White Cube al cubo. La crisi, se c’è, non è affar suo: Jay Jopling apre la sua terza sede londinese. La più grande di tutte, in un quartiere che promette bene

Cantieri prorogati causa carenze finanziarie, progetti ridimensionati, realtà anche storiche che escono mestamente dalla scena. È questo il tono delle notizie a cui ultimamente si è abituati, anche riferite a situazioni che ci si aspetterebbe ben più solide, e pronte a resistere alle contingenze negative. Tono però che non vale per tutti: certamente non per […]

L’edificio della nuova galleria White Cube (da GoogleStreetView)

Cantieri prorogati causa carenze finanziarie, progetti ridimensionati, realtà anche storiche che escono mestamente dalla scena. È questo il tono delle notizie a cui ultimamente si è abituati, anche riferite a situazioni che ci si aspetterebbe ben più solide, e pronte a resistere alle contingenze negative. Tono però che non vale per tutti: certamente non per Mr Jay Jopling, che giusto ieri 26 settembre ha annunciato l’apertura della White Cube numero 3, un nuovo spazio – dopo la sede storica di Hoxton Square, a nord del Financial District, e quella aperta nel 2006 a Mason’s Yard, piccola piazzetta nella zona di Duke Street, quartiere St. James – che verrà inaugurato a Londra durante Frieze, il 12 ottobre.
La nuova sede sorge in un edificio degli anni ‘70, a Bermondsey Street a sud di Londra, ancora più grande rispetto ai due preesistenti, con i suoi 5440 mq di superficie. La ristrutturazione è stata seguita dallo studio di architetti Casper Mueller Kneer di Londra e Berlino, e pensata per ospitare tre grandi sale destinate all’espansione del programma espositivo, un auditorium, un bookshop e spazi per programmi educativi.
La mostra inaugurale, intitolata Structure & Absence, sarà una collettiva con opere – fra gli altri – di  Andreas Gursky, Wade Guyton, Damien Hirst, Sergej Jensen, Brice Marden, Gabriel Orozco, Sterling Ruby, Robert Ryman e Jeff Wall.
Al di là di quanto si possa pensare, la mossa di Joplin, pur coraggiosa visto il periodo, è tutt’altro che peregrina. Colonizzare per primo il distretto di Bermondsey significa collocarsi in una delle zone, assai prossime al centro, più interessanti del momento. Tra nuovi alberghi, gastropub (provate a trovare posto per un brunch al Village East o al The Garrison, se ci riuscite), ristoranti che stanno scalando le classifiche (Zucca è considerato la mecca della cucina italiana e costa meno di una pizzeria di periferia da noi) e farmer’s market, l’area sta subendo una gentrification arrembante. Ma la vera attrattiva, e Jay Joplin lo sa benissimo, si chiama The Shard: la torre di Renzo Piano, che sarà l’edificio più alto d’Europa, è prossima all’inaugurazione e per le caratteristiche che avrà richiamerà a sud del Tamigi il turismo più colto e più interessato di passaggio nella capitale.

– Martina Gambillara

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Martina Gambillara
Martina Gambillara (Padova, 1984), laureata in Economia e Gestione dell'Arte, si è interessata fin dai primi anni dell'università al rapporto tra arte e mercato, culminato nella tesi Specialistica in cui ha indagato il fenomeno della speculazione nel mercato dell'arte cinese dell'ultimo decennio. Per passione personale si è costantemente dedicata all'osservazione dei risultati d'asta soprattutto del segmento di Arte Contemporanea, estrapolandone i trend e la correlazione con i mercati finanziari. In seguito il suo interesse si è spostato verso i mercati emergenti, da quello cinese scelto per la sua tesi, a quello sud-asiatico e mediorientale. Ha lavorato per gallerie, case d'asta e dal 2011 fa parte dello staff editoriale di Artribune.