Un basso elettrico firmato Damien Hirst e Flea. I Red Hot Chili Peppers e l’artista inglese ancora insieme, stavolta per beneficenza

Aveva già firmato biciclette, jeans, skateboard, sedie sdraio, valigie e persino etichette di brandy. E anche una chitarra elettrica, una Fender Stratocaster degli anni Settanta con il suo classico motivo a pois, battuta all’asta da Christie’s lo scorso settembre per circa 150mila dollari. Stavolta però, la motivazione è più nobile e Damien Hirst, in coppia […]

Aveva già firmato biciclette, jeans, skateboard, sedie sdraio, valigie e persino etichette di brandy. E anche una chitarra elettrica, una Fender Stratocaster degli anni Settanta con il suo classico motivo a pois, battuta all’asta da Christie’s lo scorso settembre per circa 150mila dollari. Stavolta però, la motivazione è più nobile e Damien Hirst, in coppia con Flea, pirotecnico bassista dei Red Hot Chili Peppers (band californiana che a Hirst ha commissionato anche la copertina dell’ultimo album), ha lanciato una linea di coloratissimi bassi elettrici.
La serie, che si chiama Spun Guitar, comprende cinquanta esemplari, numerati, firmati e dipinti a mano nello stile dei recenti dipinti dell’artista inglese, gli “spin paintings”. Il basso arriva a casa con una custodia custom, una fotografia di Hirst e Flea, un disegno fatto a quattro mani dai due con la tecnica del “cadavre exquis”, un quadretto incorniciato di una farfalla e un set di venti plettri. Gli strumenti sono in vendita tramite Other Criteria, sia online che negli shop londinesi del marchio, e i prezzi vanno dalle diecimila alle cinquantamila sterline. Il ricavato delle vendite andrà all’organizzazione non profit di Los Angeles Silverlake Conservatory of Music, che usa la musica come strumento per migliorare la vita dei giovani della comunità.

– Valentina Tanni

www.othercriteria.com

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Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Dal 2011 collabora con Artribune.
  • Non mi sconvolge particolarmente ma, certamente la dote più alta di hirst è la provocazione non la creazione artistica in se… ma l’idea, anche sotto forma di provocazione non è forse essa stessa creazione artistica?