Al Maxxi Vince Giorgio Andreotta Calò. Va al veneziano, in diretta internet, il Premio Italia Arte Contemporanea 2012

“La sua opera riattiva le connessioni del museo, e del Maxxi in particolare, con la città, con Roma”. Con queste motivazioni, fra le altre, la giuria internazionale ha assegnato a Giorgio Andreotta Calò il Premio Italia Arte Contemporanea 2012. L’annuncio è stato dato, nell’innovativa – per l’Italia –  modalità della diretta streaming, da Franca Sozzani, Direttore di […]

Giorgio Andreotta Calò

La sua opera riattiva le connessioni del museo, e del Maxxi in particolare, con la città, con Roma”. Con queste motivazioni, fra le altre, la giuria internazionale ha assegnato a Giorgio Andreotta Calò il Premio Italia Arte Contemporanea 2012. L’annuncio è stato dato, nell’innovativa – per l’Italia –  modalità della diretta streaming, da Franca Sozzani, Direttore di Vogue Italia, nel corso della cerimonia tenutasi al museo. Andreotta Calò si è imposto su un lotto di finalisti tutto al maschile, composto oltre a lui da Patrizio Di Massimo, Adrian Paci, Luca Trevisani. La giuria era composta da Elena Filipovic del WIELS Contemporary Art Center di Bruxelles, Udo Kittelmann, Direttore dello Staatliche Museen di Berlino, Anna Mattirolo, Direttore del MAXXI Arte, Jessica Morgan, della Tate Modern di Londra e l’artista Luigi Ontani. Special guest il comico, scrittore, autore e attore teatrale Alessandro Bergonzoni. Al vincitore sarà dedicata una pubblicazione monografica su tutto il suo percorso artistico.

  • nicola

    Grande Giorgio super complimenti…

  • Gionni

    Ottimo, direi

  • Devo dire che hanno fatto un buon lavoro: ognuno è riuscito a focalizzare e approfondire bene alcune urgenze/ossessioni che molte altre volte avevo visto deboli e annacquate (anche se Paci lo ha dimostrato anche in altre occasioni). Non avevo mai avuto questa impressione. Forse, in questi tre anni, un contesto maggiormente “critico” ha giovato ai quattro. Bene.

    • Luca Rossi finalmente approva!! Andreotta Calò, Patrizio Di Massimo, Adrian Paci, Luca Trevisani, tirano un profondo respiro di sollievo e sentitamente ringraziano : certo senza “whitehouse” ed il “contesto maggiormente critico” creato precipuamente da questo blog imperdibile, letto, seguito e commentato da decine (forse centinaia) di migliaia di addetti ai lavori, il loro lavoro non avrebbe ricevuto gli stimoli giusti !!!
      …un giorno una mosca si poso’ sulla testa di un cavallo che tirava una carrozza….

    • ristorantedellarte

      Giorgio Andreotta calo
      Michela Pelusio

      Nazionalita: Italia
      Nazionalita: Italia

      residente in Olanda
      residente in Olanda

      opera: proiezione dell’esterno nell’interno museo tramite lente
      opera: proiezione dell’esterno nell’interno museo tramite lente

      luogo :Museo Maxxi
      luogo: Museum Den Haag

      anno: 2012
      anno : 2006

      ecco
      http://www.artolive.nl/kunst/515888-michela-pelusio/124352-inspired.html

      • Caro “ristorante dell’arte” ti riporto quanto avresti potuto leggere già un paio di volte in altri miei commenti a questo articolo :
        “Il lavoro non è nulla di nuovo” .. della camera oscura parlo’ gia’ Aristotele e studi recenti ritengono che alcune paleo-pitture siano state prodote utilizzando la proiezione di un foro stenopeico e, a parte questo, tutta la fotografia, anche quella digitale, (anche cinema e video) e’ prodotta utilizzando la tecnica della camera oscura. Usando il tuo metro dovremmo dire di qualsiasi fotografia (o pellicola o video) “Il lavoro non e’ nulla di nuovo”?

        • ristorantedellarte

          caro luciano
          volevo solo sottolineare il lavoro identico di un altro artista italiano
          certe volte una persona puo’ cammuffare il risultato della sua opera attraverso differente estetica ma….
          in tal caso l’opera e’ identica e mi chiedo: Se la commissione scientifica sapeva l’esistenza di questo avrebbe votato lo stesso il vincitore?

          • ..l’avevo ben inteso, ma ti volevo far capire che non si tratta affatto di due lavori identici. Se tu avessi visto il lavoro di Andreotta Calo’ te ne saresti accorto da solo, credo. Non basta l’uso del foro stenopeico o la proiezione dell’esterno di una galleria al suo interno (come ho scritto altrove io stesso foatto qualche cosa di molto simile e prima di me, della Pelusio e di Andreotta Calo’ l’hanno fatto molti altri) per dire che due lavori sono “identici”. Io non so se Andreotta Calo’ si sia ispirato al lavoro (o meglio alla “tecnica” usata per il lavoro) della Pelusio ma se anche cosi’ fosse non saremmo ancora di fronte a due lavori “identici” o ad un “plagio” (o altrimenti, come detto, dovremmo dire che tutte le foto di questo mondo sono “lavori identici” o “plagi”). E’ di tutta evidenza che, sia il lavoro di Andreotta Calo’ che quello della Pelusio, sono lavori, per dir cosi’, “concettuali” e quindi “l’opera” non sta’ nella proiezione ottenuta dal foro stenopeico, ne’ nel fatto che si produca un’immagine mutevole ed impalpabile dell’esterno di un museo/galleria al suo interno e neppure nella qualità dell’immagine o nel soggetto che essa “ricrea” …
            Per quanto riguarda la giuria non so’ se essa fosse a conoscenza del lavoro della Pelusio so’, per certo, che almeno uno dei suoi membri conosceva molto bene la mia “installazione” e sa perfettamente che “l’idea di proiettare la realtà esterna all’interno della galleria/museo”, raddrizzarla tramite uno specchio e proiettarla su una superficie d’acqua non e’ nuova, perché ne abbiamo parlato, alcuni anni or sono, molto a lungo… ma, come ti ho già’ detto questa e’ solo una “tecnica” non e’ “l’opera” e io credo che sia quest’ultima che sia stata giudicata meritevole del premio Italia.

        • ristorantedellarte

          caro luciano
          se vogliamo giocare con il linguaggio va bene: due opere non possono essere identiche m,a somiglianti come due oggetti modelli uguali che escono da ikea hanno sempre qualcosa di differente. lo insegna anche G de dominicis con il concetto espresso molto bene di “ubiquita’”, ma questo e’ un altro discorso.
          ma mi chiedo se due opere formalmente sono simili e sono realizzate nello stesso modo qual’e’ il concetto di opera differente? secondo me quando una idea e’ semplice e’ facile da riprodurre e da copiare. poi cambiane dei particolari ma il succo e’ quello…..non si parla di tocchi da maestro ma di due idee uguali ( e qui si puo’ dire l’idea uguale ) e qui non premia la realizzazione ma l’idea di fondo perche’ non si e’ messo calo” con le sue manine o pelusio a fare il buco al muro del museo e mettere una lente differenziandone il contenuto perche: ” Il contenuto e’ l’idea in questo caso. non vedo altro contenuto se non l’effetto della tecnica esistente da millenni. Poi ricamate sopra quel che volete ma e’ debole ed imitabile.
          E per finire sottolineo che, si il concetto della fotografia deriva da questa tecnica ma “esteticamente” nella sua fase di reallizzazione e’ completamente differente. in mano hai una carta fotografica non un buco sul muro ed in fondo non tutte le opere riescono col buco!

          • Non e’ un “giocare con il linguaggio”. Lasciami di partire dalla tua ultima affermazione :
            “… “esteticamente” nella sua fase di reallizzazione e’ completamente differente. in mano hai una carta fotografica non un buco sul muro”… ecco: se ti fermi all’ “estetica” di una foto, al suo “differente soggetto” alla “rappresentazione del tema (apparente)” ti perdi molto di quanto l’arte contemporanea comunica per mezzo di questo medium e soprattutto ti perdi il più. il meglio e l’essenziale . Ma per venire piu’ vicini al tema, ricorda che la foto spesso (come nei casi di cui parliamo) non e’ “stampata” . Anzi proprio questo dovrebbe, incominciare a suggerirti qualche cosa: se io scelgo di non “stampare” una foto e decido invece di “proiettarla” (o mostrarla in uno schermo qualunque esso sia), intanto incomincio a “de-oggettivizzare” l’opera che non e’ più qualche cosa che ti possa suggerire di portartela a casa per appendertela al muro e anzi, t’impedisce questo comportamento. Se poi l’immagine che ti presento non e’ “una immagine definitiva” ma un succedersi infinito di immagini che si modificano di poco o di molto (variare della luce, gente che passa nell’angolo di ripresa), allora ti suggerisco ancora altre cose (innanzi tutto la “necessita’” di “esserci” di essere proprio li’ mentre l’immagine “si da’ “, poi lo scorrere del tempo, il costante mutare della realtà attraverso passi impercettibili che se non osservati in continuum ma a successivi momenti intervallati da un tempo discreto, portano a mutamenti notevoli e quindi, che e’ solo un’illusione della nostra mente quella che ci fa “riconoscere” come eguale a se stesso nel tempo un medesimo panorama ..e potrei continuare ancora per molto). Ma tu mi obbietti: sia Pelusio che Andreotta Calo’ hanno deciso di proiettare (tramite uno foro stenopeico privo di lenti, almeno per il caso di Andreotta Calo’) il panorama, esterno al museo, all’interno dello stesso. A parte considerazioni marginali, ma non troppo, quali ad esempio : nel caso di Pelusio la proiezione era quella “tipica” del foro steneopeico in una camera oscura e cioe’ capovolta e rovesciata su una parete frontale rispetto al foro medesimo e quindi frontale allo spettatore; nel caso Andreotta Calo’ l’immagine proveniente dal foro veniva “raddrizzata” tramite uno specchio e quindi proiettata su una superficie d’acqua predisposta sul pavimento e quindi in posizione ortogonale rispetto allo spettatore, non solo ma la proiezione sull’acqua aumenta a dismisura l’inconsistenza dell’immagine che vine alterata profondamente e “distrutta” da una vibrazione sensibile e che, essendo stata “radrizzata” dallo specchio non rassomiglia neppure all’immagine riflessa in una pozza d’acqua ma e’ un’immagine altamente “innaturale, sorprendente, totalmente aliena” pur essendo stata prodotta nel modo meno sofisticato possibile) se la tua considerazione fosse “corretta” dovremmo concludere che se chiediamo a due diversi artisti, entrambi buoni fotografi, di fotografare, con il medesimo apparecchio fotografico dotato di un unico obbiettivo, i dintorni dello stesso museo otterremo delle fotografie “simili”, “analoghe” quasi “identiche”. Questo dipende solo dall’idea (dura a morire) che, in fondo, la fotografia la faccia “la macchina fotografica” e che l’apporto del “fotografo” sia solo quello di una maggior o minor bravura o esperienza nell’uso dell’attrezzatura. Quando ad Henry Cartier Bresson qualche sprovveduto faceva la classica, sciocca, domanda – ma questa foto con che cosa l’ha fatta? – lui che per tutta l avita ha utilizzato solo una Leica con l’obbiettivo da 50 mm, invariabilmente, per tutta risposta sollevava l’indice ad indicare la propria fronte, intendendo che un “fotografo” fotografa sempre e solo con la “sua testa”. Per concludere ti dirò ancora solo questo : se Pelusio e Andreotta Calo’ fossero chiamati a ripetere le loro opere di cui stiamo parlando, nello stesso periodo di tempo e nello stesso museo, quello che il pubblico vedrebbe (anche senza tener conto delle differenze tecniche già dette) non sarebbe affatto un lavoro non dico “identico” ma neppure “simile” ma due lavori profondamente anzi, radicalmente, diversi che condividono solo una medesima “tecnica”

  • Grande Giorgio e bravo pure SImone!

  • Lorenzo Marras

    Ecco ma guarda in Po’ Calò va bene é tutto a posto.
    Lui si che si salva dalla Stimmung collettiva.

  • rita

    sono contenta che sia andato a Giorgio Andreotta Calò.
    è bravo!

  • Lorenzo Marras

    Hip Hip Hip Hurraaaa per Calo’, evviva vogliamo vedere Calo vestito da Armani . Ma perche’ solo la Sozzani ? vabbe’ che la Vreland non c è piu’ ma dico non si poteva invitare anche Anna Wintor ?
    ajo’ Luche’ altro che aperitivo vah.

  • A mio parere è riuscito questo focus su i quattro selezionati. Andreotta Calò, in altre occasioni, penso al lavoro audio per l’ultima Biennale, mixa Long a Matta Clark e condisce il tutto con una retorica insostenibile che gli viene “passata” solo perchè sostenuto da determinati luoghi e relazioni. Quindi torniamo alla post produzione, alla proposizione dell’immaginario X e a una certa retorica che vuole farsi accettare a tutti i costi in un “paese per vecchi”. Il lavoro alla Biennale con la sua voce in audio era veramente insostenibile. E anche il terma del viaggio e del ritorno erano di una stucchevolezza rara e che forse per il luna park biennale passa senza lasciare troppe tracce.

    @Luciano: vedi quello che hai negli occhi, e quindi una tua insoddisfazione che ti porti dietro da anni. Non vuoi vedere altro, perchè vedere altro metterebbe ancora più in risalto questa tua insoddisfazione.

    • Caro Luca, ” vedi quello che hai negli occhi,” e’ frase che ti piace tanto, ma, a parte i ciechi e gli allucinati, tutti, a questo mondo, vedono ciò che hanno negli occhi, visto che si “vede”, appunto con gli occhi… Quanto alla mia “insoddisfazione”: certo io sono insoddisfatto per tutti i progetti che non ho ancora realizzato, per tutto quello che non ho ancora visto, per tutto quello che non ho ancora conosciuto e prego Dio che mi conservi questa insoddisfazione! Il giorno che mi ritenessi soddisfatto non mi rimarrebbe altro da fare su questa terra. Questo non mi toglie serenità ne’ mi produce invidia o livore, al contrario, accresce, non ostante l’eta’, la curiosità, la voglia di conoscere, di approfondire, e di godere di quanto mi circonda e di quanto di nuovo vedo nascere attorno a me…ti auguro che possa essere cosi’ ance per te !

  • Lorenzo Marras

    Luciano caro hai visto , se hai problemi esistenziali vieni qui su Artribune che c è Luca che ha la medicina giusta per tutti.
    Oh a dire la verita’ anche io da quando leggo Artribune sono diventato un po’ invidioso.
    Sono cosi’ invidioso del fidanzato di Helga.

    • Caro Lorenzo, per fortuna non ho “problemi esistenziali” (a parte quelli “pratici” di tutti gli Italiani, e non solo, in questo momento difficile ma, son certo, transitorio). Ho stima di Luca Rossi, chiunque egli sia, da padre e nonno (quale sono) mi piacerebbe solo che esercitasse un pochino (appena un poco) il senso autocritico e la virtù della modestia, questo darebbe tanto più vigore ed incisività al suo operare.
      Quanto al fidanzato di Helga, beh! data l’eta’ sarei comunque fuori gara… a parte il fatto che sono convintamente monogamo.

  • acab

    La solita passerella tra personaggi di dubbio spessore.
    La solita cricca di amici e baronetti che se la conta e sa la dice.
    Dov’è il lavoro premiato di Calò?
    Si parla solo di personaggi e mai dell’opera d’arte.
    Che pagliacciata

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      chi non sa fare l’artista, sa fare salotto…

  • ortom

    Ma la foto dell’opera di questo artista?

  • ortom

    per la verità..sarebbe interessante oltre che specifico.. vedere anche le opere degli altri, piuttosto che mostrarne il volto.

  • ortom

    a dire il vero..che importanza ha ormai l’opera..roba da dilettanti..di quella che perdono tempo a studiare tecniche e a leggere centinaia di libri.(di scrittori di cui non si conosce il volto), impegnati nell’arte per esigenza interiore..tutte baggianate che non contano nulla… beh, pensiamo alle cose serie!..qualcuno di questi grandi artisti può tenermi informato sull’andamento dello spread btp bund??? grazie

    • Se aveste seguito il video sino alla fine avreste avuto una sintetica spiegazione dell’opera di Caló e sapreste che non è possibile nè fotografarla n’è filmarla utilmente. Va’ vista dal vero (come dovrebbe essere quasi sempre)

  • “Và vista dal vero”….perchè un racconto o un immagine non sono veri? Un aspetto interessante di quest’opera è che non può essere documentata. C’è quindi una consapevolezza, ma non c’è un giudizio di valore: andiamo a verificare di persona tutte le notizie che leggiamo sul quotidiano? Ma lo sapete che il 95% di coloro che seguono l’arte contemporanea nel mondo guarda abitualmente documentazione delle opere e non opere “dal vero”? Cosa significa “dal vero”? In fondo ogni opera che vediamo sperimentandola direttamente, ci permane molto di più in una dimensione indiretta, e non “dal vero”.

    • “dal vero” nel senso che bisogna proprio esserci, in questo caso per un motivo molto banale: il lavoro di Caló è costituito da un’immagine del panorama del Flaminio visto dal “balcone” del MAXXI, catturato attraverso un foro stenopeico, proiettato in una “camera oscura”, riparo iettato, con ribaltamento, sul pavimento allagato della camera oscura stessa. È, pertanto, praticamente non riproducibile indoro o video (ammesso che potesse avere un senso il farlo)!
      Si potrebbe ridurre il tutto ad un “lavoro concettuale” enunciandone il concetto (alla Lorenz Weiner) ma non è questo ció che Caló ha voluto.
      Un’opera andrebbe sempre vista nella”situazione”nella quale il suo autore ha stabilito che essa fosse vista, in caso contrario si rischia di vedere cosa anche sensibilmente diversa da quella realizzata e voluta dall’autore.

  • La “situazione nella quale il suo autore ha stabilito”…cosa dire allora dei racconti, delle immagini sulle riviste, dei portfolio? Un’opera vive in tutte queste situazioni perchè per il pubblico (quelli che non sono l’autore) nasce quando il pubblico incontra l’opera…e questo può avvenire in mille modi. In questo Tino Sehgal è fortemente coerente, non ammettendo documentazione alcuna delle sue opere. L’opera scavalca sempre le intenzioni del suo autore, e questo è il suo bello-brutto, basta averne consapevolezza; sarebbe auspicabile maggiore consapevolezza e coscienza dell’autore. Non mi nasconderei dietro la retorica dell’opera che deve essere fruita dal vero…..perchè oggi questa definizione di VERO è estremamente labile, fluida e dialtabile…..

    whlr.blogspot.it/2011/11/padiglione-italia.html

    • ” In questo Tino Sehgal è fortemente coerente, non ammettendo documentazione alcuna delle sue opere”, come vedi caro Luca, Sehgal, uno dei tuoi autori preferiti, la pensa esattamente come me, e prima di lui De Dominicis e tanti, tanti altri.

      “cosa dire allora dei racconti, delle immagini sulle riviste, dei portfolio?” se scrivo un racconto, sta a me tener conto o meno del fatto che potrà essere letto in poltrona ed in raccoglimento o sulla metropolitana in mezzo al fracasso.
      Io sto portando avanti da oltre sei mesi una performance su Facebook, con molti “amici” che cambiano casualmente nel tempo, il fatto che essa si vada a “confondere” con mille altri post era cosa prevista e desiderata.
      Se faccio delle foto per una rivista o una pubblicazione, mi preoccupo di come verranno pubblicate ed impaginate.
      Detto questo e’ vero che sempre “l’opera” avrà il suo “completamento” nell’incontro con il pubblico anche quella di Calo’ soggiace a questa regola e, il pubblico, per incontrarla, deve per forza andare al MAXXI e stare per un bel po’ in una stanza buia sino a che, abituatosi all’oscurità, non vedrà apparire l’opera sull’acqua. Opera totalmente immateriale, transitoria, impermanente. mutevole con il mutar delle condizioni metrologiche e di luce esterna: per me un’opera magistrale!
      Anni fa avevo fatto qualche cosa di molto simile a Bangkok ma, anziché usare il foro stenopeico, avevo utilizzato una banale microcamera che riprendeva l’esterno della galleria (un campus universitario) da una certa angolazione ed un proiettore che riproduceva la ripresa sul pavimento allagato della sala completamente buia… c’era in meno il “romanticismo” della mitica “camera oscura” (con foro stenopeico, ribaltamento, riflessione nello specchio e ri-ribaltamento dell’immagine) , c’era, in più, la riflessione di una realtà molto più varia e mutevole tal per cui nessuno degli istanti di tale “riflessione” aveva la benché minima possibilità di ripetersi eguale a se stesso.

      “Non mi nasconderei dietro la retorica dell’opera che deve essere fruita dal vero..” come ti ho già precisato per “fruizione dal vero” ho inteso dire “fruizione nelle condizioni previste nella sua progettazione”… poi, certamente l’opera farà la sua strada e magari troverà condizioni di fruizione migliori o peggiori, rimane il fatto che, fuori dalle condizioni di fruizione previste, essa muterà poco o molto (a volte moltissimo) il suo carattere e significato.

  • acab

    Ho visto il video
    l’opera di Calà è un rifacimento di un’opera già fatta e ripetuta più volte in passato.
    Le Prime sperimentazioni fotografiche. L’immagine che viene ripetuta e ribaltata dall’esterno all’interno della camera oscura…
    Addirittura c’è una cosa identica nel museo di palazzo ducale a Venezia.
    Franco vaccari fece sperimenti identici quindici anni fa… ma proprio identici

    • Caro acab, mi pare che tu confonda tra “modalità”, “processo” ed “opera”. La “camera oscura” e’ antichissima, fu già descritta da Aristotele e ci sono studiosi che ritengono, addirittura, che alcune delle paleo-pitture rinvenute in caverne siano state eseguite sulla scorta di immagini proiettate sulla parte da un foro stenopeico.
      Nessuna meraviglia, quindi che esistano lavori basati su tale principio prima di quello del MAXXI, ci sarebbe da meravigliarsi se fosse il contrario.
      Se rifletti ti accorgi che la tua critica potrebbe essere applicata a tutta la fotografia che, tutta, compresa quella digitale, e’ prodotta basandosi su tale processo.
      Ma “l’opera” non e’ nel medium, modalità o processo, non e’ neppure nell’immagine latente sulla superficie dell’acqua che, ovviamente, e’ diversa da quella di altre opere basate sul medesimo o su analoghi processi e modalità, compresa la mia installazione effimera in Bangkok e non e’ neppure nel “concetto” sotteso al lavoro di Calo’. E allora dove sta’ l’opera? A te cercarla, se vuoi. Io l’ho trovata e l’ho trovata profonda al punto che l’ho definita, sopra, “magistrale”.

    • ristorantedellarte

      nel 2006 inspired Michela Pelusio

      http://maakali.org/SelectedWorks/

  • L’artista si chiama Andreotta Calò.

    Viviamo una crisi linguistica ed economica senza precedenti; e dopo il picco dell’11 settembre continua una post-post-produzione estrema: gli artisti riassemblano codici ed elementi strapercorsi: una forma di abile artigianato dell’arte contemporanea, dove la selezione viene fatta da LUOGO e RELAZIONI. Il giovane artista deve solo proporre un buono standard che poi viene protetto ed esaltato dai luoghi e dalle relazioni. L’artista, come il contenuto, sembrano quasi pretesti per tutto quello che c’è attorno: una giuria, un curatore, una galleria, una vendita ecc ecc. Questo sistema ha profondamente illuso e deluso gli Andreottà Calò degli anni 90 che oggi per non sembrare sfigati tacciono (mi riferisco ai partecipanti ad Espresso arte oggi in italia).

    In italia non esiste un sistema critico e intellettualmente onesto che possa approfodnire e promuovere adeguatamente. Non si tratta di strutture e fondi, ma di persone che non vogliono o non sanno. C’è un pressapochismo imbarazzante, precarietà (questa stessa rivista è gestita come secondo lavoro), un vuoto colpevole tra migliore sistema da una parte e pubblico, mass media e sistema politico dall’altra parte (posso portare esempi). Il pubblico è totalmente ignorante e disinteressato – giustamente- dal momento che non ci sono opportunità di avvicinamento cosciente…tanto vale tirare pantenere di ceramica alla Maloberti per poi fare un mega aperitivo…questo è il livello.

    Lo stesso vuoto colpevole, tra sistema e mondo esterno, che in versione MACRO ha permesso l’inserimento di Berlusconi negli anni 90 e in versione MICRO quello di Luca Beatrice e Vittorio Sgarbi. I curatori e gli artisti migliori scappano e poi vivono un trauma di amore-odio con l’italia che li fa comportare in modo politicamente corretto e compiacente…senza portare alcun aiuto all’italia, che continua ad essere marginale, assente dalla scena internazionale e condannata a scimmiottare l’estero afflitta da complessi di inferiorità. Mi riferisco ai nostri galleristi, curatori, artisti, direttori di musei….

    LR
    retrospettiva_aprile 2012_preview http://whlr.blogspot.it/2012/03/sommario.html

    diventano una sorta di tronchetto sacrificale per giustificare una galleria, una vendita, una giuria, un premio, un museo ecc ecc.

    • …continua la para-analisi psico-sociologica del modo dell’arte alla ricerca del termometro universale, con incorporato post pubblicitario gratuito, dell’imperdibile ed imprescindibile blog whlr…

      • Ma pubblicità cosa? Non vendo nulla e sono totalmente osteggiato e limitato. Non ho nessun appeal pubblicitario. Leggi per una volta i contenuti, certe dinamiche diventano contenuto; e non guardare sempre il dito che indica la luna.

        • Caro Luca Rossi, credo non esista lettore di Artribune che non abbia ormai compreso che “cliccando” sul “Luca Rossi” in arancione in testa ai tuoi post si viene immediatamente catapultati nel tuo blog (come per gli altri nomi in arancione in capo ai commenti nei siti web indicati da ciascuno dei commentatori) … allora a che serve ripetere, nel testo dei tuoi post il link al tuo blog (a parte far dispetto a M.E.G.) ?
          Il fatto che tu non venda nulla (anche se ti potrei obbiettare che la pubblicità non e’ sempre fatta per vendere qualche cosa , spesso e’ fatta per “accreditare” qualche cosa) e’ forse “meritorio”? Chi “vende qualche cosa” e’ forse un reprobo?
          Sono tre anni che leggo i tuoi “contenuti” e incomincio a trovarli eccessivamente ripetitivi e velleitari.
          Nelle notti senza luna, purtroppo, rimane solo il dito da guardare.

          • Ripeto, stiamo parlando di me, mentre il contenuto del mio commento sta sfumando. Quindi sei tu che fai sfumare la Luna….io propongo solo il mio punto di vista, la mia Luna. Prego di controargomentare su quello e non su i link al mio blog che mi sembra un argomento inutile.

            >>>COMMENTO del
            2 aprile 2012 alle 13:38 <<<<<<

          • Il “contenuto” del tuo commento (2 aprile 2012 alle 13:38) non “sta’ sfumando” semplicemente e’ identico al contenuto di innumeri altri tuoi commenti,che per la loro genericità sono riferibili a qualsiasi artista/lavoro/premio/situazione, e q.

          • ..e quindi e’ semplicemente stucchevole.
            ” i link al mio blog che mi sembra un argomento inutile.” …appunto quindi evitali!!

    • Lorenzo Marras

      Analisi impeccabili Luca , non c è dubbio ma che pur tuttavia non spiegano “cause” (intendo cause che hanno generato la deriva sotto gli occhi pressoche’ di tutti) e sopratutto vie di superamento (non di fuga,bada, perche’ sarebbe oltremodo facile e non cambierebbe la sostanza delle cose).
      A mio modesto avviso, è tempo che una volta per tutte si inizi a demolire il concetto di “artista” articolato nel suo essere “personale” ; lo trovo non solo inadeguato ma deleterio perche’ interamente e definitivamente assorbito nella funzione “spettacolo”.
      Lo dici tu stesso : “l’artista è legato a modi luoghi e relazioni”, in parole povere , è un emerito CASTRATO e se due piu’ due non fa piu’ quattro allora dobbiamo intuire (non dedurre) che la condizione di CASTRATO genera subordinazioni, integrazione, collaborazione e peggio perche’ riassume tutto estrema vigliaccheria istituita. Benissimo. Dunque se finalmente riusciamo a liberare il concetto di Artista dalla sua camicia di forza personale, possiamo allora dunque pernsare al medesimo come soggetto di una Comunita’ ; se è cosi’ la musica cambia, perche’ una Comunita’ è ammesso che possa nascere e sussistere puo’ rappresentare una validissima alternativa.
      E’ ovvio che è facile scrivere di Comunita’ perche’ compierla è realmente problematico. Ma puo’ essere , UNA , delle vie di superamento.

      d’altronde senza volerlo, anche in questo commentario una Comunita’ in-formale è venuta fuori.

      • mah

        Marras è un allievo di Quelo

        • Lorenzo Marras

          Quelo Quelo Quelo. Mai sentito nominare e l’ultima volta che ho fatto l’allievo è stato nel campionato FGCI dell’anno 1975-1976 ma il mister non si chiamava Quelo.

      • “Analisi impeccabili” ??? Lorenzo!!Spero proprio che tu stia facendo del’ironia!!

        “l’artista è legato a modi luoghi e relazioni” … bene Lorenzo, se tu ritieni questa affermazione importate e profonda, fammi un esempio di uomo, animale (o persino di cosa) che non sia “legata a modi, luoghi e relazioni !

        • Lorenzo Marras

          Ma no Luciano dai. Non scomodiamo niente che possa farci pensare a qualcosa di importante o profondo come dici.
          L inpeccabilita Nell’analisi di Luca é ciò Su cui in passato abbiamo tutti concordato e precisamente che ciò che agisce intorno alla persona artista ha finito per prevalere sul medesimo. Insomma ne é divenuto una variabile dipendente perché cio che conta e si impone è il funzionamento del tutto.
          L abbiamo stradetto fino alla nausea. Ecco che in questi termini devi leggere quella “impeccabile analisi” ma che pur tuttavia é orfana di quelle cause la cui conoscenza se non altro potrebbe indicare una VIA di superamento un VIA per essere Altro.
          Alla luce di ciò non mi pare che nel discorso di Luca abbia mai fatto presenza , chiamiamola una possibilità di questo “altro”, si indica sempre il malato con la malattia ma della medicina nulla si dice.
          Luciano se ho esordito in quella maniera non significava approvare il contenuto in toto ma solo mettere in luce una incompletezza.
          Tutto qui.
          Modi e relazioni in un artista non vanno più intesi come confronto ma esclusivamente come mezzi di affermazione.

          • “…é ciò Su cui in passato abbiamo tutti concordato e precisamente che ciò che agisce intorno alla persona artista ha finito per prevalere sul medesimo. Insomma ne é divenuto una variabile dipendente perché cio che conta e si impone è il funzionamento del tutto”
            …avrete concordato, io non c’ero e se c’ero dormivo!!! (ma son certo di non essere l’unico a “non concordare”, anzi son certo che chi “non concorda” sia maggioranza!)
            Se, come ripeto, il tuo e’ un discorso di fine ironia… mi scuso…. troppo fine per i miei modesti mezzi.
            Nel malaugurato caso tu dicessi anche solo un po’ sul serio:
            – tutti e tutto sono “variabile dipendente” di ciò che gli “agisce intorno”,
            – che questo “prevalga” o meno dipende dal soggetto di cui si sta’ parlando, che sia un artista, un facchino, un commercialista o un impiegato delle poste.
            Puo’ darsi che per alcuni, magari anche per molti, possa esser vero che “Modi e relazioni in un artista non vanno più intesi come confronto ma esclusivamente come mezzi di affermazione” ma ti posso assicurare che questa e’ tutt’altro che la regola e che ci sono stuoli di Artisti (si’, con la A maiuscola) cui dell’ “affermazione” importa molto poco.
            La “Via” la conosciamo e la conoscono tutti, e’ l’unica, quella antica : “c’e’ solo una via, non ci sono scorciatoie”

          • Lorenzo Marras

            Luciano il “concordare” era riferito ad una visione di “artista” di cui mi pare (ma ovviamente posso anche io avere preso abbagli) in questo spazio si sia ampiamente discusso in passato e che da questa discussione, in linea generale, non sia uscita quasi mai una figura di persona “Indipendente” dai meccanismi che lo avevano sostenuto.
            Insomma di persona uscita dall’anonimato per esclusive sue proprie qualita’?
            tantissime volte! e ti posso anche ricordare il discorso che tu facesti su Ontani, personaggio solitario ed incompreso da quello che tutti possono tranquillamente vedere come “riconosciuto Etablishement” in cui altre ALTRE erano le figure che venivano considerate. Con Buona pace dell’indipendente e solitario Ontani che comunque ,

          • Lorenzo Marras

            che comunque, mi scuso dell’interruzione non dipesa da me, comunque oggi trova il suo riconoscimento “ufficiale”.
            Insomma per farla breve, torno a dire : le affermazioni che Luca fa, sono condivisibili. Cio’ che il sottoscritto non ha mai condiviso è il suo modo di servirsene; il suo renderLe una questione in un certo qual modo PRIVATO ovvero in parole molto semplici, pro domo-sua senza Vie altre, di uscita (un punto cieco).
            Tutto qui Luciano, ma comuqnue sono cose che ho scritto anche altre volte.

          • Caro Lorenzo, ti rispondo, con un po’ più di calma e sperando di fare chiarezza su quella che e’ la mia opinione in proposito (ammesso che interessi a te o ad altri).
            Io penso che “l’artista” sia un comune mortale come tutti gli altri e non gli attribuisco alcuna peculiarità salvo l’aver deciso di esprimersi “artisticamente”(o come direbbe Cristiana di “patire l’arte”), il che’, per me, significa usare un linguaggio che lui stesso si e’/si va’ costruendo per esprimere pensieri/ idee/ concetti/ realtà che, evidentemente, non ritiene poter esprimere in modo altrettanto efficace e compiuto con i linguaggi esistenti.
            E’ evidente che chi “desideri comunicare” cerchi un pubblico a cui comunicare e qui nascono i problemi: c’e’ chi pur di avere “un pubblico” e’ pronto ad accettare qualsiasi compromesso, fino al punto di snaturare la propria “comunicazione” e tradire le ragioni prime di essa e chi no e, nel mezzo, tutta la possibile gamma di atteggiamenti.
            Un ulteriore aspetto del problema e’ rappresentato dal legittimo desiderio di fare, di questa “attività di comunicazione” una professione di cui campare, in tutto o in parte, con il necessario corollario di ricerca di “visibilità/ riconoscimento/ affermazione/ successo”.
            E’ evidente che, se l’esercizio dell’arte diventa una professione, l’opera d’arte diventa, conseguentemente, un “bene economico” e crea un “mercato” che, come tutti i mercati, segue la regola della domanda/offerta e che ha i suoi “intermediari” ed i suoi “consulenti” e tutti i pregi, difetti, magagne,dirty tricks, di qualsiasi mercato.
            Se quest’aspetto, quello economico, prende il sopravvento, l’artista cessa di essere tale e diventa un artigiano che produce cose, magari pregevolissime, seguendo, pero’, non una sua spinta a comunicare ma i dettami del mercato, del gusto del pubblico, della moda.o, se e’ davvero bravo, cercando d’imporne di nuovi, ma sempre in una logica commerciale.
            E sin qui ho detto dell’ “artista” ma vorrei che fosse chiaro un punto: io non solo ritengo che parlare d’arte non significhi e non si esaurisca col parlare degli artisti ma, al contrario, credo che i commenti ed il discorso critico dovrebbe focalizzarzi sulle opere, sui loro concetti, sul linguaggio che l’ha prodotte e che valga la pena parlar dell’artista solo in quanto creatore e manutentore di tale linguaggio.
            Per concludere e venire al nostro commentario, quel che io trovo spiacevole e’ che in genere cio’ non accada e che quasi mai il punto focale sia l’opera e quasi sempre l’artista nei suoi comportamenti “professionali”, nel suo avere/non avere buone relazioni, essere/non essere quotato sul mercato, e sulle presunte motivazioni di tali relazioni e quotazioni, in breve, che questo finisca troppo spesso per essere un commentario non sulla “fenomenologia dell’arte” ma sulla “sociologia del mondo economico dell’arte”. Tutto qui, mi scuso se la risposta e’ lunga ma spero sia funzionale al proposito espresso all’inizio.

          • Lorenzo Marras

            luciano e ci mancherebbe conversare con te mi interessa, eccome ma vorrei sottolinearti che cio’ che tu hai teste’ scritto raccoglie il mio consenso.
            Non mi sognerei minimamente ipotizzare che un “artista” DEVE fare questo o quello nella sua opera o fare questo o quello affinche’ la stessa giunga alle persone; sarei un pazzo anche solo se mi venisse in mente una cosa del genere.
            E te lo dico perche’ verrebbe meno quello di cui io ritengo la presenza una questione essenziale : quella della Liberta’ e del suo esperirsi ed in assenza della quale non si potrebbe neppure concepire un ESSERE artista.
            Quello che io ho voluto sottolineare della chiamiamola pure “analisi Rossi” e che viene da egli continuamente ripetuta a iosa , forse con lo scopo che fare memoria di essa equivalga ad imprimersi nella memoria ancora di piu’ ( boh, sara’) non si puo’ NON essere d’accordo , Luciano.
            Ma non perche’ la cosa in se è carina in quanto nello spirito del suo autore puo’ apparire divertente , ma perche’ , e forse dico una cosa ovvia… la sua ambiguita’ , spesso e volentieri mi ha fatto pensare che in realta’ quelle CONSAPEVOLEZZE che non riescono ad andare piu’ come in passato verso un orizzonte di NOVITA’ (le ultime celebrate ad esempio risalgono agli anni 60 e 80 con i moviemnti che tutti conoscono) e pertanto(vedilo come INIZIO) nascano all’interno di cio’ che tutti vediamo come “sistema”, che non riesce piu’ ad uscire dalla sua gabbia “dorata”.
            Ovvero elementi come Rossi e non c è bisogno adombrarlo piu’ di tanto a mio avviso fanno parte di quella parte , perfettamente Informata perfettamente a conoscenza di tutti i meccanismi di funzionamento perfettamente informata di tutte le aporie e che all’interno del sistema sono di evidenza lapalissiana , ed in virtu’ di cio’ tentano lateralmente di sfuggirli per aprire a presunte nuove esperienze.(chiediti perche’ ultimamente ci stiano facendo due cose gonfie con i movimenti che su ho citato).
            Su questo c è veramente tanto da argomentare e con abbondanza di particolari perche’ il tutto sta andando in entropia, si sta sfaldando e i giochetti delle passate curatele di questo o quell’evento non convincono da un pezzo piu’ nessuno.
            Questo era un po’ quello che volevo anche dire in precedenza a proposito della incompletezza della prassi TEORICA Rossi.

          • Vedi Lorenzo, quel che io critico di quella che tu chiami “prassi TEORICA Rossi” e’ che :
            1) e’, essenzialmente, funzionale ad una ricerca sulla “sociologia del mondo economico dell’arte” ed ha poco a che vedere con una ricerca sulla “fenomenologia dell’arte” e men che meno con la “critica d’arte”
            2) e’ condotta con “strumenti” di “bell’aspetto” ma privi di contenuto e funzionalità
            3) e’ portata avanti con le tecniche tipiche della pubblicità commerciale :
            – creare un uno slogan che suoni bene (non importa quanto fasullo ed improbabile ne sia il contenuto)
            – ripeterlo ossessivamente ad ogni possibile occasione
            – rifiutare e tentar di volgere al ridicolo, qualsiasi tentativo di sua analisi o approfondimento
            – affermare, anche contro ogni evidenza, che la “verità” da esso “rivelata” e’ condivisa da molti e soprattutto da “chi conta”
            – far intendere che essa e’ “rivoluzionaria” e che di fronte a tale suo potenziale “il sistema” e’ rimasto “scosso” ed ha dovuto “colloquiare” e “modificarsi”
            4) ha il potenziale effetto deleterio di focalizzare l’attenzione dei giovani (e anche dei non giovani) che sia avvicinano a questo “mondo” solo su aspetti psico-socio-economici relativi agli “artisti”, distraendoli completamente dall’argomentazione sull’opera d’arte.
            Esempio pratico : dimmi quanti commenti su Artribune “argomentano” sulle opere e non sul loro valore commerciale, quanti sul linguaggio i concetti la “poetica” dell’artista e non sulla sua personalità, professionalità le sue relazioni, appoggi, frequentazioni?

  • Francesco

    La presenza della direttrice di Vogue testimonia ancora una volta che l’arte contemporanea si è ormai ridotta a sorella intellettuale della moda prêt-à-porter.

  • Vendo scooter Kymco 150, pochi Km, buono stato.

    Tanto, ormai, visto il tenore dei commenti…..

    • mah

      Il suo commento è perfettamente in linea con il video promozionale in cui la si vede invitare i visitatori a entrare in galleria. Come i buttadentro delle pizzerie in riviera. Pop-shit

  • Gentile Mah (un nome, un programma),

    ma sì, dica anche che sono grasso, e chiudiamo il cerchio degli insulti.

    A proposito, nel mio video, non invito nessun visitatore, invito artisti ad inviarmi una mail per collaborare insieme; e tengo a precisare che NON chiedo un centesimo per esporre.

    Solo che lo dico in inglese, mi dispiace per lei se non ha capito cosa ho detto…e dire invece che al St Martins College di Londra, l’hanno capito. Vuole le foto della esposizione?

    Bye Bye Sir “Mah” !

  • http://www.neoncampobase.com/panzavolta.php

    Al giovane artista oggi è richiesto di presentare un BUONO STANDARD coerente con un percorso legato ad un certo immaginario accattivante. Il lavoro non è nulla di nuovo ma è attinente al luogo (maxxi) e al suo percorso accattivante. La vera materia delle opere è fatta da luogo e relazioni (place+rays=plays). DOVE viene proposto lo standard e CHI sostiene lo standard. Panzavolta non aveva luogo e relazioni e quindi il suo lavoro quasi non esiste.

    LR
    whlr.blogspot.it/2011/11/retrospettiva-aprile-2012.html

    • “Al giovane artista oggi è richiesto”… da chi? “di presentare un BUONO STANDARD” … a chi ? “coerente con un percorso legato ad un certo immaginario accattivante.” … di chi? E sopratutto, e’ per noi rilevante? Non e’ un problema che deve risolversi il giovane artista?
      “Il lavoro non è nulla di nuovo” .. della camera oscura parlo’ gia’ Aristotele e studi recenti ritengono che alcune paleo-pitture siano state prodote utilizzando la proiezione di un foro stenopeico e, a parte cquesto, tutta la fotografia, anche quella digitale, (anche cinema e video) e’ prodotta utilizzando la tecnica della camera oscura. Usando il tuo metro dovremmo dire di qualsiasi fotografia (o pellicola o video) “Il lavoro non e’ nulla di nuovo”?
      “…ma è attinente al luogo (maxxi) e al suo percorso accattivante.” puoi spiegarci che cosa intendi ?
      “La vera materia delle opere è fatta da luogo e relazioni (place+rays=plays).” E quindi una foto di Henri Cartier Bresson e’ fatta, che so, da un ponte sulla Senna e dal fatto che fosse amico di Man Ray e fondatore della Magnum … e’ cosi?
      “DOVE viene proposto lo standard e CHI sostiene lo standard.”… diccelo tu! Ma sopratutto dicci che cosa intendi per “standard” ?
      “Panzavolta non aveva luogo e relazioni e quindi il suo lavoro quasi non esiste”, per te , forse “quasi non esiste” per lui e per tutti coloro, pochi o tanti che siano, che lo hanno visto esiste e forse (io non l’ho visto e non mi sogno minimamente di giudicarlo da delle foto e da un testo di presentazione, anche se ampiamente descrittivo e ben scritto) era altrettanto buono di quelo di Giorgio Andreotta Calo’, o magari anche migliore, o forse no…la mia effimera installazione in Bangkok, di cui ho detto, e’ esistita per un pomeriggio scarso, per me e per chi l’ha vista esiste, tanto che mi si chiese di tenere una lezione all’università su di essa ed alcuni studenti ci fecero delle tesine e svilupparono loro lavori e me ne parlano ancora. quando m’incontrano… anche il mio lavoro forse era meglio di quello di Andreotta Calo’ e forse no…. e allora? Tutto il problema sta’ nel fatto che Adreotta Calo’ ha vinto il Premio Italia e Panzavolta no ? Ma allo spettatore che importa dei premi e di chi li vince? Personalmente sono della convinzione che ai premi non bisognerebbe mai partecipare se non invitati ed, in genere, mi comporto di conseguenza … ma questo deve importare a qualcheduno?

      • …mi scuso : “…prodotte utilizzando…” … “…e ,a parte questo…” … e accidenti alle micro-tastiere ;-)

  • @Luciano: è ovvio che se nella foresta cade un albero e nessuno è lì per vederlo l’albero è caduto ugualmente; e non è che se ci sono 1000 persone a vederlo è “meno” caduto del fatto che ci siano solo 100 persone a vederlo.

    L’arte è una sorta di “palestra-laboratorio-galleria del vento” dove sperimentare strumenti e termometri per ogni ambito. Chiunque può fare arte, anzi l’arte viene vista come il campo del “tutto può andare”, dove spesso molti sfogano il proprio narcisismo, romanticismo, ossessione, frustrazione ecc ecc

    Quindi serve un sistema per ordinare questo calderone caotico. Come serve un binario -un vincolo- per avere la libertà di raggiungere un luogo. Paradossalmente l’assenza di vincolo, l’assenza del sistema, non è vera libertà perchè lascia il treno impossibilitato ad arrivare in qualsiasi luogo (LO PRIVA DI LIBERTA’) e lascia un calderone in cui non si capisce nulla.

    Dopo il 2001 assistiamo ad una sovraproduzione unica di opere e progetti e ad una crisi del linguaggio (post produzione estrema, mostra come medium debole ecc ecc). Gradualmente gli unici elementi che possono differenziare qualcosa in questo calderone sono luoghi e relazioni che poi impressionano come una foto il curriculum vitae. Da pochi anni anche luoghi e relazioni faticano, soprattutto rispetto ad un mercato che ha vissuto una bolla speculativa che oggi ha lasicato delusione e malcontento. Luoghi e relazioni rispetto un dato sistema che viene considerato il “migliore”. In questo caso il luogo è il MAXXI e le relazioni sono quelle che hanno permesso a Giorgio di essere selezionato…secondo te come hanno fatto a selezionare la rosa dei 4 nomi??? Visitando tutti gli artisti giovani italiani? Noooooooo :-) chidendo a determinati curatori che con determinati artisti hanno relazioni privilegiate…..vediamo quei lavori al MAXXI per via di determinate relazioni. In questo caso abbiamo visto buoni standard uniti a luogo e relazioni. Per “standard” intendo qualcosa che non presenta nulla di innovativo rispetto la storia e la moda. Poi possiamo argomentare su ogni singola opera-percorso, lo standard consapevole ha grande valore. L’artigianato consapevole ha grande valore.

    In questo caso si tratta di uno standard particolarmente buono…su questo argomenterò presto con Giorgio su whitehouse. Buono rispetto al contesto in cui è stato presentato e rispetto il percorso di Giorgio.

    Luoghi e relazioni giuste ti proteggono anche dall’errore (e questo è molto grave) …Andreotta Calò ha presentato un lavoro di una retorica taglia gambe alla biennale…eppure si continua a sostenerlo facendo finta di niente…al mercato e al sistema servono giovani campionicini per ESISTERE..Massimo Minini sostiene da 10 anni Paolo Chiasera ad oltranza..Chiasera da 10 anni le prova tutte cercando di delcinare se stesso rispetto la moda del momento…a volte funziona, ma è smart relativism..non c’è valore nella sua modalità……ma funziona (vende qualche opera, viene invitato a qualche mostra) solo perchè Minini fornisce luogo e relazioni giuste e continua a supportarlo…e soprattutto perchè c’è la nonni genitori foundation..non dimentichiamolo (vero ammortizzatore sociale della giovane arte italiana, in Francia hanno i fondi regionali noi abbiamo questa emerita fondazione).

    Come combattere la dittatura di luoghi-relazioni???? Stimolando un confronto critico aperto e leale. Anche il mercato ne godrebbe perchè eviterebbe di regalare illusioni e delusioni a collezionisti e artisti.Se un luogo (place) viene invaso da relazioni (rays) abbiamo plays..che è o non è un vuoto???
    LR

    • Grazie Luca, e grazie innanzi tutto per aver formulato un post di argomentazioni e (quasi) privo di slogan e formulette: l’ho sinceramente apprezzato!
      Detto questo permettimi alcune osservazioni :
      “L’arte è una sorta di “palestra-laboratorio-galleria del vento” dove sperimentare strumenti e termometri per ogni ambito.” Questa e’ la tua visione dell’arte, una visione strumentale ad un’analisi psico-sociologica che rispetto ma, e credo di non essere il solo, non condivido affatto!
      E’ , per altro, da questa visione dell’arte che discende il tuo “metodo” di analisi e critica che ti porta a mescolare tutta una serie di elementi che, evidentemente, nella tipologia di analisi che tu porti avanti, potranno anche essere importanti ma che, a mio parere, nel giudicare l’opera d’arte sono del tutto ininfluenti.
      Ai fini di esprimere un giudizio o semplicemente di “godersi” il suo lavoro, di analizzare, riflettere, argomentare su di esso, che importanza ha sapere perché e come Andreotta Calo’ e’ stato scelto per il MAXXI? Perche’ abbia vinto lui il premio e non, ad esempio, Adrian Paci? Quale e’ il suo “curriculum vitae” ? Che amicizie e/o protezioni, inimicizie e/o avversita’ ha ? Quanto costano le opere che, eventualmente, pone in vendita e perche’? Se tali prezzi sono o meno gonfiati e da chi?
      Quando sono di fronte ad una qualsiasi opera d’arte non m’importa nulla del “curriculum” dell’artista che l’ha prodotta. La guardo, cerco di comprenderla, di coglierne il senso, i concetti, il messaggio, lascio che essa agisca su di me, mi suggerisca nuovi pensieri e nuove idee, me ne porti alla mente di antiche, mi arricchisca, se riesce a farlo. Certo, magari poi mi verrà la curiosità ed il desiderio di approfondire e conoscere meglio l’autore ma, prima del “curriculum”, mi interesserà sapere della sua visione del mondo, della sua ricerca, vedere altre sue opere, leggere che ha detto o scritto (molto, molto, meno o quasi nulla, che cosa e chi ha detto o scritto di lui) … che abbia esposto da Minini o al Circolo Dopolavoro di San Donato Milanese, se e quali premi abbia vinto, se venda a 100 o a 1000, se 100 o 1000 siano prezzi corretti, m’interessa davvero poco o nulla.
      Perche’, quindi, invece di preoccuparsi di questi fenomeni sociologici o, banlmente, di circoli e circoletti, luoghi, relazioni, prezzi, non dire, piuttosto, perche’, in arte, “non tutto puo’ andar bene”? esaminare ed argomentare perche’ la tal opera “va’ bene” e la tal altra no? anziche’ stigmatizzare l’accoppiata Minini/Chiasera non indicare, invece, il Mario Bianchi che nessuno conosce e che non ha vinto alcun premio ma che tu ritieni stia facendo cose buone o egregie ? ecc. ecc.
      Cio’ che sembra preoccuparti, quando fai il parallelo sotteso alla tua Parm-art-lat, non ha ragion d’essere perche’, nel caso della Parlamat, dei Bond Argentini dei Sub-sub-prime-trash si era di fronte ad un pubblico di vastissime proporzioni che accettava, senza alcuna capacita’/possibilita’ di formulare giudizi propri, i consigli di Banche delle quali avrebbe avuto diritto di potersi fidare (anche se, ci sarebbe pur sempre da ricordare che, se i “tassi correnti” sono del 2/3 % e mi si prospettano investimenti che promettono il 7/8 % , buon senso dovrebbe suggerirmi estrema cautela), ma il “mercato” dell’arte e’ ben diverso.
      C’e’ chi acquista qualche opera d’arte per arredare casa o l’ufficio, la sceglie perche’ gli piace o perche’ puo’ rappresentare uno “status symbol”, se non e’ tutto scemo, sa’ bene che se un giorno decidera’ di “cambiare arredamento” probabilmente non ne cavera’ quanto ha speso (ma e’ sempre meglio di un poster dell’IKEA che poi dovrai buttare o di una lussuosa tapezzeria che addirittura ti costera’ pure a toglierla)
      I collezionisti sono frazione minuscola dell’universo degli spettatori e gli investitori-speculatori, che sono altra cosa rispetto ai collezionisti, sono una frazione ancor piu’ limitata e stiamo parlando, in entrambi i casi, di persone che difficilmente possono essere assimilite all”universo, che giustamente va protetto, del “piccolo/medio risparmiatore”.
      A guidare i primi sono interessi, passioni, idee, percorsi mentali loro propri e, quindi, non sbagliano mai, al massimo cambiano nel tempo e, se decidono di disfarsi di quanto collezionato precedentemente (cosa che spesso non accade), era per loro ben chiaro fin dall’inizio che avrebbero potuto non andar incontro ad un guadagno, e non era questo il loro scopo. A guidare i secondi sono le quotazioni d’asta ed i consulenti e, se non sono degli sprovveduti (cosa piuttosto rara in chi ha le disponibita’ richieste da questo mercato), sanno perfettamente che la speculazione puo’ tradursi in un forte guadagno ma anche in una forte perdita e, in genere, sanno anche come “proteggere” e gestire l’investimento.
      Ma, torno a ripetere a noi, “spettatori” generici ed in quanto “spettatori generici” che c’importa di tutto cio’?
      C’e’ , infine, la “sovraproduzione” di opere d’arte e il “sovraffollamento” di artisti: hai pienamente ragione, da qui nascono tanti (quasi tutti) i problemi del sistema dell’arte, (che concordo con te e’, per altro, realta’ quasi imprescindibile). Anzi io penso che questo fenomeno sia databile a molto, molto prima del 2001 ed inizi, con successiva crescita eponenziale, gia’ alla fine degli anni ’70 inizio degli anni ’80.
      Ti do atto che tu suggerisci, con il tuo lavoro, “esempi alternativi” altre modalita’ che, come sai, in larga parte condivido e pratico per mio conto.
      Il sovraffollamento e la super-produzione e’ figlia dell’illusione del “successo a portata di mano” e del miraggio di “guadagni da calcio-mercato” … sta’ passando, passera’ e non solo perche’ l’economia mondiale non sara’ mai piu’ quella che fu ma, ancor piu’ perche’, una diversa valutazione dei “bisogni” e scala di priorita’ nel soddisfarli, il continuo procedere della globalizzazione, i nuovi media, le nuove abitudini ed i nuovi modi di relazionarsi col mondo esterno e con il prossimo, gia’ portano e continueranno a portare mutamenti tali da ridimensionare drasticamente tale situazione.

  • Eh si! ,, stupisciti Luca, questa volta lo faccio proprio io, perche’ l’Intevista a Giorgio Andreotta Calo’ credo proprio vada letta … e perche’ no? meditata.
    http://www.whlr.blogspot.it/2012/04/dialogo-con-giorgio-andreotta-calo.html

  • ugo

    io delle opere che non possono essere documentate diffido sempre un po’

  • Celentano

    Mettiamo la lampada annuale di Boetti in qualsiasi luogo ed ecco spiegato il lavoro di Calo’. Buona resurrezione a tutti!

  • ristorantedellarte
  • LUDOVIKA

    allucinante e preoccupante che la Pelusio faccia finta di niente e che sia stato impossibile da quando ha iniziato a girare un pò la notizia, aprire il link dove è ampiamente documentato e spiegato il lavoro fatto per il museo olandese con tanto di foto e progetto. Uguali con l’unica differenza che quello della Pelusio aveva d’interessante il sonoro mentre lo scaltro Calò ci ha propinato una inutile vaschetta d’acqua…… povera Pelusio, povero Calò, poveri noi……

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