“In Cina? Io ci starei benissimo”. Wim Delvoye commenta le vicende del collega e amico Ai WeiWei. E dice che ormai in fondo, l’arte non gli interessa più tanto…

Che a Wim Delvoye piacciano le provocazioni è un fatto notorio. L’artista, autore di alcune delle opere d’arte più discusse degli ultimi anni – tra cui Cloaca, vero e proprio intestino meccanico in grado di produrre tonnellate di feci – è molto amico di Ai Weiwei e frequenta spesso la Cina, Paese in cui ha […]

Wim Delvoye e Ai Weiwei

Che a Wim Delvoye piacciano le provocazioni è un fatto notorio. L’artista, autore di alcune delle opere d’arte più discusse degli ultimi anni – tra cui Cloaca, vero e proprio intestino meccanico in grado di produrre tonnellate di feci – è molto amico di Ai Weiwei e frequenta spesso la Cina, Paese in cui ha anche portato avanti il famoso progetto dei maiali tatuati, con la collaborazione di un fattore del luogo.
Intervistato da Artinfo, Delvoye non ha perso occasione per polemizzare sul povero Ai (a cui ha però offerto uno spazio a Ghent, in Belgio, come sede per ricostruire lo studio distrutto a Pechino dalle autorità cinesi), accusandolo di essere un po’ lamentoso e incattivito: “Tutte le sere i giornali e le televisioni ci dicono che viviamo in un buon Paese, che l’Europa è al sicuro e che possiamo andare avanti con le nostre vite, perché siamo meglio della Cina. Ma io non sono d’accordo. Io penso che starei benissimo in Cina. Mi sentirei meno oppresso”. E poi continua: “Se Ai venisse nel mio studio potrei mostrargli quante multe devo pagare al governo. Se è vero quello che dice il governo cinese, cioè che Ai deve pagare 1.7 milioni di dollari, in America sarebbe di sicuro ancora in galera.”
E conclude con un affondo, seppur servito come consiglio amichevole: “Ai è un artista molto interessante, però l’ultima volta che ci ho parlato ho avuto l’impressione che non gli importi più molto dell’arte. Mi sembra più interessato alla politica […] Il fatto che stia tutto il tempo a fare l’eroe non aiuta il suo lavoro. Glielo dico da amico, lui lo sa.”

– Valentina Tanni

L’intervista di Artinfo a Wim Delvoye

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Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Dal 2011 collabora con Artribune.
  • Wim Delvoye non ha tutti i torti. Molto più facile vivere in regimi vintage tipo Cina che nell’austerity europea, o peggio nella provincia europea. Molto più difficile quando tutto è teoricamente possibile, ma non puoi fare niente per cambiare le cose; è peggio quando tutto sembra essere democratico piuttosto che un regime che agisce malamente in modalità elementari, come la Cina. Molto più complicato gestire il vuoto che alcune limitazioni da guerra fredda.