“È una svendita”. “No, ci sono i vincoli per l’uso pubblico”. È battaglia a Venezia sulla vendita a Prada di Ca’ Corner della Regina: e il Comune è a rischio default

Una schermaglia che ufficialmente si gioca sull’alto profilo dei princìpi, del bene collettivo, della valorizzazione del patrimonio, ma che poi cela anche contenuti molto pragmatici: se il Comune di Venezia non incassasse i 40 milioni di euro previsti, violerebbe il patto di stabilità, con tutte le conseguenze negative in termini di contributi negati, finanziamenti falcidiati, […]

La facciata di Ca’ Corner della Regina

Una schermaglia che ufficialmente si gioca sull’alto profilo dei princìpi, del bene collettivo, della valorizzazione del patrimonio, ma che poi cela anche contenuti molto pragmatici: se il Comune di Venezia non incassasse i 40 milioni di euro previsti, violerebbe il patto di stabilità, con tutte le conseguenze negative in termini di contributi negati, finanziamenti falcidiati, investimenti sforbiciati.
Ancora una volta in Italia il futuro di un prezioso pezzo del patrimonio culturale rischia dunque di passare in secondo piano rispetto alle convenienze ed al gioco delle parti politiche: parliamo di Ca’ Corner della Regina, la cui cessione al gruppo Prada dovrebbe essere perfezionata in queste ore nelle more del bilancio 2011 dell’amministrazione lagunare. Ma improvvisamente sono spuntati i distinguo: prima le circa 800 osservazioni arrivate dai cittadini, superate con le rassicurazioni degli uffici comunali circa l’attenzione al rispetto della destinazione d’uso a della futura gestione dei prestigiosi spazi. Poi come un fulmine a ciel sereno è arrivata la lettera del direttore regionale per i Beni culturali Ugo Soragni, che ipotizzava un parere contrario alla vendita da parte della Soprintendenza, oggetto ancora prescrizioni e destinazioni dell’immobile. Per superare l’impasse, pare sia dovuto intervenire, interpellato dal sindaco Giorgio Orsoni, il sottosegretario del Ministero Roberto Cecchi, a garantire di persona sulla sorveglianza circa il rispetto degli accordi.
Il punto, anche a parer nostro, resta questo: se si concedessero sottobanco permessi per realizzare appartamenti e residenze avrebbe senso forse parlare di una svendita, ma se invece – come non abbiamo motivi per dubitare – si mettono rigidi paletti sulla destinazione d’uso, non si vedono ragioni di contrarietà, se non politicamente strumentali. Anche perché ai 40 milioni versati al Comune si aggiungeranno investimenti continui per la realizzazione e la gestione di un museo di qualità, posti di lavoro creati, tasse versate alla stessa città ed allo Stato. Vogliamo forse continuare a tenere i beni culturali a marcire ed a diroccarsi perché assegnarli ai privati per la loro valorizzazione e opportuno sfruttamento sarebbe una “svendita”?

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  • …ancora a lamentarsi invece di essere contenti per un palazzo meraviglioso che continuerà a vivere invece di crollare come tanti altri….ma magari miliardi di operazioni cosi in italia!!!!

  • Johnny

    Davvero. E’ una polemica vergognosa. Meno male che c’è Prada ad investire nell’arte…

  • daniele

    A parte il ricatto di non rientrare nel patto di stabilità e le condizioni di Cà Corner restaurata negli anni ottanta per ospitare l’ASAC (archivio storico arte contemporanea) ora diviso tra Marghera e pad Italia a Castello, il comune di Venezia si priva e priva i suoi cittadini di uno spazio di valore immobiliare e culturale.
    Ricordo che i cittadini di Venezia in questi ultimi anni hanno perso spazi culturali come il Palazzo Fortuny, Palazzo Grassi, il cinema Italia, il cinema San Marco, il teatro Ridotto, il cinema Accademia, il cinema Olimpia, lo spazio culturale Mondadori.
    Che vengano specificati gli usi è un obbligo per chi avrà in uso spazi pubblici, ricordo le assicurazioni da parte dei Benneton sull’uso pubblico e culturale del teatro Ridotto, inglobato poi a sala ricevimento per l’albergo Monaco di proprietà degli stessi.
    Chi non conosce la situazione di Venezia non può capire l’azione predatoria di molti gruppi finanziari che usando la cultura come specchietto per le allodole hanno fatto affari milionari comprando palazzi pubblici per poi cambiarne l’uso a loro piacimento.

    • …è giusto avere timore che qualcosa perda la sua natura…ma se si dovesse decidere tra la sua vita o il degrado non ci starei a pensare un attimo!!!

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