La volevano buttare giù. La volevano spostare “in periferia”. Poi si sono accorti che piace a tutti e fa numeri. E ora la allargano con nuovi spazi. Sì, è la teca dell’Ara Pacis di Meier. A Roma

Le sortite indifendibili del sindaco Alemanno non sono una novità portata dalle recenti tormente di neve. Anzi, hanno punteggiato tutto un mandato improntato, a voler essere molto buoni, alla surrealtà. E non solo il mandato, ma anche la campagna elettorale immediatamente precedente, durante la quale il futuro sindaco si produsse in epiteti irripetibili anche contro […]

La teca dell'Ara Pacis, di Meier

Le sortite indifendibili del sindaco Alemanno non sono una novità portata dalle recenti tormente di neve. Anzi, hanno punteggiato tutto un mandato improntato, a voler essere molto buoni, alla surrealtà. E non solo il mandato, ma anche la campagna elettorale immediatamente precedente, durante la quale il futuro sindaco si produsse in epiteti irripetibili anche contro l’architettura contemporanea, colpevole solo di essere stata concepita dai precedenti amministratori.
In particolare esilaranti furono i passaggi sulla Teca dell’Ara Pacis concepita dall’americano Richard Meier. La californiana mole posata dal grande architetto sul Lungotevere avrebbe dovuto, stando alle promesse di Alemanno, essere “smontata” e rimontata “in periferia”. Dichiarazione ardita che fece diventare “simpatico” l’ex aennino sia a coloro che considerano fondamentale la commistione dell’architettura contemporanea nel tessuto storico della città (questo è essere città, altrimenti siamo in un presepe o in un parco a tema), sia a coloro che, abitando in periferia, scoprirono di dover essere destinatari di ogni relitto architettonico non degno del centro.
Una delle tante genialate che però, ancora non si capisce il perché, non impedirono all’ex ministro dell’agricoltura di vincere il confronto con Francesco Rutelli. Una serie di assessori alla cultura decisamente superiori alla media di una giunta per cui facciamo fatica a trovare aggettivi, evitarono il collasso delle politiche culturali della città. Anzi, con Croppi e con Gasperini le cose – occorre ammetterlo – non sono mai andate malaccio. E l’Ara Pacis, salvatasi dal trasferimento, è diventata un museo simbolo della città. Stra-visitata dai turisti, stra-utilizzata come location per incontri, dibattiti e convegni, stra-seguita per la qualità delle sue mostre.
Tanto che sul Corriere della Sera Edoardo Sassi anticipa esiti felici per alcuni lavori di restyling in corso nel candido museo: la collezione archeologica, che oggi divide in due il basement, verrà spostata lasciando molto più spazio alle mostre attualmente costrette in un percorso talvolta claustrofobico. Ci saranno nuovi allestimenti nella parte sovrastante e nuovi investimenti tecnologici e multimediali. Quello che rimarrà fuori da questo ulteriore rilancio del Museo dell’Ara Pacis riguarda purtroppo i servizi di ristorazione: era previsto un caffè\ristorante sul roof top dell’edificio. Lo spazio c’è, ma è inutilizzato: occupato solo ogni tanto da qualche catering post-convegno. Come mai non si provvede ad affidarlo? Potrebbe diventare uno dei posti più affascinanti della città.

  • Colise’

    Giustissimo: subito il ristorante on the top cavoli.

  • anna

    ARA PACIS.orrenda quella sistemazione. solo un ignorante poteva pensarla.
    L’Ara non è un insieme di bassorilievi bellissimi, è un simbolo, che da Roma,
    superando il tempo e le convinzioni, arriva intatto fino a noi a dirci sorridendo.
    Augusto dopo 40 anni di pace l’ha inaugurata, noi dovremmo proporci di supe-
    rarli, arrivando a 80, poi 160, 320, 640 ……
    Nessun altare di nessuna religione nel globo è così prezioso e l’essere
    consapevole lo sa.
    Meno Meier…… poraccio….

  • anna

    si spostiamola in periferia: qui a Magliana ce serve una struttura per
    super-mercato… Possiamo accettarla.. con riserva…

  • anna

    … il ristorante ! Partiamo dall’Ara Pacis per cercare il nostro profondo, invece
    delle solite patatine fritte.. che desolazione.. siamo tutti bamboccioni, sempre
    con il ciuccio a portata di mano….. anna

  • And

    Scusate, ma quale sarebbe la “qualità straordinaria di mostre e convegni” che si sono tenuti lì?? Io ricordo un’installazione di Brian Eno che c’entrava come i cavoli a merenda, gli abiti di Valentino messi in vetrina manco fosse una boutique d’alta moda, mostre su De Andrè o Audrey Hepburn che si sarebbero potute allestire molto meglio in altri spazi (tipo l’Auditorium) x nn parlare di quella volta che un generoso sponsor fece piazzare delle macchine all’interno manco fosse il salone dell’automobile! d’accordo che Alemanno nn sarà proprio un’aquila (e nessuno in realtà si è mai sognato di spostare l’altare, costa troppo oltre ai problemi di natura + prettam.conservativa, e tutti lo hanno sempre saputo), ma parlare di monumento-simbolo x la città mi fa davvero ridere.