Milano, città altoforno. Fra tanti cantieri perennemente aperti e rinviati, “brucia” le strutture esistenti: crisi finanziaria, a dicembre chiude la Fondazione Pomodoro

“È con grande rammarico che la Fondazione Arnaldo Pomodoro comunica la chiusura dal 31 dicembre 2011 della sua attività espositiva nello spazio di via Solari 35. Le annunciate mostre di Giuseppe Penone e Igor Eskinja, previste per ottobre, sono annullate”. Ha una capacità unica e specialissima, Milano, nella comunicazione. Le notizie positive – e qui […]

La Fondazione Arnaldo Pomodoro

È con grande rammarico che la Fondazione Arnaldo Pomodoro comunica la chiusura dal 31 dicembre 2011 della sua attività espositiva nello spazio di via Solari 35. Le annunciate mostre di Giuseppe Penone e Igor Eskinja, previste per ottobre, sono annullate”.
Ha una capacità unica e specialissima, Milano, nella comunicazione. Le notizie positive – e qui ci riferiamo all’ambito culturale e alle strutture museali – le rilascia col contagocce, e sempre indefinite e fumose: basti pensare ai tiramolla attorno al Museo d’Arte Contemporanea dentro CityLife di Libeskind, o alla Città delle Culture di Chipperfield. Le notizie negative, al contrario, arrivano dirette e brutalmente drastiche: poche righe, senza contestualizzare, come accade ora per dire che a fine anno chiuderà la Fondazione Arnaldo Pomodoro.
Le lamentele circa l’abbandono da parte delle istituzioni – Regione esclusa – erano note da tempo, tuttavia il precipitare degli eventi coglie un po’ tutti di sorpresa. E torna ad alzare il polverone di una città incapace di trovare una propria dimensione nella contemporaneità, a livello di strutture: perché le scelte degli enti pubblici, ma ancor più degli sponsor privati – che, con l’eccezione della mai abbastanza lodata UniCredit, hanno fatto cadere nel vuoto i ripetuti appelli al sostegno – sono comunque legate all’apprezzamento da parte del pubblico, alla popolarità ed alla penetrazione nel tessuto sociale dell’istituzione in difficoltà.
L’augurio ovviamente è quello che qualcuno si muova per scongiurare la malaugurata chiusura. In caso contrario, come precisa il comunicato, “la Fondazione Arnaldo Pomodoro continuerà ad esercitare le sue funzioni nella sede di vicolo Lavandai 2/A a Milano”. E i magnifici spazi di via Solari, 3500 metri quadri nell’area delle ex acciaierie Riva & Calzoni, ristrutturati solo 6 anni fa da Pier Luigi Cerri? Pare quasi paradossale suggerirlo adesso: ma perché non creare proprio qui il vero grande centro d’arte contemporanea della città?

www.fondazionearnaldopomodoro.it

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  • Totalmente d’accordo – oltre che per la tristezza della situazione (non solo milanese) – per le vostre conclusioni: perché non creare proprio qui il vero grande centro d’arte contemporanea della città? Lanciamo una petizione?
    Milano Arte Expo

  • Perchè no? Mica male come idea…

  • marcella

    lanciamo!

  • Cristiana Curti

    No, la Fondazione Pomodoro deve restare! E’ un importante punto di riferimento anche per artisti e temi (la scultura innanzitutto, ma non solo) che non sono affrontati così spesso dai “curatori” odierni. Una delle migliori esposizioni di arte contemporanea italiana che ho visto proprio un anno fa fu lì, a cura di Marco Meneguzzo. L’attività didattica, musicale e convegnistica è di rara qualità. Ed è merito degli attuali amministratori.
    Se lo spazio finisse in mano del Comune, oggi, non saprei davvero come potrebbe andare, sarebbe l’ennesima dépendance di manifestazioni da quattro soldi che i curatorelli da strapazzo della milano-da-fregare infiocchettano durante la settimana della moda o del design.
    Tuttavia, ci sono purtroppo poche speranze. E quell’area magnifica fa gola a tutti.
    ll posto per organizzare un fulcro delle attività del Contemporaneo oltre a un vero e proprio Museo di Arte Contemporanea ci sono e sono lì vicino alla Fondazione, a palettate di metri cubi vuoti da decine di anni, e il Comune li lascia a marcire, altrettanto belli.

    • augusta

      ciao Cristiana,
      ….Se lo spazio finisse in mano del Comune, oggi, non saprei davvero come potrebbe andare, sarebbe l’ennesima dépendance di manifestazioni da quattro soldi ….scrivi tu. Speriamo di no ma è l’unica possibilità perchè i problemi esistevano già da prima dell’anno scorso, credo.
      La Fondazione Pomodoro non ce la fa con una struttura come questa 8 oltre le altre problematiche che tu conosci senz’altro molto meglio di me).
      Incredibile che non ci sia MAI alcun sostegno da parte del Comune.
      Possiamo davvero lanciare la petizione o fare in modo che diventi, per esempio, il museo della scultura contemporanea e non una sede polverosa e in breve dimenticata per manifestazioni da 4 soldi!
      Ma a chi fa gola? Per fare cosa? centro commerciale?

      • Cristiana Curti

        Tutto sarebbe peggio della bella Fondazione. Ma di sicuro arriverebbero a frotte per accaparrarsi quello spazio bellissimo. Il Comune – se fosse suo – lo subappalterebbe come fa con tutti gli spazi espositivi della Città (Palazzo Reale in testa) e diventerebbe l’ennesimo posto (più o meno) trendy per dementi in cerca di fortuna. Il Comune, finché avrà a capo degli Uffici competenti funzionari che sanno a malapena articolare una frase d’italiano malfermo e a loro delega senza filtri né verifiche, non potrà far altro che subappaltare.
        La questione, cara Augusta, non è però cosa fare di un’area bella o brutta che sia, è: PERCHE’ una Fondazione d’arte importante e vivace non deve essere sostenuta dalla Città (e con Città intendo TUTTA la Città, cittadini compresi)? Non ci sono soldi, è vero, i buchi in bilancio sono terribili, è vero. Ma fra Comune, Provincia o Regione (purtroppo una esclude l’altra) è possibile che nessuno in questi anni si sia attivato per trovare uno sponsor, un partner, un accomodamento per permettere a Pomodoro di mantenere quel posto ottimo in quel modo (e non un altro) altamente qualificato? Milano non è esattamente Trebaseleghe e la Fondazione Pomodoro non è propriamente la Compagnia di Teatro del dopolavoro ferroviario di Follonica.
        Perché nell’arco di poco tempo, la presenza in Città di elevatissima qualità scientifica e progettuale del Privato (che negli stessi anni fa meglio del Pubblico…) è abbandonata del tutto?
        Perché scompaiono la Fondazione Mazzotta e la Fondazione Pomodoro nell’arco di pochi mesi una dall’altra senza che nessuno batta ciglio?
        Io sono straconvinta che – da qualche parte – qualcuno ne è felicissimo. E i Milanesi stanno a guardare. Vediamo se riusciamo a fare qualcosa. Cerco di sapere. Un caro saluto a te.

        • augusta

          rapidamente: perfetto cerca di sapere. grazie.
          Lo so molto bene che è scomparsa anche la Mazzotta! Io so solo, poco e male che le fondazioni hanno delle regolamentazioni precise per “procedere” , anche se in Italia potremmo dire “sopravvivere”! L’obbligo di esposizioni, per esempio, Mazzotta proseguì per anni con con kandinsky &co perchè era un canale dove aveva più possibilità, con oneri sopportabili quando, come sai molto bene e ribadisci, non si ha alcun aiuto e men che meno sostegno da comune, provincia o regione.
          Altre normative che obbligano ad avere carichi economici, troppo onerosi. Ricordo un mio caro conoscente che decise proprio per le difficoltà di gestione e “manutenzione” che preferì vendere tutta la sua collezione.
          Il Povero Arnaldo Pomodoro io sono convinta che ci abbia provato ma nessuno gli ha mai dato ascolto, sono convinta che gli avranno fato, come al solito, 10.000 promesse, 5000 vedremo, 1000 ora non è il momento però ti assicuro..
          BLEAH!

          • Cristiana Curti

            BLEAH! è perfetto. La normativa che informa le Fondazioni culturali private in Italia è fortemente penalizzante per l’Amministratore della Fondazione (a meno che non sia una Banca!). Si deve garantire un gettito economico da bilancio che non è richiesto per nessun Itituto pubblico omologo. L’onere della ricerca fondi e della programmazione culturale è pesantissimo senza nessun aiuto garantito. La collezione poi (quella Pomodoro in particolare, esposta in Fondazione a rotazione) è notificata in blocco così da non poter essere alienata per eventuali necessità.
            Malgrado ciò alcuni sperano di poter fare qualcosa ancora per la propria Città e il pubblico (ossia per noi). Invece di premiare lo sforzo economico e intellettuale, non si aspetta altro che tutto defunga per “rimettere in riga” chi ha provato a fare da sé.
            La Mazzotta ha sudato per anni lacrime e sangue (e il suo presidente si è quasi spento per questo) per poter rimanere in sella. Alla fine, dopo aver svuotato ogni cassa (privata) e aver imposto qualsiasi paletto possibile immaginabile (pubblico) ha desistito.

  • Carlo Angelo

    Un Paese allo sbando, ormai in pieno degrado morale ancor prima che economico.

    Una Amministrazione della città che dopo tre mesi dalla elezione già si perde
    nelle diatribe inutili su dove esporre il Quarto Stato, ricade nuovamente nelle
    reti dei bancarellai della moda, si dimostra priva di coraggio nel bloccare
    il traffico privato che avvelena la vita della città, propone una esposizione
    di opere di Paradiso trattate in modo vergognoso a Palazzo Reale (ma il
    bar con dehors in cortile non poteva mancare), e mi fermo qui per non infierire.

    L’abbandono della Fondazione Pomodoro non fa altro che rispecchiare
    la caratura dei nuovi Amministratori come di quelli che li hanno preceduti.

    Proviamo a postare il link alla notizia su Facebook per dargli la maggiore
    visibiità possibile.

    • me.giacomelli

      C’è il “like” apposta. O il retweet. Ecc. ecc. E la notizia merita, in effetti…

    • Certo è che se Pisapia non capisce chiaramente che ha avuto il consenso che ha avuto per fare di Milano una città realmente europea (e mi piace il riferimento al traffico privato), il suo governo si trasformerà presto in una cocente delusione.

      • SAVINO MARSEGLIA (curatore indipendente)

        Purtroppo la casta politica italiana da destra a sinistra fa di tutto per distruggere quel poco di buono che c’è a Milano. Pisapia, voleva liberare Milano da lacci e lacciuoli burocratici, consentendo lo sviluppo armonico dell’arte contemporanea… mentre assistiamo ai primi segnali di fallimento…

  • LorenzoMarras

    Sicuramente sara’ una delusione , dott. Tonelli, ma come ben sapra’ (ho letto con attenzione il suo articolo di apertura del n.2 di Artribune) il comune di Milano ha un buco di bilancio molto alto, mi pare ora a memoria circa 140 milioni di euro. Per chi non sappia di queste cose , questo significa che a fronte di spese certe per 140 milioni non ci sono certe entrate . E questo è UNO.
    la seconda , c è un ammontare del debito che grava su Milano , costituita prevalentemente da derivati (quelle belle trovate della finanza creativa dove a perderci , guarda caso è sempre il debitore) derivati che sono un groppone molto duro da digerire ; ed anche a questo Pisapia dovra’ fare i conti e siamo a DUE

    la terza , c è la questione EXPO e qui con i tempi che corrono , dubito che Tremonti possa scucire la sua parte , che è prepoderante. Eppero’ se non si vuole fare l’ennesima brutta figura davanti a tutte le nazioni , i soldi bisognera’ pur trovarLi.

    la quarta , il Pisapia ha fatto promesse (secondo me azzardate, vista la situazione) a quella fascia di popolazione residente nelle periferie che non se la passa bene ed ancora di questi tempi, le persone hanno sempre piu’ la memoria lunga.

    insomma, calcolando all’ingrosso il Pisapia non ha ereditato una casa in ordine , ma il cerino lo ha lui in mano.
    Venti anni di Centro destra a Milano sono una eredita’ non facile da accettare.

    • C’e da aggiungere che “il cerino” non gli e’ capitato tra mani per caso e che Pisapia, che certamente ben conosceva la situazione del Comune e gli impegni cui andava incontro, non ha promesso ai Milanesi “lacrime e sangue” ma ha fatto, al contrario, molte promesse di cui e’ giusto, oggi e nei prossimi anni, chiedergli pieno adempimento.

  • Cristiana Curti

    I primi segnali di fallimento (dichiarati su tutti i giornali) sono dell’ottobre 2010. L’allarme, e le difficoltà economiche di Arnaldo Pomodoro che tappò personalmente tutti i buchi SEMPRE, erano già palesi da tempo. Se n’è fregata la Moratti come il Pisapia (sembra, non è detta l’ultima).

    Ma soprattutto se ne sono fregati i cittadini milanesi che si vantano tanto dei propri salotti buoni e poi non riescono a salvare le uniche istituzioni importanti della Città, salvo frequentarne tutti azzimati i parties nei momenti di festa per essere in prina fila. Così andò anche per la storica e importantissima Fondazione Mazzotta. Tutti l’adoravano, tutti a dire che faceva mostre e manifestazioni più belle e qualificate del Pubblico (ed era vero!). E poi, che accade? Oggi al posto della Mazzotta c’è un flagstore della Nike.
    Una cosa del genere in città più onorate e attente, come Bologna ad esempio, non sarebbe mai successa.

    E’ questo il punto. Un istituto privato nasce per la volontà del singolo ed è giusto che non ricada sul groppone dell’Ente pubblico, salvo quando ha le giuste qualifiche per meritarselo.

    E’ quindi altrettanto giusto che il singolo, se riceve gli incoraggiamenti del pubblico (inteso come visitatori) – e di riconoscimenti ce ne sono stati tanti e notevoli – cerchi il proprio sostentamento nei cittadini cui fa dono dei propri sforzi, delle proprie sostanze, della propria arte, del proprio tempo.
    I Milanesi non hanno appoggiato alcuna sottoscrizione, né chiesto alcunché per la Fondazione Pomodoro presso le Autorità Civiche o pubbliche in genere. Non hanno fatto nulla.
    Forse è giusto che non abbiano nulla…

    • marco picciali

      sicura che a bologna non accadrebbe, mi sembra (ma posso sbagliare) che coswe simili accadano in tutta italia…

      • Cristiana Curti

        Sono un poco emotiva in queste situazioni. Non sono sicura di niente. Tutto dipende dalle poste in gioco e da chi NON vuol far lavorare chi. Ma Milano, lo garantisco, è al top per queste porcherie…

        • SAVINO MARSEGLIA (curatore indipendente)

          Cara Cristiana, condivido in parte.. ho sempre pensato che l’arte non si fa sempre con i soldi. In Italia non si vive di arte ma ci si nutre con l’arte. E’ questo il guaio! Si spende tanto in arte e in cultura, ma tutti sanno che la stragrande maggioranza di cittadini è indifferente e ignorante in materia.

          Non si avverte nessuna crescita educativa nei confronti dell’arte contemporaneonea. Ma l’arte non può vivere senza cittadini “educati” informati e consapevoli…, dotati almeno di spirito critico quanto basta per sfuggire alla miopia del proprio interesse personale e per non farsi abbindolare nelle superficialtà di un messaggio artistico spesso ingannevole e distortivosullo stato dell’arte..

          Per crescere, i cittadini hanno bisogno di una classe dirigente onesta ed efficiente, che sappia fare il proprio mestiere e che non si nutra solo di lauti stipendi pubblici. Dovrebbe non nascosdersi dentro mure asettiche di istituzioni museali o dentro enti e fondazioni culturali acchiappasoldi.

          I cittadini, per crescere educati hanno bisogno di spazi aperti alla partecipazione, di nuovi strumenti di comunicazione; e occasioni costanti di confronto, formazione e autoformazione. E’ arrivato il momento di rompere con questo subdolo andazzo italiota.
          Occorre un vero processo di rottura, di appropriazione dell’arte come funzione di liberazione dal degrado morale, dall’inefficienza, dagli sprechi di denaro pubblico, perpretato proprio da una casta autoreferenziale: direttori, curatori, critici, politici di turno e burocrati dell’arte.
          saluti

          • Daniele, Milano

            BRAVO SAVINO, LE TUE SONO PAROLE SANTE: BISOGNEREBBE BUTTARE FUORI DAI MUSEI PUBBLICI TUTTI QUESTI SIGNORI PARRUCCONI DEMAGOGHI E DARE VERAMENTE SPAZIO ALLE PERSONE ONESTE E COMPETENTI IN MATERIA.

  • Cristiana Curti

    Caro Savino, ma una Fondazione privata è proprio questo: un punto di vista “parziale” ma di valore (se è di valore; e il lavoro fatto per sei anni dalla Fondazione Pomodoro è di enorme valore e si rivolgeva a tutti i livelli della popolazione, basti guardare nel loro sito, fin tanto che ci sarà) che si dovrebbe rispettare e aiutare, se si vede che diventa un valore collettivo.
    Tu hai ragione: l’arte non deve essere “pensata” in termini di budget o di ritorno economico, e Arnaldo Pomodoro (come chiunque di noi che affronta anche solo l’organizzazione di una mostra oggi) non pensava certo che avrebbe guadagnato la pagnotta aprendo una Fondazione a proprio nome. Sapeva bene a cosa andava incontro.
    In una Fondazione privata, di “burocrati e faccendieri” dell’arte – in genere – ne entrano pochi, se la personalità che la guida è forte e autoritaria culturalmente. Laddove invece un/a Presidente fosse soltanto uno/a “imprestato/a” alla cultura, lì vi saranno maggiori interventi/relazioni/intrecci con il sottobosco politico e il culturame. Tanto, in questo caso, basta pagare e il vaglio è presto fatto.

    Con ciò non solo non posso e non voglio dire che Privato è bello e Pubblico è brutto. Tutt’altro. Io sono dell’idea che, in un equilibrio armonico di società in evoluzione corretta, entrambi i valori si compenetrino ciascuno con funzioni e risultati diversi ma con fini che si equiparano.

    Tuttavia, oggi, la povertà di siti culturali di buona qualità è talmente palese in Italia che vedere un’Istituzione così notevole chiudere perché fra tutte le forze (private e pubbliche) della Città non ci si sia resi conto che si DOVEVA salvarla a tutti i costi, mi sembra ancora un’aberrazione. E mi rende enormemente triste, perché sembra un monito, un avvertimento: “hai voluto provare, eh? Adesso guarda come ci si riduce a voler fare di testa propria”.

    Alcuni direbbero che chi non rende torni a casa. Ma non può essere del tutto così nell’ambito della cultura. Nessun Museo, nessun Ente culturale può sopravvivere solo con i proventi della propria attività. I biglietti non servono neanche a pagare gli stipendi dei guardiasala. Questo ovunque.
    E così, Palazzo Grassi – quando della Fiat – soccombette dietro il peso dell’immane macchina amministrativa. E c’era la FIAT (chissà, forse proprio per quello?).
    Ma non piansi per il cambio di consegne. Le mostre “monster” di Palazzo Grassi su Egizi, Etruschi, Assiri, Goti, ecc. ecc. anche se di buon calibro scientifico non sono episodi irrinunciabili, sono episodi di buon interesse ma non fondanti della cultura di una Città. Ora Pinault, che è Pinault, è già in difficoltà per mantenere ben due bestioni veneziani tutti convertiti all’arte contemporanea in un sito più che privilegiato, non sta molto meglio. Non gioisco certamente. E, in modo paradossale, potrei affermare che il tentativo di Pinault sia teoricamente più meritevole di successo di quello della FIAT.

    D’altro canto il magnifico Museo Jatta di Ruvo di Puglia (che non vedo da qualche anno, però) sopravvive con nessuno o quasi che lo conosce, perché un lascito della famiglia che costituì lo straordinario nucleo ceramico Greco/apulo famoso in tutto il mondo (che conosce l’arte antica) permette di mantenere aperto un palazzone nobile dell’800 che lo ospita e lo espone.
    Dobbiamo davvero pensare che solo “piccolo e sconosciuto” è bello?

    Non so come si possa “liberare” l’arte dalle maglie in cui l’uomo oggi l’ha costretta. Non so come ci potremo disfare dalle innumerevoli mostre orrende sugli Impressionisti o su Picasso/Dalì/Mirò che certuni ci ammanniscono come fossero sempre le mostre del secolo (e non parlo certo di quella ottima chiusa recentemente al MART) ormai da diversi anni. Certamente mi fa rabbia vedere come quelle “cose” ottengono sponsors a frotte.

    Con la chiusura di un’ottima Fondazione cittadina perdiamo l’occasione di costruire cultura nel posto in cui la Fondazione è e diffonderla. Di creare un circuito di affezioni che diventa “umano” e vicino all’arte molto più di quanto gli Enti pubblici seppero (non) fare in questi ultimi anni da Mani Pulite in poi.
    Secondo me perdiamo la possibilità di essere tutti coinvolti in futuro nella costruzione di un’alternativa gestionale della cultura fatta di studio (archivi e studiosi) e di progetti (esposizioni, ma anche seminari, concerti, laboratori per bambini, ecc.).

    I Comuni (provincie, regioni, Stato) dovrebbero imparare che, laddove il valore è giustificato, una Fondazione privata costituisce non solo una ricchezza ma anche un possibile guadagno per l’Ente pubblico, che potrebbe essere esonerato (nella macchina burocratica inutile e costosissima) dall’affrontare il problema del “cartellone delle mostre” dell’anno e potrebbe concentrarsi sul consolidamento della Cultura “stanziale”, quella dei Musei, delle raccolte civiche, degli archivi e far convergere le risorse nei centri che diventano l’emblema pubblico di una Città.

    Io non sono milanese (di residenza) ma sono spessimo a Milano, quasi ci vivo. Se io fossi milanese, quale “episodio” o “sito” di cultura dovrebbe rappresentarmi? L’orribile, indecente, indegna mostra di Dalì di qualche mese fa a Palazzo Reale (la “mostra dell’anno” in quanto a successo e affluenza), o il cartellone del 2010 della Fondazione Pomodoro? Sai già qual è la mia risposta.

    Io vorrei essere orgogliosa per una volta di quello che è (era) Milano per sé e per l’Italia. Non mi importa di essere considerate un’antiquata, antistorica. Le cose non devono andare così solo perché vanno così. Le cose devono essere cambiate.
    Un caro saluto, Savino, ammiro la tua coerenza, è il sale della terra, ma io ora non mi dò pace.

  • Carissima Cristiana, apprezzo e condivido quel che tu dici. Se la Fondazione Pomodoro chiudera’, come ha chiuso la Fondazione Mazzotta, questo sara’ un’ulteriore grave peso sulla coscienza degli Amministratori, prima di tutto, ma anche di tuti i Milanesi e non solo. Pero’ non basta (e sia chiaro che non dico questo a te, ma lo dico a tutti noi), indignarsi e denunciare, non basta esprimere chiaramente ad alta voce il proprio sdegno e le ragioni che si ritengono essere alla base di questa situazione, come non basta (e non serve, e ‘ anzi sciocco e fuorviante) dare la colpa a questa o a quell’amministrazione. La situazione e’ tale prima di tutto e sopratutto perche’ non c’e’ sensibilita’ e non c’e’ interesse da parte del “pubblico generalista” verso l’arte contemporanea, le sue Istituzioni, le sue manifestazioni (siano esse mostre, fiere, convegni, ecc.ecc.). E questo lo sappiamo bene e ce lo continuiamo a ripetere ogni girno (qualcheduno anche piu’ volote al giorno), ma saperlo e ripeterselo serve a ben poco: occorre fare, occorre che ciascuno dia il suo contributo piccolo o grande a cambiare questa situazione. Come? ognuno deve trovare il modo a lui piu’ congeniale e facile da attuare ma sostanzialmente si trattera’ sempre di contattare “pubblico” di “parlare alla gente” e non al pubblico di Artribune ma a quello che non sa’ neppure che Artribune esista. Anzi e’ proprio il “pubblico” di Artribune che dovrebbe convincersi a “fare”. Ciascuno di noi vive in un “ambiente sociale” che non e’ certo fatto solo di “appassionati d’;arte” ma anche di tante e tante altre persone ed e’ a queste che bisogna rivolgere la propria attenzione, e’ a queste che ciascuno di noi e’ chiamato e “spiegare” con i suoi mezzi e le sue capacita’ che l’arte (non solo quella contemporanea, ovviamente) non e’ un “fatto che non li riguarda” non e’ un “lusso da intellettuali o da ricchi collezionisti” ma e’ vita! Che se Istituzioni come la Fondazione Pomodoro o la Fondazione Mazzotta chiudono il fatto e’ grave al pari (e sotto certi profili anche piu’) della chiusura di un’azienda e che quindi non e’ notizia a cui reagire con un “oh! toh!” o con un “peccato, mi dispiace” ma e’ notizia cui reagire con mobilitazione, con pressione sulle amministrazioni locali, con manifestazioni pubbliche e pubbliche esternazioni. Mi rendo perfettamente conto che questa azione che, ripeto, ciascuno di noi, se veramente “ama l’arte”, e’ chiamato a fare non riuscira’ a portare frutti nell’arco di un termine breve di tempo… ma se non s’incomincia quel termine di tempo sara’ infinito. Qualche piccolo esempio banale: tutti quelli che ricevono la newsletter di Artribune (sono oltre 70mila e scommetterei che almeno un terzo di essi abita o gravita su Milano) usano un computer, probabilmente un buon 60/70% e’ inserito in uno dei principali social networks (Facebook Twitter) se ciascuno di loro incominciasse, ogni giorno, a postare anche (dico ANCHE non esclusivamente!!!) qualche intervento che abbia ad oggetto l’arte (contemporanea o meno che sia) quante persone complessivamente si raggiungerebero? Quanti degli “amici” finirebbero per chiedere maggiori informazioni? Quanti incomincerebbero a capire che forse l’arte non e’ poi una “bestia strana” o un qualche cosa che interessa solo se hai una parete sulla quale appendere qualche cosa o un mobile sul quale ci starebbe proprio bene un bell’oggetto e denaro da spendere. Non si puo’ aspettare che “il potere”ed “il politico” cambino perche’ essi cambieranno solo se cambiera’ la base su cui si regge e che lo elegge ed a cercare di cambiare quella dobbiamo essere noi. Questo vale non solo per ii politici e per il potere, Luca Rossi ha scritto che Della Valle restaura il Colosseo perche’ ne fara’ un immenso cartellone pubblicitario per le sue scarpe ma che non tirerebbe fuori un centesimo per salvare il tempio romano o greco abbandonato nella campagna ed e’ vero ma anche questo non e’ detto che debba essere vero per sempre. Se Della Valle ed assieme con lui altri imprenditori incominceranno a sentire che la “gente” (quella comune e di tutti i giorni, quella cui sono “rivolti” i loro prodotti e le loro campagne pubblicitarie) considera azione meritoria il salvataggio del piccolo tempio sperduuto ed abbandonato finiranno per prendere in considerazione anche questa possibile “azione pubblicitaria”. Cambiare l’atteggiamento di chi ci circonda siamo innanzi tuto noi a doverlo fare. E per tornare al caso Fondazione Pomodoro e ad Artribune ed i suoi lettori, perche’ Artribune non coordina una data ed un ora ed un “post tipo” ed invita tutti i propri lettori a “postare” su Facebbok, Twitter e sui blog cui hanno accesso un post di protesta per la chiusura e di invito alle Istituzioni a prendere in considerazione il problema e trovare soluzioni che evitino la chiusura? Non servira’ a nulla? Non ne sarei cosi’ sicuro!

    • Cristiana Curti

      Anch’io non ne sarei così sicura, bravo Luciano, hai colto nel segno con tutto il tuo intervento.
      E non dimentichiamo che l’orgoglio di sostenere il “piccolo” (non a caso feci l’esempio del Museo Jatta a Ruvo che equivale al tempietto di Pozzuoli) era NOSTRO (di tutti gli italiani, anche di quelli che erano i cosiddetti “incolti”) solo poche decine di anni fa. I paesi facevano a gara per cercare di valorizzare (ciascuno a proprio modo) le vestigia del passato), perché oggi questo sentimento di attaccamento al proprio environment (e alla cultura italiana, perché no) è così slabbrato, a macchia di leopardo, lasciato agli interventi (per forza di cose mirati) degli sponsor?
      E’ così che vogliamo finire, in attesa di diventare comeil Vietnam e la Cambogia, preda di saccheggiatori d’arte spudorati e assassini nell’indifferenza di Autorità e Popolo? Non è necessario essere “colti” per difendere la propria Cultura. Bisogna solo credere che ne valga la pena.
      Un saluto affettuoso.