Green is better. Starbucks e McDonald’s puntano sulla sostenibilità, anche nel design e architettura. Provando a riciclarsi in chiave “ethically correct”

Le grandi catene internazionali fatturano ogni giorno milioni di dollari, essendo al tempo stesso agli occhi dell’opinione pubblica il simbolo di scelte lontane da tematiche etiche, sociali e ambientali. Perché non provare quindi a cambiare direzione, cimentandosi con azioni di sostegno concreto in ambiti di forte rilevanza collettiva? Starbucks e McDonald’s, tra le maggiori multinazionali […]

Le grandi catene internazionali fatturano ogni giorno milioni di dollari, essendo al tempo stesso agli occhi dell’opinione pubblica il simbolo di scelte lontane da tematiche etiche, sociali e ambientali. Perché non provare quindi a cambiare direzione, cimentandosi con azioni di sostegno concreto in ambiti di forte rilevanza collettiva? Starbucks e McDonald’s, tra le maggiori multinazionali attive nel settore della ristorazione, optano per nuove strategie e si affacciano verso il mondo green e dell’edilizia sostenibile.
Starbucks, simbolo del caffè take away fuori dai confini italiani, ha inaugurato lo scorso dicembre un nuovo “coffee container” a Tukwila, Washington. L’idea nasce dai progettisti della catena americana, che hanno riutilizzato quattro container per il trasporto delle materie prime verso i negozi Starbucks di tutto il mondo, realizzandovi all’interno una nuova caffetteria. La struttura è anche dotata di vasche per la raccolta dell’acqua piovana e di un sistema di verde integrato con il metodo Xeriscaping, che permette la riduzione dei consumi idrici. Anche insegna e logo sono low cost, dipinti direttamente sulle superfici metalliche, con conseguente risparmio sull’illuminazione. Starbucks punta a certificare il primo coffee container tramite il sistema di rating “LEED for Retail”, destinato a certificare spazi commerciali e servizi collettivi. Il progetto si profila inoltre come il primo di una serie di punti vendita a basso impatto ambientale: in futuro l’azienda spera di poter applicare questa nuova tipologia commerciale su larga scala.
La campagna di restyling di McDonald’s è invece partita da oltre un anno, forte del concetto che ogni fast food debba essere prima di tutto un luogo di aggregazione sociale. Ecco quindi linee nette e pulite, utilizzo di un’illuminazione più soffusa e ricorso a materiali locali quali legno e mattoni a vista. Tra gli obiettivi finali: ammodernamento delle sedi commerciali, connessione wifi free, nuove aree per famiglie e bambini e il cambio progressivo dei menu.
Che basti questa svolta ecofriendly, in fatto di edilizia e arredamento, per rivalutare agli occhi dei più integralisti le due società, simbolo delle peggiori derive capitalistiche del nostro tempo? Insomma, il popolo dei no global farà prima o poi pace con le odiate multinazionali?

– Elisabetta Biestro

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Elisabetta Biestro
Laureata in Architettura per il restauro e la valorizzazione dei beni architettonici e ambientali, dal 2009 scrive per il mensile "Il Giornale dell'Architettura". Ha collaborato tra gli altri con Green Building Council Italia (GBC Italia), associazione no profit che promuove il protocollo per edilizia sostenibile certificata LEED®. Si è specializzata in corsi post-laurea legati alla gestione e controllo di progetti complessi, e nella divulgazione di tematiche quali conservazione del patrimonio architettonico e ambientale, interventi nei Paesi in via di sviluppo a basso costo e sostenibili. Attualmente cura le attività dell'ufficio comunicazione di una multiutility con sede in Piemonte, che sviluppa progetti legati alle energie rinnovabili e all’ambiente.
  • Cosa potrebbero mai cambiare se non la loro IMMAGINE… aziende che non cambierebbero mai la loro SOSTANZA.
    Proprio chi fonda un impero sulla mancanza di etica, si indora con una falsa apparenza etica.

    Danno da mangiare ai bisognosi (di denaro), questo è vero, ma del cibo che li renderà ancora più bisognosi (nel corpo e nello spirito), e poi in quel “sant’ufficio” lavorano meglio i frati, che il cibo ai poveri almeno lo danno gratis!

    Se spendessero tutti quei soldi per ingaggiare dei nutrizionisti (veri, non pagati per mentire) e stampare qualche volantino per renderlo pubblico, penso che potrebbero sanare la loro eterna minaccia dell’emorragia di clienti.