di comprare un’opera più grande e più costosa…quindi attenzione.

  • Scusa Luca, una fiera è, di necessità, uno spazio condiviso da molti espositori. L’organizzazione in “box” e l’appendere alle pareti i lavori bidimensionali (tutti concepiti per essere appunto appesi ad una parete) sono conseguenze difficilmente aggirabili, criticarle è tanto come dire che sarebbe meglio non fare “fiere” (argomento, questo, che è degno di discussione, come molti altri ma che attiene al “commercio” delle opere d’arte” e non alla “critica dell’arte).
    Ma a me interessa il tuo punto seguente: “il valore risiede nella modlità/atteggiamento da cui l’opera discende” : fin qui, non ostante tu lo abbia enunciato piú e piú volte, non ho ancora mai letto una tua definizione chiara di modalità/atteggiamento. Saresti cosí cortese da elaborare brevemente il concetto e fornire anche qualche semplice esempio? Grazie!

    • Cristiana Curti

      Caro Luciano, non solo bisognerebbe spiegare secondo quale forma di italiano scritto (e pensato) un’opera “discende da una modalità/atteggiamento”, ma anche come fanno “riflessione e decompressione (?) a rifuggire”. Sono già fuggite una prima volta? E dove andarono? Davvero ci sarebbe necessità di un certo silenzio stampa. Almeno per un ripasso lessical-sintattico.
      Ma così come tu non otterrai alcuna spiegazione plausibile da queste frasi casuali (non c’è modo di spiegare ciò che non esiste nel linguaggio corrente né in un cerebro qualsivoglia), molti che non amano – ma sono obbligati a farlo perché censura è imperdonabile – le costanti incursioni di un gruppo di buontemponi con il démone del presenzialismo sotto forma di apologia del pensiero debole (e un tocco, a volte, di Madre Teresa di Calcutta dell’arte) chiedono almeno che non si inneschi l’ennesima litania di versetti lucarossiani che grazie al cielo non fanno infine così tanti proseliti.
      Se tu sapessi poi che mio cugino di Bologna (cugino primo! garrulo e pratico ragazzone del tutto avulso a questi argomenti, ma non per questo meno smart, anzi!) si chiama Luca Rossi, ti renderai conto del mio imbarazzo ogni volta che mi tocca leggere queste imbarazzanti note a suo nome.
      Con ciò, adesso mi immagino un sequel di copia-incolla come se piovessero (anzi “discendessero”) anticipato dal consueto incipit: “ma perché finite sempre a parlare di me? Perché vi ostinate a guardare il dito invece della luna che il dito indica? Siete tutti idioti” ecc. ecc…

      • Cristiana Curti

        avulso vuola il “da”, naturalmente. Anch’io devo fermarmi un poco. E’ tutta la mattina che scrivo…

        • Cristiana Curti

          E tre. Correggo ancora (la stanchezza fa brutti scherzi): non siamo idioti (tutti o quasi, tranne le balie gentili), siamo “mediocri”. Checcevoifa’?

          • Cara Cristiana, invero avevo proprio deciso di disertare, almeno per un po’, questo commentario stanco sia delle ricorrenti “banalità ad effetto” lucarossiane e dei ricorrenti interventi di qualche redattore che pare gradire più quelle che tu chiami”incursioni di buontemponi afferì da presenzi aliamo” ad un dialogo serrato su argomenti con un qualche spessore. Due cose mi hanno fatto cambiar idea : la prima e, per me piú importante, la lettura di una lettera del grandissimo Morandi a Telonius Monk (ti metterei il link ma credo Artribune non gradisca e probabilmente l’hai letta anche tu). L’altra la mia inguaribile “presunzione di buona fede”” : che mi gA ritenere, ancora, che forse Luca sia in buona fede e sia solo troppo teso ad “apparire intelligente” per lasciare che la sua onestà intellettuale abbia il sopravvento e lo porti finalmente ad impegnarsi in argomentazioni anziché disperdersi in “sentenzino” degne dei Baci Perugina.
            Sulla lettera di Morandi che, confesso, mi è giunta come una rivelazione e come una ristoratrice conferma a tante mie personali meditazioni, credo che torneró in futuro, ora vediamo se esiste un Luca autentico che senta finalmente l’urgenza di dar seguito alle sue domande ed incominciare ad argomentare.

  • …scusa… “buontemponi affetti da presenzialismo” … “che mi fa ritenere”… “sentenzine”….

    • Cristiana Curti

      Caro Luciano, la tua speranza potrebbe essere ben riposta solo se si sapesse con chi e di cosa si stia discutendo.
      Della lettera di Morandi a Monk (che mi pare argomento di ben altro spessore) anch’io so perché me la segnalò diversi giorni or sono Davide Pairone, che ancora ringrazio. Fulminante è il termine giusto e non vedo perché il link non dovrebbe essere condiviso:
      http://robedachiodi.associazionetestori.it/2012/02/17/jazz-session-per-morandi/
      E’ talmente importante che me la sto ancora rimuginando e penso che dovrò affrontare almeno uno dei settemila problemi che pone proprio intorno al valore dell’arte (che non è il prezzo).
      Illuminante anche perché qualche giorno fa ho invece letto un complesso libretto sull’architettura di Cézanne a firma di Vittorio Gregotti che dovrebbe – almeno nelle intenzioni – vertere sul medesimo argomento (alla larga). La verità è che, pur brevissimo, è scritto in maniera così involuta che è necessario continuamente tornare sui propri passi per afferrare bene il capo del discorso. Alla fine ci si arriva, ma – accidenti – quando alcuni sputano sulla buona letteratura non si rendono proprio conto di ciò che stanno facendo.
      Ci si deve far comprendere, per progredire. Altrimenti il pensiero rimane lettera morta oppure potrebbe adombrare profondità che non esistono (di solito questa seconda ipotesi è la più frequente).
      Fatto sta che, di diritto o di rovescio, adesso capisco il perché di certe costruzioni gregottiane, cerco di dimenticare quello che ho letto su Cézanne per non confondermi le idee e comprendo una “modalità” dell’arte del tutto inedita (anche se presumibile) leggendo Morandi e il suo senso della continuità di ricerca dell’ “assoluto poetico” in ogni espressione artistica.

      • Angelov

        grazie per il link della lettera a T Monk

  • mah

    sian dannate le 2 cose che han fatto cambiare idea, invero, a gerini

  • …caro mah, tranquillizzati “invero” non e’ una mala parola ma, se non ti fidi, puoi cercarla sul dizionario… Ah!, capisco non ne hai uno e non sai neppure che cosa sia… poco male, fa’ cosi’ digitalo su Google e vedrai che ti ci porta lui… magari ti potrà esser utile in futuro. Per il resto ti consiglio di esercitare la virtù dei forti e dei saggi : la pazienza … ciao, a presto !

  • Angelov

    E pensare che Giacometti criticava Brancusi, rinfacciandogli di realizzare non delle Sculture, ma solo Oggetti. I lavori che si presentano sopratutto ai Non Addetti, lo sono (impunemente) come merce sugli scaffali di un supermencato. Al punto che in passato Artisti hanno presentato Oggetti come Sculture. Forse molto di quello che una sensibilità creativa sente di fronte a queste realtà, che vengono presentate come Normali, Naturali e Necessarie, potrebbe stimolare verso una direzione che metta in discussione il tutto, ma non solo in modo teorico, ma con l’utilizzo dei materiali del Reale stesso, in un fare artistico.

    • Mi permetto di consigliarti una attenta meditazione di questo passo : “In margine alla nuda realtà, all’evidenza delle cose oggettive, lo sguardo di un artista può permettersi un certo grado di miopia, spingendo il suo sguardo nello spazio in cui il mondo che già conosciamo possiede una seconda vita. Così ogni opera d’arte non è che la possibilità di avere altri occhi, di moltiplicare una realtà non più di fronte a noi, ma scavata nel nostro vissuto, nel nostro piccolo mondo di essere umani.” (G.Morandi – lettera a T.Monk)
      Permettimi, infine, un altro consiglio : smetti di vedere il mondo diviso in “addetti ai lavori” e “non addetti ai lavori”

      • Angelov

        Si è vero, forse ci sono vari gradi di Addizione ai Lavori, e non una semplice contrapposizione. E poi: “nel nostro piccolo mondo di esseri umani.” : quanta umiltà in questa affermazione.

        • Cristiana Curti

          in effetti, “addicted” mi pare molto più consono di “experts”.

        • “nel nostro piccolo mondo di esseri umani.” : in questa espressione tu ci vedi tanta umiltà io ci vedo tutto il senso del “fare arte” che, credo, nasca appunto dalla contraddizione e tensione tra l’anima (o lo spirito se preferisci) eterna, infinita, universale, disumana, ed il corpo transitorio, limitato, terreno e umano. C’e’ chi, questa tensione, la ri-dirige nella ricerca del piacere, chi della ricchezza o del potere e chi nella produzione di comunicazione artistica . In verità ciascuno l’applica in tutte quelle direzioni e la differenza sta’ solo nella “frequenza” e “prevalenza” della direzione scelta.

          • Angelov

            “Frequenza” e “Prevalenza” in questo caso non vogliono forse indicare una Scelta? E poi riguardo a Morandi, il suo lavoro è soffuso di Poesia, come tutta la grande arte. Direi che apre ad una dimensione immanente e la rende, quasi visibile. Ma quello che mi sembra è che ci sia, a parte una dovuta circospezione e rispetto per la cosa in se, anche un senso di pudore e malcelata insofferenza quando si sente pronunciare questa parola. Poesia: certo, è presa a prestito dalla letteratura ma s’è nel tempo sdoganata alla grande, non ti pare?

          • E’ evidente che si tratta di scelte, magari di tutta una vita, molto più spesso in vario alternarsi, non infrequentemente sovrapposte e mescolate in diversa misura.
            …Poesia… poesia, musica, danza, performance, pittura, scultura, fotografia, video… tutti e solo strumenti di un tentativo di comunicazione dell’ineffabile : “cogliere l’essenza di un discorso musicale calato non tanto nella capacità dell’autore di dare dignità allo strumento, quanto piuttosto del servirsene per metterlo da parte, lasciando il suono come unico protagonista della scena.” (G. Morandi a T. Monk) … servirsi dello strumento per metterlo da parte … lasciare la comunicazione come unica protagonista.

  • Angelov

    Leggevo tempo fa un’intervista ad un famoso artista minimalista americano nella quale egli riconosceva in Morandi, se non il vero iniziatore dell’Arte Minimalista del XX secolo, comunque attribuiva a Lui una influenza determinante ed indubbia in quel fare artistico. Trovandomi poi all’estero, in Australia, ne ebbi conferma durante una conversazione con il figlio di un famosissimo pittore astrattista, dove mi venne confermata la grande stima ed il debito che suo padre aveva con Morandi.
    Secondo me esistono due modi di scegliere: una, quella Positiva, dove si porta a casa questo o quello, appunto “a scelta”; l’altra è quella Negativa, dove si decide di non stare al gioco e, appunto per una Scelta ma che è A Monte, si lasciano gli oggetti al loro posto sugli scaffali, si mette in pratica una specie di Resistenza allo Scegliere, che comunque apre ad un nuova dimensione del fare. Il secondo modus operandi è noto anche come Scelta Etica o Morale. E vorrei anche citare una cosa ascoltata prima di una proiezione di un film di Jean Marie Straub, dove l’Autore presente disse testualmente che per Lui il punto dove piazzava la cinepresa e l’angolo di ripresa delle scene, comportava una Scelta di tipo Etico se non addirittura Morale. Penso che questi due tipi di Scegliere siano alla base di quasi tutto l’Operare Artistico, ma con risultati e conseguenze, che spesso rasentano il diametralmente opposto.

    • … tu dici di correnti, movimenti, influenze = modalità o tecniche … poi di scelte positive o negative, etiche o morali = atti di volizione o progetti … sono esse ” alla base di quasi tutto l’Operare Artistico” ? Mi dispiace, ignoro la risposta, io ho quasi solo domande e, infatti ti chiedo : hai letto e riflettuto su questo passo? :
      – Ma la tecnica è un incidente, mai un progetto, poiché è proprio il discorso artistico, quello più vero e profondo, che mette in crisi la relazione tra il nostro sguardo e la realtà di tutti i giorni, giocando d’anticipo sul pensiero dell’autore, e creando ogni volta un gesto “su misura” – (G.Morandi a T. Monk)

  • Cristiana Curti

    Forse stai parlando di Stuart Arends, che si rifà esplicitamente a Morandi. Così come anche Wayne Thiebaud si dice sommamente debitore del bolognese (e ne è anche grande collezionista). E’ interessante quello che dici sulla poiesis artistica. Brancusi è forse un esempio eclatante di “passività” dell’artista nei confronti della materia. Ne viene conquistato (si lascia condurre) al punto di non voler quasi interferire con il prodotto che ne otterrà. Ma non ne sono così sicura, infine…
    Sulla fortuna di Morandi in America si potrebbero scrivere volumi e molto si è scritto, anche recentemente. Solo che gli italiani si fermano ad Arcangeli o poco più, invece è molto interessante osservare con occhio pulito e “diverso” un nostro artista. Del resto noi non vediamo (e capiamo) Pollock come lo vedono (e intendono) i suoi conterranei.

    • Angelov

      Infatti si dice: “Nemo Profeta in Patria” ma anche “Ubi Bene ibi Patria”.
      Per quanto riguarda Brancusi, rimane un punto di riferimento obbligato. La sua ricerca formale, che ha anticipato il Moderno Design, lo ha spinto verso forme sempre più esemplificate; ed infatti scrisse che la “Semplicità è un punto di arrivo, e non di partenza”. Se è vero che ogni forma in scultura ha una affinità con il materiale di cui è fatta, Lui arrivò a scolpire la stessa Opera in Bronzo, in Legno e in Pietra, e questo riuscì a farlo, perché quella Forma era ridotta all’Essenziale. Per avere un’Idea di questo basti pensare che il grande Rodin, riuscì ad esprimersi solo nel Bronzo. Se vediamo le sue Opere in marmo, risultano quasi trasparenti e molto deboli. Il contrario di Michelangelo, il quale rimane a tutt’oggi colui che ha saputo valorizzare meglio la Materia della Pietra (marmo). Un’altro grande è Henry Moore, il quale, a parte grandi lavori in pietra e bronzo, è e rimarrà lo scultore che ha meglio interpretato il Legno. Lavori di quelle dimensioni non se ne erano mai visti. Giacometti, che di tutti questi è il più pittorico, ha lasciato dei bellissimi disegni e delle incredibili Sculture, ma che hanno la stessa qualità materica di un quadro. Tutto basato sulle impronte della Superficie. Ed è per questo che rinfacciava a Brancusi, apparentemente un rozzo rumeno trapiantato a Parigi, in fondo una certa mancanza di sensibilità. Da notare che molte sculture di Modigliani sono nate nello studio di Brancusi, che fu anche frequentato da Noguchi. Mi sono un po’ dilungato, ma quello che vorrei dire è che per uno Scultore è il rapporto con la Materia la sua forza di ispirazione. Come il Suono per un Musicista ed il Colore per un Pittore: e si tratta di un rapporto viscerale. Grazie.

    • Cara Cristiana… a volte mi chiedo se, l’opera d’arte, sia poiesis o non piuttosto praxis … ma, alla fin fine, che cambia?