Lo Strillone: bagarini per la mostra di Leonardo a Londra su la Repubblica. E poi grandeur francese, Lorenzo Lotto, Cappella degli Scrovegni…

C’è la crisi? Ed io rilancio! Investimenti milionari a Parigi per rinverdire i fasti del Museo d’Orsay, della Tour Eiffel e dei mercati delle Halles: Quotidiano Nazionale celebra la lungimiranza di amministratori che hanno capito come investire in attrattiva porta ritorni incalcolabili in termini di turismo. Arte e danza a braccetto al Centre Pompidou: grande […]

Quotidiani
Quotidiani

C’è la crisi? Ed io rilancio! Investimenti milionari a Parigi per rinverdire i fasti del Museo d’Orsay, della Tour Eiffel e dei mercati delle Halles: Quotidiano Nazionale celebra la lungimiranza di amministratori che hanno capito come investire in attrattiva porta ritorni incalcolabili in termini di turismo. Arte e danza a braccetto al Centre Pompidou: grande mostra presentata da Il Manifesto.

A Il Fatto Quotidiano piace Pipilotti Rist al Manzoni di Milano; un Lorenzo Lotto dimenticato, su Europa e su Avvenire, per la mostra alle Gallerie dell’Accademia di Venezia: ventitre le opere presenti, dodici autografe, diverse quelle mai – o quasi – esposte in Italia.

Il Rinascimento ha tradito la carica rivoluzionaria dell’Umanesimo? Tesi interessante per la dotta dissertazione che Ugo Dotti affida ai tipi di Aragno con il suo La rivoluzione incompiuta, recensito su la Repubblica. Che conferma come il Rinascimento, ancora oggi, tiri di brutto: béccati bagarini, a Londra, mentre vendevano a 600 sterline i biglietti per la mostra su Leonardo.

Il maestro, intanto, è pronto al grande salto. Quello verso le stelle: Il Giornale annuncia la scansione del suo più celebre autoritratto e del Codice del Volo, spediti su Marte da Cape Canaveral. Libero ci dà dentro con la caccia ai fantasmi giotteschi: dopo i volti nascosti degli affreschi in Assisi adesso ne spuntano pure nella Cappella degli Scrovegni.

– Lo Strillone di Artribune è Francesco Sala

CONDIVIDI
Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.
  • LA MOSTRA DI LEONARDO ALLA NATIONAL GALLERY DI LONDRA: emozionante, ricca ma non convincente.

    La mostra è indubbiamente bella, emozionante e suggestiva nonché ricca; si tratta, però, di una ricchezza dovuta più alla presenza numerica delle opere che non alla sapienza di chi avrebbe potuto e dovuto trovare un filo conduttore o un legante convincente e corretto fra tanta materia prima. Mancano infatti dei collegamenti logici e, quando ci sono, propinati con una certa superficialità e non sempre corretti e/o innovativi. Sono infatti presenti delle incoerenze didascaliche che francamente mi hanno stupito e che rendono tale apparato poco scientifico e a volte poco attendibile: vedasi ad esempio le date di alcuni studi che vengono grossolanamente presentate come successive alla data di realizzazione dei dipinti originali.
    C’è da chiedersi poi se gli autori di tali grossolanità non sembrino gli allievi di una scuola media durante la prova orale di un esame di terza, quando cercano a tutti i costi di impostare e mantenere un percorso durante il colloquio che spesso si basa anche su forzature o su inesattezze.
    Solo chi conosce a fondo le abitudini della cultura inglese può in parte capire tale modo piuttosto incerto di sostenere un filo conduttore anomalo e spesso poco condivisibile, ricco di estrosità che spesso sono solo un tentativo di sopperire alla mancanza di chiare e logiche conoscenze ( un’ulteriore verifica la si può avere dalla visita alla collezione di opere del 1900 alla Tate Gallery, che parte sì da una scontata linea del tempo ma poi la logica si trasforma in altrettanti voli pindarici che sembrano essere dettati soprattutto da un eccessivo campanilismo finalizzato al far conoscere opere di artisti locali inseriti in percorsi un po’ troppo forzati). Questo atteggiamento, per la verità poco culturale, finisce col dare una visione a volte falsata della realtà storica a scapito di una conoscenza scientifica che anche il devoto e paziente popolo inglese meriterebbe e tanto più quello internazionale che viene a visitare la mostra (se trova il biglietto).
    La sensazione che si ha, infatti, è che in Inghilterra i critici e/o gli storici dell’arte, tendano sempre e comunque a valorizzare le opere, gli artisti ma anche gli stessi studiosi di provenienza locale, ignorando incredibilmente le competenze di chi ha da sempre studiato tali opere ed autori.
    E ora, dopo aver preso atto di alcuni tentativi poco convincenti di apportare innovazioni al tessuto storico della mostra, con la presentazione di alcune attribuzioni o riattribuzioni di opere da un allievo all’atro, verrei alla vera novità della mostra, la presentazione in anteprima del Salvator Mundi, un’opera che sembra essere lo specchietto per le allodole, una luce abbagliante per i visitatori, qui proposto come autentico capolavoro di Leonardo. Un grave errore.
    Il dipinto a prima vista è indubbiamente affascinante e misterioso e sembra che chi ha scritto il testo del catalogo voglia rinverdire i misteri leonardeschi del Codice da Vinci di Dan Brown. Ma alla fine la realtà è ben diversa.
    Gran rilievo è dato alla iconografia religiosa del volto di Cristo, definito di ispirazione arcaica e legato al Mandilion di Edessa, ma gran parte del testo è dedicato all’aspetto fisico e simbolico della sfera di cristallo di rocca che non va a costituire certamente elemento di prova per la paternità del dipinto.
    Di altri riferimenti tecnici ed iconografici si hanno purtroppo poche notizie, chissà se ci sono e se sì perché vengono tenute nascoste. Di ciò che ci è stato propinato devo rilevare solo alcuni aspetti: il riferimento ad un infrarosso che permetterebbe l’individuazione della presenza di uno spolvero sul labbro superiore ma l’immagine dell’infrarosso non è stata pubblicata!
    Si parla, inoltre, di alcuni piccoli pentimenti come quello del pollice della mano sinistra o del palmo della mano destra che non stanno a dimostrare alcunché. Così come la precisione dei particolari decorativi della veste attribuiti solo nella parte sinistra a Leonardo e neppure l’impostazione della veste che era già presente nel S.Ambrogio realizzata dal Maestro della pala Sforzesca ci possono dimostrare l’originalità leonardesca. A proposito delle decorazioni possiamo altresì considerare come elemento interessante la presenza della croce di Sant’Andrea che riterrei essere molto presente, come un personale segno di riconoscimento, in quasi tutte le opere di Ambrogio DePredis (tra l’altro molto legato al Maestro della pala Sforzesca); un’ulteriore dimostrazione del legame fra il DePredis e il Salvator Mundi è la mano benedicente che ritroviamo identica proprio nello stesso Sant’Ambrogio. E a proposito di questo segno di riconoscimento, ben visibile nel dipinto del Cristo giovane, mi è sembrato alquanto ardita la correzione di paternità, ieri assegnata al DePredis e oggi a Marco D’Oggiono anche se, essendo la croce di S.Andrea, presente solo in rarissimi dipinti dello stesso D’Oggiono, si potrebbe pensare ad una collaborazione tra Oggiono e De Predis .
    Tornando al Salvator Mundi rilevo che è stato completamente ignorato, sul catalogo, l’aspetto relativo ai pigmenti, ai colori di riferimento, alla tecnica delle velature. Infatti si è semplicemente accostato il Salvator Mundi, dal punto di vista tecnico, ad opere come la Gioconda e il S.Giovanni Battista che sono, a mio avviso, più tarde e quindi vi sono certamente delle differenze. Sappiamo per certo che tra periodi diversi le opere di Leonardo presentano in radiografia diversità rispetto all’utilizzo delle tecniche e delle preparazioni, ma tutto ciò non è stato sufficientemente documentato sul catalogo della mostra.
    Per quanto riguarda la tecnica di stesura del colore ci si è limitati a confermare una serie di sovrapposizioni di colori a strati, salvo poi affermare che una pulizia energica della superficie pittorica ha notevolmente limitato la presenza di tali velature.
    Ci è sembrata altresì molto approssimativa la datazione del dipinto al 1499 quando i due studi riferibili al Salvator mundi sono datati in catalogo al 1500. Insomma ci troviamo di fronte ad una gara di affermazioni, smentite e approssimazioni che rendono il tutto poco chiaro. L’unica affermazione degna di attenzione, però appena menzionata nel testo, è la presenza fra i pigmenti della veste del ‘blu di prezioso lapislazzulo’, che non può costituire alcuna certezza, ma che può valer la pena approfondire.
    In conclusione, in base allo stile, alle forme, alla fisionomia, agli incarnati, ai colori e ai numerosi “detto e non detto” degli studiosi che hanno redatto la tesi di paternità, ritengo si possa parlare, a proposito della paternità di questo dipinto, di un considerevole apporto di altra mano con una alquanto limitata partecipazione del Maestro Leonardo tutta comunque da verificare. E’ mia convinzione pertanto che si tratti di opera di Ambrogio De Predis coadiuvato da qualche altro allievo di Leonardo fra cui Boltraffio e/o Solario.