Lo Strillone: guerra Prado – Reina Sofia per Guernica su La Stampa. E poi Genus Bononiae a Palazzo Pepoli, Vezzoli a Parigi, Renato De Fusco…

Contrasto e Magnum insieme a Roma: l’unione e L’Unità a Palazzo Incontro per la retrospettiva su Cartier–Bresson. Braccio di ferro tra Miguel Zugaza e Miguel Borja-Villel: una breve su La Stampa riporta il braccio di ferro tra i direttori di Prado e Reina Sofia, che si contendono la collocazione di Guernica. Notizia ripresa pure da […]

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Contrasto e Magnum insieme a Roma: l’unione e L’Unità a Palazzo Incontro per la retrospettiva su Cartier–Bresson. Braccio di ferro tra Miguel Zugaza e Miguel Borja-Villel: una breve su La Stampa riporta il braccio di ferro tra i direttori di Prado e Reina Sofia, che si contendono la collocazione di Guernica. Notizia ripresa pure da Quotidiano Nazionale, che si concentra però sull’inaugurazione di Genus Bononiae a Palazzo Pepoli. Un evento, questo, che merita la doppia pagina su La Repubblica.

Ci vuole Vezzoli con Prada a Parigi perché l’arte torni su Il Sole 24Ore, che Domenicale a parte – come è noto – ha tagliato di molto lo spazio quotidiano riservato alla cultura. Design 2029. Ipotesi per il prossimo futuro è il saggio appena pubblicato da Renato De Fusco per FrancoAngeli: su Avvenire corposa intervista all’autore e focus sulla rilevanza odierna del Compasso d’Oro.

In medio stat virtus: Camillo Langone pesta di qua e di là su Libero, cazziando equamente i pamphlet di Mauro Covacich (L’arte contemporanea spiegata a tuo marito – Laterza) e Nicola Vitale (Figura solare – Marietti), rei a suo dire di costruire una visione manichea del contemporaneo.

– Lo Strillone di Artribune è Francesco Sala

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.
  • Replica di Nicola Vitale alla critica di Camillo Langone: L’arte ostaggio degli opposti estremismi, uscita su Libero del 25 gennaio, a proposito del suo libro Figura Solare / Un rinnovamento radicale dell’arte, inizio di un’epoca dell’essere, pubblicato dall’editore Marietti (nov. 2011, pp.334, €. 25).

    Langone contrappone il mio libro Figura Solare, a quello di Mauro Covacich: L’arte contemporanea spiegata a tuo marito, rilevando come il sottoscritto rifiuterebbe tutta l’arte presente e buona parte di quella passata, mentre Covacich accetterebbe supinamente tutto ciò che il sistema vigente dell’arte contemporanea propone, “opposti estremismi” tra cui, secondo Langone, si dividerebbe l’Italia. Per altro accomuna i due libri in cui vede in entrambi una “antipatia per la realtà”, nella visione di Covacich “gettandola nelle fogne”, in quella del sottoscritto “osteggiandola e colorandola in modo innaturale”. Tralasciando il paragone con Covacich, il cui libro non ho letto, per quanto riguarda il mio Figura Solare, mi sembra che queste contestazioni di Langone siano frutto di equivoci imbarazzanti, fraintendimenti e una buona dose di forzature arbitrarie, a cominciare dalle lamentele per come secondo lui avrei scritto, cioè in “tono saggistico talmente intellettuale da risultare respingente”. Mi riesce difficile a questo punto fargli capire che il mio libro non è scritto in “tono saggistico”, ma «è» un saggio, pubblicato nella collana Saggi d’arte della Marietti. La saggistica esiste, e (con buona pace di Langone) è per fortuna florida, mi dispiace che lui abbia stabilito il livello di difficoltà – e sembra anche di profondità – con cui un libro sull’arte debba essere necessariamente scritto, ponendo il suo personale livello come norma. Diversamente, cambiando ottica e desiderando elevarsi, avrebbe potuto apprezzare un testo che, come scrive Cristina Palmieri nella sua recensione su Milano Arte Expo, è “scritto con un linguaggio preciso, puntuale, … lontano dalla difficoltà di lettura che caratterizza spesso certi accademici”. Ma la questione incomincia a farsi imbarazzante entrando nel merito, per cui sembra che Langone abbia letto un libro completamente diverso da quello che in realtà io ho scritto, il cui aspetto più rilevante – che non è riuscito a cogliere o di cui non glien’è importato molto – è l’affrontare il tema dell’arte contemporanea considerando l’attuale crisi della cultura occidentale, che viene percepita – non solo dal sottoscritto – come momento di passaggio epocale. Questo tema tuttavia ha suscitato il ludibrio del nostro critico che mi accusa di “voler battezzare una nuova era nella storia dell’umanità” gettando nella parodia quello che Vattimo, in Fine della modernità chiama “l’avvento di un’epoca dell’essere” e che costituisce la traccia di rinnovamento radicale non solo dell’arte, linea guida di almeno il 50% del mondo culturale di oggi, tra cui la filosofia esistenzialista, la fenomenologia, le psicologie del profondo, l’ecologia, le medicine alternative, ecc. fino ai mille aspetti dello spiritualismo. Comprendo la posizione di Langone che si dice “innamorato della realtà” che – al di là di tale ingenuità filosofica ed esistenziale – vuole vivere senza farsi troppi problemi. Ma chi vive nel mondo dell’arte incomincia a rendersi conto che ci troviamo sospesi su un terribile vuoto di senso, dove sembra sempre più difficile trovare un valore comune, riflesso d’altro canto di una situazione diffusa dove insieme all’arte, la politica, l’economia, l’istruzione, la cultura, ecc. stanno andando alla deriva, per cui alla possibilità di un confronto costruttivo, si sostituisce la violenza dell’arbitrio. Tutto ciò non sembra sfiorare Langone, che accusa dicendo che a me “sembra non andare bene niente”, là dove ho voluto invece fare un’analisi dell’intera storia dell’arte e dell’estetica alla luce delle problematiche più gravi della nostra epoca, che si ripetono ciclicamente nei periodi di decadenza, per cui tutto diventa possibile senza discernimento, nullificando e ridicolizzando proprio quella “realtà” che il nostro critico percepisce invece come terreno ben solido e che sbandiera come fondamento. E’ strano d’altro canto che Langone, occupandosi tra l’altro di arte, non sia mai incappato in testi che parlano di una diffusa idea di “morte dell’arte” a partire da Hegel e Adorno, fino ai libri più recenti di Danto, Vattimo, Belting (solo per nominarne alcuni tra i più conosciuti) un dibattito che pervade la nostra cultura da decenni nella difficoltà a riconoscere una possibilità di uscita dall’impasse contemporanea. Proprio nell’ottica di superamento di questa impasse ho rilevato quanto di importante mi sembra sia emerso dagli artisti da me indicati: Salvo, Ontani, Knap, Kunc, Angermann, Fridjonsson e Bonechi, che Langone sembra da una parte apprezzare (Fridjonsson è bravissimo, secondo lui), ma che per esigenze di copione deve osteggiare, per altro con motivazioni alquanto deboli come: “oasi di irrealismo, di quadri eterei e sospesi, metafisici, magici, astrusi dal mondo presente”, insomma una descrizione che si potrebbe adattare perfettamente ai quadri di de Chirico, Dalì, Max Ernst, Magritte, Bosch, e molti altri maestri, ma che secondo il suo credo “realista” assumerebbe connotazione negativa, senza ricordarsi che la funzione dell’arte di riprodurre la realtà è stata assunta da centocinquant’anni dalla fotografia. Oltre a ciò non riesce a vedere gli artisti da me proposti come portatori di quella svolta epocale che il mio libro promette perché “ormai sessantenni”, mentre le “nuove leve non sono pervenute”. Ma non menziona il fatto che io veda quel nuovo inizio come un modo radicalmente rinnovato di concepire e fare arte, sorto lungo il Novecento addirittura da Edward Hopper e Balthus, artisti per lo più fraintesi dalla critica moderna, di cui solo ora ci si sta rendendo conto collettivamente della reale importanza. Dunque non si tratta della “scoperta” dell’ultima ora, come piacerebbe al nostro critico, ma di un cambio di paradigma, (dove cinquant’anni non sono nulla) e dove più che “scoprire” nuovi artisti, è indispensabile cambiare ottica con cui guardare l’arte. Un cambiamento che Langone non vuole neanche prendere in considerazione essendo “innamorato della realtà”, cioè vuole “tornare a parlare di bellezza”, come scrive, come se ciò fosse un’evidenza spontanea, e non come è effettivamente oggi qualcosa di assolutamente soggettivo, privo di alcun valore comune. Se dunque l’arte di oggi è “ostaggio degli opposti estremismi”, – come recita il titolo del suo articolo – per cui diventa impossibile “liberarsi dai pregiudizi”, lo è non secondo i contrapposti criteri attribuiti ai due libri che stronca gratuitamente, ma si tratta sempre della solita contrapposizione stereotipata tra classico-romantico, realismo-astrattismo, ordine-trasgressione, destra-sinistra, dunque da una parte la sperimentazione e provocazione a oltranza, che ha ormai perso di senso – come troviamo in certi aspetti dell’arte contemporanea – e dall’altra l’accademismo, il manierismo, il realismo (che Langone ama tanto) banalizzazione di tutti i problemi estetici nell’equazione: bello=reale, reale=bello, che squalifica il 90% dell’arte di tutti i tempi, dal Neolitico ai giorni nostri, passando per tutta l’arte orientale, quella egizia, mesopotamica, africana, quella delle civiltà sudamericane, fino ad arrivare all’arte bizantina, romanica e gotica, quindi falcidiando tutta l’arte moderna e contemporanea.
    Il mio libro, Figura Solare, è invece un’apertura creativa all’insegna della conciliazione degli opposti, abbandonando la visione filosofica, linguistica e storicistica dell’arte, ma anche le facili illusioni – tra cui il realismo di Langone –, per ritrovare, come accade sempre all’inizio di ogni ciclo epocale, l’esperienza estetica originaria, quello splendore unificante dell’immagine che nel medioevo è chiamata Claritas, in cui si esprime quel tessuto di rapporti vivi che costituisce l’aspetto sacro dell’immagine e il fondamento di un senso umano del mondo. Tutte questioni che hanno già molte premesse in diversi aspetti della cultura del Novecento e che mi è sembrato abbiano trovato una nuova sintesi concreta negli artisti da me considerati, sintesi che pone interessanti possibilità di sviluppo anche al di là dell’arte. Ma di tutto ciò, cioè della parte essenziale del mio libro, Langone non ha fatto alcuna menzione, passando sopra tutto per fare di un lungo e complesso discorso di approfondimento questioni di lana caprina. Spero davvero che trovi il tempo per scrivere lui, come ci dice in fondo al suo articolo, un libro finalmente equilibrato sull’arte contemporanea, sono sicuro che con la sensibilità, profondità e cultura dimostrate, potrà fare qualcosa di illuminante per tutti noi in quel dibattito sull’arte che oggi è necessario come l’aria che respiriamo.
    Nicola Vitale

  • Nosferatu

    Alla faccia!

  • francesco sala

    “come lotta, vitale! come lotta!”
    g.cruciani