Quando la fomra si confonde con la sotsanza. C’è un blog italiano di design e lifestyle che si chiama CocaColla: il gigante di Atlanta perde la testa e lo fa chiudere

Due refusi nel nostro titolo? No, non sono refusi: li abbiamo messi a bella posta, perché qui si discetta del confine tra forma e sostanza. Cose che nell’era della comunicazione real time vengono a galla con un banale click di mouse. Nella babele delle reti globali, certe volte si sfida il buonsenso dei protagonisti, ed […]

Due refusi nel nostro titolo? No, non sono refusi: li abbiamo messi a bella posta, perché qui si discetta del confine tra forma e sostanza. Cose che nell’era della comunicazione real time vengono a galla con un banale click di mouse. Nella babele delle reti globali, certe volte si sfida il buonsenso dei protagonisti, ed una capacità di guardare al contesto che qualche volta viene meno.
Dove vogliamo arrivare? Capita che c’è un blog italiano nato nel 2010, che si occupa di “arte, design, advertising, lifestyle e trend della rete”, si scelga per nome CocaColla, ben sapendo di essere a rischio di infrazione del marchio, nei confronti del gigante americano Coca-Cola Company. Ma confidando nell’intelligenza del medesimo, che mai avrebbe accampato pretese verso un’attività tanto diversa, che peraltro denunciava la derivazione, dichiarando che la scelta del nome voleva “mettere insieme la colla, elemento fondamentale dell’artistica di base e della street-art, con la Coca-Cola, simbolo della cultura pop, dell’industrializzazione e della pubblicità”. Una pubblicità gratuita e del tutto innocua, se vogliamo.
E invece? Invece un paio di settimane fa – fatichiamo a crederlo – l’ufficio legale Coca Cola fa recapitare a Cocacolla due lettere di diffida, chiedendo di ritirare le pratiche avviate per la registrazione del marchio e di cedere a loro il “nome a dominio” www.cocacolla.it, ed i relativi profili social. Pena citazione a giudizio.
Incredibile, ma maledettamente vero, Golia cala la sua forza brutale contro un Davide inoffensivo e pure simpatico: e si scatena la rivoluzione sul web, proteste, inviti al boicottaggio, appelli alla resistenza, che non sappiamo a cosa potranno portare. Noi rilanciamo, domandandoci solamente: ma qualcuno, di là dall’Oceano, l’avrà mai almeno aperto cocacolla.it?

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  • Fabrizio Spinella

    Che dire? Un brand così intelligente, che ha accompagnato l’esercito statunitense in Europa nella Seconda Guerra con i panetti di pasta solubile a base di coca e di cola, si preoccupa di una parodia. E se gli arguti iconoclasti avessero registrato un sito “Caca&Colla”, la Company di Atlanta avrebbe intentato loro una causa? Forse sì, ma col rischio di vedersi ribattere con una dotta tesi peritale sulla scatologia della bevanda notoriamente meno digestiva dell’intelligenza creativa e sulla legittimità della metonimia, e forse anche sulla contraddizione di una ditta che per le proprie pubblicità saccheggia usi e costumi e tormentoni di mezzo mondo. Ricordo, per altro, la geniale pubblicità comparativa che molti anni fa un prete sudamericano utilizzò per convincere i suoi paesani a preferire una bevanda locale al liquido della multinazionale, facendo la prova dell’asino (che sputava la cocacola, succhiando golosamente l’essenza indigena).

  • Sache’

    Boicott coca cola

  • E’ successa la stessa cosa anche a noi, circa un anno fa. La nostra rivista letteraria si chiamava “Teflon rivista”. Appena abbiamo registrato il dominio, sono arrivate le prime lettere minatorie da parte di quelli della Dupont (detentori del brevetto del materiale antiaderente Teflon). Abbiamo dovuto chiudere e cambiare nome: ora ci chiamiamo Tupolev e stiamo aspettando che degli energumeni russi vengano a sfasciarci il computer.