Succedeva nel 2011: utilizzare come cubo per le vostre danze una scultura di Richard Serra? Al Madre era possibile anche questo, durante le famose serate

Sì, lo sappiamo, la cosa non è nuovissima. Ma adesso è sbucata fuori dalla rete – grazie a campaniasuweb.it – una foto che documenta la questione, ed allora anche noi, trattandosi di questioni legate a serate danzanti – abbiamo pensato di riproporla proprio nella giornata più danzante dell’anno. Di che parliamo? Di Madrenalina, i chiacchieratissimi […]

L'improvvisata performance sopra la scultura di Serra

Sì, lo sappiamo, la cosa non è nuovissima. Ma adesso è sbucata fuori dalla rete – grazie a campaniasuweb.it – una foto che documenta la questione, ed allora anche noi, trattandosi di questioni legate a serate danzanti – abbiamo pensato di riproporla proprio nella giornata più danzante dell’anno.
Di che parliamo? Di Madrenalina, i chiacchieratissimi party musicali organizzati fino a non molto tempo fa negli spazi del Museo Madre di Napoli, durante i quali – a detta dei detrattori di queste iniziative, molto care invece all’ormai ex direttore Eduardo Cicelyn – i partecipanti si lasciavano andare in danze scatenate fra le opere esposte nella collezione permanente, utilizzandole spesso come tavolini per improvvisati cocktail e pure come “cubi” per esibizioni di breakdance. È il caso di Giuditta e Oloferne, di Richard Serra, come appunto testimonia la foto che vedete sopra.
Cicelyn ha sempre smentito le voci, additandole come esagerazioni utilizzate in maniera strumentale contro di lui. Ora c’è un documento a testimoniarle. A questo punto il cerchio si dovrebbe chiudere chiedendo il parere del grande scultore americano, d’altro canto il 2011 è stato l’anno del Bunga Bunga governativo, cosa volete che sia qualche stravizio in più…

CONDIVIDI
Artribune è una piattaforma di contenuti e servizi dedicata all’arte e alla cultura contemporanea, nata nel 2011 grazie all’esperienza decennale nel campo dell’editoria, del giornalismo e delle nuove tecnologie.
  • Cosma Galeni

    se dopo aver fatto le case le avesse poi abitate con le forme della Giuditta e dell’Oloferne, forse la danza geghegè avrebbe avuto comunque atto, ma almeno nel concetto di occupazione di spazio altrui, quindi senza troppa voglia di ripetere o vantarsi del reato commesso. Diversamente, attratto dall’istinto umano di riempire, partecipare al vuoto (“Questo vuoto è pubblico! è anche mio!”), il giovine terrà per sempre vivo il ricordo di una facezia, e chissà, forse appunto di partecipazione!