Tutto il nostro disprezzo per i writer vandali che imbrattano muri, monumenti e architetture. Quando poi ad andarci di mezzo è un centro d’arte contemporanea come quello di Foligno…

Ultimamente stiamo parlando spesso di graffiti. O di Street Art. Magari ne stiamo parlando anche bene, talvolta. Ma è una reazione di riflesso. Ovvero cercare di parlar bene di quel poco di street art di qualità per fare arrivare il messaggio che tutto il resto, tag, scarabocchi e imbrattamenti, è quanto di più vigliacco ci […]

Ultimamente stiamo parlando spesso di graffiti. O di Street Art. Magari ne stiamo parlando anche bene, talvolta. Ma è una reazione di riflesso. Ovvero cercare di parlar bene di quel poco di street art di qualità per fare arrivare il messaggio che tutto il resto, tag, scarabocchi e imbrattamenti, è quanto di più vigliacco ci possa essere. Doppiamente vigliacco, ad esempio, quando questo afflato vandalizzatore si scaraventa contro uno dei pochi centri d’arte contemporanea di nuova architettura che il paese può vantare.
Il CIAC di Foligno è un parallelepipedo minimal rivestito in corten, quell’acciaio arrugginito che piace tanto agli architetti stelle. In questo caso, altro che architetto, pare che nella progettazione abbia dato più di qualche idea Getulio Alviani in persona. Dunque una architettura contemporanea, ma anche una scultura urbana nel solco – ovviamente in piccolo – dei vari Maxxi e Guggenheim Bilbao. Eppure, nonostante ciò, in un contesto protetto e locale come quello di Foligno, qualche codardo che imbratta non manca mai. Si è capito, quanto vi disprezziamo o dobbiamo insistere oltre?

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  • Luca

    Sta a vedere che gli scarabocchi di qualche pittore affermato sono arte perché, appunto, firmati da affermati; e altri scarabocchi sono solo scarabocchi da disprezzare solo perché non c’è qualche storico dell’arte o critico o gallerista che decide per noi se sono arte o meno.
    Da morir dal ridere :)

  • helga marsala

    perchè tu avresti forse il coraggio di affermare che questo schifo di cosa che vediamo in foto è arte??! credo non serva l’avallo di nessun critico per bollare questa roba come spregevole vandalismo. ma in realtà stavi solo scherzando, vero? ci volevi far morir da ridere, per l’appunto.

    • hm

      forse voleva solo dire che fra cy twombly e quello sgorbio lì non c’è molta differenza . quindi inutile incazzarsi per i graffiti quando in un altro post nello stesso momento viene osannato in modo schizoide un altro autore di sgorbi .

      • gatto delle navi

        naa
        ci sono scarabocchi sublimi e scarabocchi no

        • hm

          a me quello scarabocchio di quel muro non dispiace, nel senso che non mi tange minimamente tale e quale uno scarabocchio di twombly (che per fortuna si è limitato alla tela perchè non era ancora cool scoreggiare sui muri) .
          ravvedo anche una certa corrispondenza tra questo sgorbio e le opere del vostro mito, qui ci sono i cuoricini mentre nei quadri di twombly i kiss delle boccucce lasciati sulla tela .

          • gatto delle navi

            anche sulle boccucce vale lo stesso discorso
            non è il “cosa” il punto

          • hm

            quindi qual sarebbe il tuo concetto di sublime? qualcosa che si vende ad alto prezzo in un dato circuito immagino, più o meno sarà questo il tuo concetto di sublime, visto che tra le boccucce di twombly e i cuoricini su quel muro non ci sono sostanziali differenze stilistiche e il come denota similitudini imbarazzanti .

          • ecc. ecc.

            Grazie hm, tu mi offri il destro per tentare di affrontare un discorso lungo e complesso, ci provo…

            Io credo di sapere quale sia il “punto” a cui si riferisce gatto, e credo che sia “il punto” per molti: la consapevolezza dell’artista.
            Ora, io non so da dove nasca questa esigenza di personificare ogni cosa, psicologicamente intendo; tuttavia – lo vediamo in ogni ambito, e l’arte non fa eccezione – c’è questa esigenza molto diffusa di costruire miti (in carne e ossa) a cui aggrapparsi. Oltre a ciò, ovviamente, ci sono interessi di natura economica – il mercato ha bisogno di stabilità, e legare le opere a un nome è sempre utile.
            Sta di fatto che si è riusciti – a quanto pare – a convincere le persone che l’artista è una sorta di monade leibniziana, cioè una realtà incomunicante, chiusa nella sua torre d’avorio dalla quale ogni tanto fa calare una SUA qualche creazione.
            Una cosa che mi ha sempre incuriosito è notare come la critica d’arte, tenda a riferire i significati che svela non all’opera in sé, quanto piuttosto all’artista che l’ha firmata (e dico FIRMATA non a caso). Più spesso, infatti, capita di leggere “l’artista ha voluto rappresentare…” – o similia – piuttosto che “l’opera rappresenta…”. Ora, in questi casi mi sono spesso domandato come tutti questi critici fossero certi che dei significati che essi riconoscono nell’opera l’artista ne avesse necessariamente consapevolezza: gli telefonano? gli scrivono una lettera?
            In realtà, l’artista – sicuramente i più famosi artisti contemporanei – non sono affatto delle monadi, sono individui che mantengono un’impalcatura di “suggeritori” (chiamiamoli così per semplificare) che spesso fa sì che tali artisti siano poco più che prestanome. Il problema è che a tutti coloro che campano di arte non è utile far sapere ciò, anzi! Proprio perché ciò che la gente chiede non sono le opere, ma gli artisti!
            Cattelan ha tra Bonami, Gioni e chi ne ha più ne metta – aggiungiamoci pure tutto ciò che trova in internet e che magari ricalca firmando a proprio nome – una sfilza di “suggeritori” infinita. Senza Bonami che arricchisce di significato le opere firmate da Cattelan, Cattelan non se lo filerebbe nessuno; del resto Bonami senza Cattelan che fa da prestanome non se lo filerebbe nessuno. Così è bene, per entrambi, convincere la gente che è corretto dire “l’opera DI Cattelan”, “Cattelan ha voluto rappresentare…” e così via.

            Sapendo ciò, io me ne frego dell’artista.

            Tuttavia, non per questo ritengo che una creazione abbia scarso valore solo perché chi la crea non è consapevole di esso!

            Lego il valore di una creazione unicamente alla creazione, a ciò che essa può rappresentare AL DI LA’ DELLE INTENZIONI DEL CREATORE (che comunque, come detto, spesso mancano).

            Credo, tra l’altro, che questo sia il modo più proficuo e che da maggiori soddisfazioni a chi si pone come “pubblico dell’arte”. Perché se io vado a una Biennale non posso certo conoscere tutti gli artisti, i loro percorsi, le loro intenzioni ecc.ecc., ciò nonostante posso trarre godimento dalle loro opere perché solo ad esse faccio riferimento; ai significati che esse disvelano in relazione alla mia esistenza e al mondo che vivo, non a quella dell’artista – o del suggeritore dell’artista – dei quali, sinceramente, non me ne po’ fregà de meno.
            (Anche perché è dai tempi in cui ho abbandonato Big Jim che non ho più bisogno di identificarmi in un qualche personaggio immaginato).

          • ecc. ecc.

            Aggiungo che a molti fa comodo “sedersi” sulle intenzioni dell’artista, perché pensare da sé è molto faticoso: l’artista pensa, applica ciò che pensa, crea… e il pubblico, il massimo che può fare, è leggere qualcuno che ha vantaggio a dirci che il significato CORRETTO dell’opera è questo e non quest’altro, perché QUESTO è quello dell’artista (per ciò che ho detto prima: sarà poi quello dell’artista??), mentre QUEST’ALTRO è quello che non tiene conto dell’artista. Ma, appunto, a molti sta bene così, perché si risparmiano la fatica di svelare con la propria testa i possibili significati.
            Peccato che, appunto, in molte circostanze le gente si trovi poi spaesata e disorientata se, recandosi in un museo, non trova la targhetta con la spiegazione – per filo e per segno – degli AMMESSI significati dell’opera. Non sa che fare, perché nessuno l’ha mai educata al valore della polisemia, all’ipotesi che sia possibile trovare altri percorsi semantici rispetto a quelli già tracciati; anzi, per le ragioni suddette, questa educazione viene osteggiata da tutti coloro che di arte campano.

          • ecc. ecc.

            Insomma è verissimo che ciò che si trova – materia estetica e concettuale – nei sono cuoricini di fragolina è la stessa materia che si trova nei kiss delle boccucce lasciati lasciati sulla tela da qualche artista famoso.
            Solo che c’è gente che ha bisogno del NOME cui aggrapparsi per scrivere di quel nome, per curare mostra di quel nome, per vendere quel nome. Ma basta girarsi intorno per vedere che la realtà – anche senza essere firmata – è spesso molto più ricca di spunti stimolanti su cui riflettere di una qualche tela d’artista. Ovviamente se la gente lo capisse e smettesse di rispettare queste assurde (nonché utili solo a chi di arte ci campa) regole del gioco, il gioco finirebbe, e tutto il carrozzone a casa.

            Per questo mi viene da ridere quando leggo cose tipo “patentino d’artista”, ma chi vogliamo fare fessi?

          • Caro ecc.ecc. il discorso che fai è solo parzialmente condivisibile nella parte relativa al valore o significato che l’opera d’arte deve avere per lo spettatore o nell’analisi che fai di un certo “sistema arte” largamente invalso. Ma non è condivisibile, invece, nella tua pretesa di far assurgere a regola generale quelli che sono casi particolari: non tutti gli artisti sono burattini in mani a “curatori” e “critici amici” e anche il caso sul quale ti soffermi non è liquidabile cosí semplicemente. Tu, da spettatore, tendi a minimizzare il ruolo dell’autore e ne fai quasi una macchina che produce cose cui solo tu spettatore attribuisci o meno il valore d’arte ma non è affatto così, nell’altro commentario abbiamo appena convenuto sul fatto che l’artista è tale se genera arbitrarietà (nuovo linguaggio o nuovi mondi) e questo è un punto fondamentale ed essenziale dal quale consegue l’unica definizione possibile di “arte” come ció che l’artista (come sopra definito) ha inteso produrre quale opera d’arte. Allo spettatore, al critico, spetterà poi il giudizio su tale opera e potrà liberamente ed autonomamente (intendo senza nessun “rispetto reverenziale” verso l’artista, la sua fama, il suo valore commerciale, i suoi amici e solidali ecc. ecc.) ed avrâ, ovviamente anche il sacrosanto diritto di decidere che cosa significhi per lui quel lavoro o, addirittura, se per lui non abbia significato alcuno.

          • ..scusa l’interruzione, riprendo…
            Ma stai attento perché, per quel che abbiamo detto appunto nell’altro commentario, lo spettatore tenderà a giudicare sulla scorta degli strumenti che ha, in buona sostanza applicherà, nel suo giudizio, concetti convenzionali a qualche cosa che, come abbiamo convenuto, è, invece, arbitrario e non convenzionale. È qui che il Critico (con la C maiuscola… ma ce ne sono ancora?) dovrebbe intervenire e dare il via a quel processo che porterá alla formulazione di una convenzione che “legittimi” la nuova “arbitrarietà” in esame. Ecco perchè dico spesso che l’arte “buona” è quella che sarà giudicata tale domani o dopodomani e, non ritenendomi un critico (neppure con la c minuscola) evito, in genere, di esprimere giudizi, che non siano semplicemente la mia “reazione” o “sensazione”, sul lavoro dei colleghi.

          • ecc. ecc.

            Sere ormai io e te siamo fidanzati. ;) ammicco anche, toh

            No, guarda, io non ho alcuna intenzione di far assurgere quello che ho detto a regola generale. Io mi sono riferito a Cattelan e ho parlato di “molti artisti famosi”.
            Resta il fatto che, non è possibile che io debba divenire amico fraterno dell’artista e dunque – grazie alla conoscenza profonda che ne deriverà – poter godere delle sue opere. Anche se non conosco l’artista – le sue intenzioni – devo avere il diritto di goderne. Ciò non significa, ovviamente, che qualunque cosa io affermi dell’opera sia vera! Ma che solo con la realtà dell’opera io sono tenuto a fare i conti.

            Dici: “Tu, da spettatore, tendi a minimizzare il ruolo dell’autore e ne fai quasi una macchina che produce cose cui solo tu spettatore attribuisci o meno il valore d’arte ma non è affatto così”.
            In questa circostanza io non sto facendo un discorso di natura ontologica, sto parlando di contenuti, non di identità.

            Dici: “l’artista è tale se genera arbitrarietà (nuovo linguaggio o nuovi mondi)”.
            Ma, appunto, l’artista – colui che chiamiamo “artista” – può generare nuovi mondi anche inconsapevolmente o grazie all’aiuto di tutti coloro che gli ruotano intorno. Allora dico, è ridicolo concentrarsi sempre sull’artista, pensiamo all’opera; se chiamiamo “opera d’arte” un’opera che genera nuovi linguaggi, essa sarà tale se genererà nuovi linguaggi. Molta arte ha avuto tale fortuna al di là delle qualità dell’artista, penso ai Sex Pistols per es., forse che la musica dei Sex Pistols non ha influenzato – nel bene o nel male – enormemente la musica a venire? Eppure era un gruppo costruito a tavolino, il cui leader era una marionetta. Altro personaggio ridicolo è Isabella Santacroce, eppure della qualità delle sue prime opere lo stesso Barilli ha tessuto le lodi; questo perché ci si può riferire alle opere al di là del loro creatore (che può essere comunque un inetto). Io sarei stato curioso di fare una chiaccherata con Basquiat, per es., per capire se lui fosse davvero consapevole della portata delle proprie opere, del che ne dubito fortemente.
            Insomma, quello che dico è che al di là della definizione di arte, lasciamo perdere per un momento questa cosa, ci sono “cose” interessanti e rivoluzionare sul piano formale, concettuale e tutto ciò che vogliamo, al di là delle intenzioni del creatore che, di fatto, può pure essere un imbecille. E sulla base di questa consapevolezza dico: per quale ragione io dovrei sottostare al giogo che il sistema mi vuole imporre di fare sempre riferimento al creatore anziché alla creazione?

          • ecc. ecc.

            Vedi qual è il fatto, Sere, che io sono un “buddista dell’arte” e come i buddisti sanno che Buddha è OVUNQUE, così io so ritengo che “l’arte” può essere ovunque, anche in uno scarabocchio su un muro, magari (è questo il motivo della mia provocatoria “recensione” del “messaggio fragoloso” : ). Ma noi, siamo in Italia, e la religione ufficiale è il Cattolicesimo, e i cattolici hanno bisogno delle cattedrali per pregare. Così, a meno di trovarsi in un “contesto dell’arte”, non provano nemmeno a sforzarsi di cercare gli aspetti interessanti – quegli stessi aspetti interessanti che cercano nelle opere d’arte – in ciò che li circonda.
            E così se qualcosa è firmato da un artista allora vale la pena di soffermarsi, e soffermarsi, e soffrmarsi a pensare – e questo è pure giusto eh – ma così è evidente che qualcosa di interessante lo si riuscirà a trovare! Cosa impedisce di porre la stessa attenzione in ciò che non è firmato? Se lo si facesse si scoprirebbe che a molto ma molto di più di ciò che noi chiamiamo “arte” vale la pena di essere “vissuto” nello stesso modo in cui noi viviamo ciò che chiamiamo arte solo perché qualcuno (una firma, un museo, un critico e così via) ci dice che è arte.

          • ecc. ecc.

            E così si spiega anche il perché dell’autoreferenzialità di molta arte – che anche tu sostieni essere. Ciò che ci dice ciò che noi chiamiamo “arte”, l’arte degli ARTISTI, ovviamente, ce lo dice – se proviamo ad ascoltare – altrettanto bene o spesso molto meglio, ciò che non chiamiamo “arte” solo perché non firmato dagli ARTISTI. Quando l’ “arte” prende consapevolezza di ciò, per poter continuare ad esistere, deve per forza di cose RIFERIRSI A SE IN QUANTO ARTE. Ecco allora che essa si mantiene in vita artificialmente grazie a questo sistema autoreferenziale: esiste solo per poter parlare di se, cioè per poter esistere.

          • Caro ecc., sono felicemente sposato e monogamo, accetto l’amicizia ma devo rifiutare il fidanzamento ;-) Dei tuoi tre post condvido quasi completamente i primi due, non l’ultimo. In effetti non c’è molta differenza tra le nostre visioni è, piú che altro, una questione di prospettiva.
            Certo che è ridicolo concentrarsi sull’artista e che è invece importante concentrarsi sull’opera. L’artista, nel mio punto di vista, assume importanza solo perché, come ho scritto prima, è il punto di partenza dell’unica definizione possibile di arte, detto questo possiamo, anzi direi dobbiamo, poi tranquillamente ignorarlo e concentrci sull’opera.
            Il tuo punto di vista, ripeto, condivisibile ha solo il difetto che puó essere facilmente malinteso o, meglio, incautamente esteso sino a definire “arte” la natura o manufatti che, per quanto belli e pieni di significato, arte non sono. Non è un problema di “autorialità” o di “firma” ma di “intenzionalitá”. Perchè ci sia arte occorre che ci sia stata l’intenzione di creare arte, in caso contrario ci troviamo di fronte ad “artigianato”, magari pregevolissimo. E qui torna il discorso della comunicazione e della arbitrarietà (che io preferirei chiamare “aconvenzionalitá”).
            Per avere arte occorre che l’opera sia conseguenza di una intenzionitá di comunicazione per mezzo di un linguaggio aconvenzionale. Mi obietterai(e lo hai giá fatto in una tua precedente) – ma perché qualcheduno dovrebbe scegliere uni lnguaggo aconvenzionale per comunicare quando potrebbe utilizzarne uno convenzionale compreso da chicchessia?-
            Visto che tu hai citato il Buddha, credo che tu conosca un po’ il suo pensiero e questo mi rende piú semplice la risposta: perchè la comunicazione che l’artista intende porre in atto ha per oggetto un qualche cosa che è incomunicabile con i linguaggi convenzionali. (vedi l’episodio dell’illuminazione e della trasmissione del carisma da Buddha ad Ananda : “Buddha sollevó il fiore e tra tutti i discepoli solo Ananda capí e sorrise”) se manca l’intenzione di comunicare l’incomunicabile, almeno per me, manca lo status di arte.
            Visto che te lo chiedevi ti tolgo la curiostá : no, Basquiat (almeno quando venne in Italia a Roma ed andó, praticamente appena arrivato, a trovare Luigi Ontani in via Margutta) non sembrava rendersi molto conto della portata del suo lavoro, se non abbastanza confusamente … in realtà l’unica cosa che sembrava interessargli era sapere dove poteva trova “roba”),,, ma che importanza ha? Non è affatto determinante che l’artista si renda conto della portata (bontà o meno influenza potenza, chiamale come vuoi) del suo lavoro l’unica cosa che importa è che, nel produrle, avesse l’intenzione di comunicare l’incomunicabile (e quindi di fare arte)

          • A scanso di spiacevoli ed inopportuni malintesi mi corre obbligo di precisare che, anche se conobbi, molto brevemente, Basquiat proprio in quel torno di tempo (e da qui viene il mio dire che non mi pare avesse vera consapevolezza dalla portata del suo lavoro) , all’epoca conoscevo Ontani solo perchè ammiravo e seguivo il suo lavoro ma, pur avendolo incontrato occasionalmente, non lo avevo ancora mai conosciuto personalmente. L’episodio mi fu raccontato molto tempo dopo da un suo amico, cui lo aveva raccontato Ontani stesso, che, credo sia ben noto, è un salutista convinto, usa solo medicine omeopatiche e naturali, non beve, non fuma e non ha certamente mai fatto uso di droghe. L’amico comune mi disse che Ontani fu molto dispiaciuto (ed ancora quando gliene parlava era sinceramente afflitto) che un giovane di quel talento fosse giá un “caso perduto”, come, purtroppo la sua tragica fine ha poi confermato.

          • ecc. ecc.

            È certo, Sere, che per parlare di arte bisogna presupporre un artista – difatti, se leggi bene, quando scrivo di guardarsi intorno non parlo di arte; dico “ciò che si cerca nell’arte spesso sta anche in ciò che non chiamiamo arte.
            Detto ciò se vogliamo includere nella definizione di arte un qualche grado di consapevolezza dell’artista allora dobbiamo anche saper come poter riconoscere nell’opera tale consapevolezza; e – come detto – mi pare un tantino impossibile.
            Per quanto riguarda l’innovazione linguistica di cui parli, beh, possiamo anche porla come un carattere ontologicamente definiente (e non solo come un aspetto apprezzabile), ma allora mi pare che il 90% di ciò che viene chiamato arte (compreso molta di quella già storicizzata) andrebbe espropriato di tale definizione. Avevamo parlato di manierismo, così “arte manierista” sarebbe un controsenso… Insomma credo sia difficile potersi aspettare da ogni creazione artistica un’innovazione formale e contenutistica. Ma questo è un mio parere :)

          • C’è qualche spiritosone che sembra voler accreditare l’idea di hm che io e Luciano G. Gerini siamo la stessa persona!!! A me non importa molto spero che non infastidisca neppure Luciano

        • ecc. ecc.

          Per quanto riguarda il buddismo aggiungo che quando il discepolo incontrò il maestro e chiese “se incontro il Buddha che devo fare?”, il maestro rispose “uccidilo”.
          Ecco io dico “se incontri l’artista, uccidilo”. Ma su questo mi par di capire che siamo d’accordo ;)

          • …Joshu… si siamo perfttamente d’accordo (anche se forse non ci credi) :-)

          • … oops avevo postato nel posto sbagliato, ripeto :

            C’è qualche spiritosone che sembra voler accreditare l’idea di hm che io e Luciano G. Gerini siamo la stessa persona!!! A me non importa molto spero che non infastidisca neppure Luciano

        • ..non vorrei essere noioso ma, come spesso lo sono le persone anziane, sono un po’ pignolo  e non piace esser malinteso ;-) 

          “…se vogliamo includere nella definizione di arte un qualche grado di consapevolezza dell’artista..”.

          No, in realta’ io non voglio includere nella definizione dell’arte una certa consapevolezza dell’artista (consapevolezza di che?) Come hai visto io definisco arte solo cio’ che l’artista produce “con l’intenzione” (non con la consapevolezza, che e’  un po’ diverso) di produrre arte, il che sposta il probrlema al definire “l’artista”  e ci porta poi a :

           “Per quanto riguarda l’innovazione linguistica di cui parli, beh, possiamo anche porla come un carattere ontologicamente definiente (e non solo come un aspetto apprezzabile)”

          Anche qui io non sostengo che l’artista e’ tale se produce sempre e costantemente e per ogni singolo lavoro “nuovi linguaggi” (o nuovi mondi) … sarebbe una pretesa diabolica (oltre che insensata). 

          Io definisco l’artista come colui che, intendendo comunicare l’incomunicabile, ricerca costantemente nuovi linguaggi per farlo, linguaggi che a volte trova e a volte no, che a volte abbandonera’ subito o presto e a volte usera’ sino a quando da “arbitrari” non divengono (per opera della mediazione di critici e l’accettazione degli spettatori) “convenzionali” e allora, se la sua spinta a comunicare l’icomunicabile ancora continua approfondira’ la sua ricerca e se no, diventera’ (anche se il termine cosi’ usato e’ improprio) quel che abbbiamo detto “un manierista” (“alla maniera di se’ stesso”). 

          E’ chiaro che un “nuovo linguaggio” non deve necessariamente essere totalmente e radicalmente differente dal precedente ma sara’ piu’ spesso una variazione piu’ o meno radicale di quello da lui (o da altri) precedentemente usato; come e’ chiaro che non ogni singola opera prodotta debba  essere prodotta usando un nuovo linguaggio, esistono le serie ed i cicli. Ma tutto cio’ e’ un problema suo non mio, non mi sogno minimamente di anadare ad analizzare se l’artista tal dei tali si sia posto in questa ottica, se sia riuscito in questo compito.

          Il tuo problema nasce dal porti, quale spettatore, la necessita’ di una definizione, per dir cosi’, aprioristica di arte, una definizione che ti consenta di dire “questa e’ arte” o se vuoi nella posizione espressa da Tonelli poco sopra parlando di “patente d’artista”.

          Io non mi pongo affatto tale problema  e non mi sogno minimamente di attribuire la patente d’artista (e spero davvero che nessuno abbia questo brutto “sogno”) ma semplifico in maniera drastica il problema.

          Per dirla in maniera un po’ banale : 

          Esiste un soggetto che si proclama (si presenta come/agisce come/pretende di essere ecc. ecc.) un artista e che mi (ci) presenta un lavoro che dice aver creato quale opera d’arte, benissimo l’accetto come tale e incomincio la mia indagine e formulo il mio giudizio (e qui mi intrerroghero’ se il linguaggio usato e’ nuovo o vecchio, se l’opera riesca a comunicarmi davvero l’incomunicabile ed “illuminarmi” o non mi permetta di andar oltre la sua apparenza e mi lasci indifferente ecc. ecc.) che potra’ essere piu’ o meno positivo e potra’ giungere a dire che, per me, quella, oggi, non e’ arte, (meglio dir cosi’ perche’, anche per lo spettatore, cambiare idea nel tempo non e’ vietato, anzi, a mio parere e’ l’assoluta norma)

          In buona sostanza per me “arte” non e’ una categoria che necessariamente implichi un valore positivo (un giudizio di merito) per esistere, ma solo una categoria data quale prodotto di colui che si dichiara artista. Il giudizio di valore e di merito (che e’ cosa del tutto distinta e non omologabile allo “status”)  spetta solo allo spettatore e quindi, per me, c’e’ arte ottima, buona, mediocre e pessima e persino arte che per me non e’ (almeno per il mio giudizio di oggi) arte.

           

          • ecc. ecc.

            Sere continuo a perdermi un passaggio… Artista – dici – è colui che produce arte. E questa è la definizione di artista. Ma la definizione di arte?

          • …ecco, ci mancava proprio, è arrivato anche il fake ecc.ecc., ora il carrozzone è al completo. :-) .

          • daniele

            cari tutti,
            Non solo duchamp!
            il concetto espresso dell’intenzione contrapposta a consapevolezza diventa un concetto evanescente schiavo della ricerca di autenticità.
            Osservo che questo passaggio:
            “Perchè ci sia arte occorre che ci sia stata l’intenzione di creare arte,
            in caso contrario ci troviamo di fronte ad “artigianato”, magari pregevolissimo”
            perde la sua forza se esci dal mondo dell’arte concettuale
            e pensi all’arte antica, dove l’alto artigianato aveva sempre l’intenzione di creare arte.

  • Luca

    Mah dolce Helga, io mi limito a constatare i paradossi e le contraddizioni del mondo dell’arte. Ci sono opere che vengono accettate come arte solo perchè qualcuno o qualcosa – sulla base di quale autorità? – le definisce tali. Magari prossimamente salterà fuori che lo scarabocchio è una provocazione di un noto artista e allora tutti a trovare in essa un qualche profondo valore concettuale. Valore che, magari c’è pure, ma se c’è c’è al di là della “firma”.
    Baciotti

    • LucaOrso

      valore concettuale? firma? ma firmati il cervello che fai prima! ma che razza di contributo è questo, manco all’asilo…

  • silvio

    Ha ragione Helga. Il fatto è che gli “scarabocchi” degli artisti li vedi se vuoi, li compri se vuoi. Gli scarabocchi sul muro di casa mia (appena intonacata) non li ho chiesti, non li voglio. Tu mi obblighi a vedre le tue boiate sui muri? Allora io ti vengo con Eros Ramazzotti a tutto volume sotto casa.

    • hm

      sono d’accordo, a quando una petizione contro bank$y e blu?

  • Luca

    Così si fa, Luca! Il tuo sarebbe un interessante tentativo, quantanche nichilista, di dialogare con l’arte sul suo stesso terreno di provocazione. Tutti assieme potremmo sancire la fine dell’arte: un amaro destino che, essendo amaro, va assolutamente sottolineato musicalmente con Ramazzotti!
    Bravissimo!

  • gatto delle navi

    quando ci vuole l'”amaro”!

  • helga marsala

    certo, un wall di Banksy o il tizio che scrive “FRAGOLINA TI O AMATO TRP XKE NN 6 QUI” sono la stessa cosa. Sempre Street Art è. YO.

    • hm

      esatto . con la differenza che bankNY non ama la fragolina ma i ratti .

      • ecc. ecc.

        magari però amava il fragolino… con la pasticceria secca…

  • Armando ecc.

    Helga che ci fai qua?! Io e Sereno ti stavamo cercando… ti va di passare un we di coccole con noi? :)

    A proposito del “tizio”, secondo me è hm che esercita il suo “italian future”

  • Armando ecc.

    A proposito del “messaggio fragoloso”, io consiglierei di prendere le cosa molto seriamente. In esso è contenuto tutto il dramma di una perdita. Un dramma così grande da rendere disgrafici o, magari, tale da concedere – epifanicamente – la consapevolezza che la forma è solo un accidente di fronte al dolore!
    Chi è “fragolina”? ci domandiamo; e dove non é? Disperazione gettata sulle pareti di un centro d’arte contemporanea, magari quel “qui” è riferito proprio al museo in quanto tale, magari fragolina è un’artista delle cui opere il “nostro” si era perdutamente innamorato e va girando il mondo dell’arte in cerca della sua amata: in un qualche dipinto, in una qualche installazione, chissà…

    Insomma, altro che Banschi! :)

    • hm

      ma infatti, sono d’accordo . fragolina è senza dubbio un essere altero distante e superiore a un lurido ratto adorato da banananksy . e sicuramente mi fa riflettere di più un nome e un cellulare scritti nel cesso di un autogrill piuttosto che mossad/cia twombly . twombly è talmente ottuso e banale che mi sembra l’equivalente pittorico di john cage . arte per piccioni (i pappagalli hanno troppi colori non sono abbastanza minimal) .

  • helga marsala

    Ma certo, il tizio di Fragolina, che per comodità chiameremo “er Banana”, è un artista concettuale mosso da spirito esistenzialista, nonchè esperto di public art.
    Ed è assolutamente equiparabile a Cy Twombly, altro che Banksy. Quando poi i suoi messaggi d’amore li deposita spensieratamente sulla facciata di una chiesa del Seicento, o sul muro di un palazzetto Liberty… beh, caspita, è una roba davvero emozionante. Del resto, tutto è relativo no? Tutto è arte e tutto non lo è, tutto è bello e tutto è brutto, Sgarbi è come Szeemann, i Chapman sono come hm, un muro di periferia è come il battistero di Firenze, er Banana è come Keith Haring. Che bello.

    • hm

      ah perchè ora BananANKSY è diventato un artista concettuale? ma lol . scusa se pensavo fosse più simile a una pubblicità di hello kitty che fa amicizia con tom & jerry e john lennon in un substrato di fake catastrofe postatomica . non ho mai scritto che è giusto imbrattare i monumenti quindi mi sembra un attimo fuoriluogo la tua replica . se permetti ci passa un po’ di differenza tra banananksy e haring, ma giusto un ciccinino eh .

      • helga marsala

        no, il concettuale era er Banana, non ho mai detto che lo fosse Banksy.

        • LorenzoMarras

          Signorina Marsala , posso anche dire una banalita’, ma nel caso che abbiamo di fronte vedrei semmai una persona innamorata che ha voluto esternare il proprio sentimento giudicando quella parete (non sua sia ben chiaro) idonea per far risultare il suo spirito chiaroscurale.

          Certo, sono cose che non si fanno, ma dio mio pensare di disprezzare senza appello un atto di quella specie ,valutato osservando la fotografia riprodotta nell’articolo, lo trovo un po’ eccessivo.

          Magari Lei non è indulgente perche’ , forse e dico forse, ha memoria delle devastazioni edilizie fatte nella sua Citta’, a danno delle belle ville liberty che rappresentavano un onore per la medesima.

          La saluto.

  • ecc. ecc.

    Brava! Sgarbi docet! …… beh, quantomeno finché non vegono forniti oggettivi criteri di valutazione artistica pare proprio che si sia destinati al relativismo… d’altrocanto nemmeno si sa cosa sia “arte” (che, del resto, un discorso legato al tentativo di fornire una definizione sembra interessare sempre e solo ai soliti 4 gatti), figuriamoci se si può stabilire quale arte sia buona e quale no :)

    Bisou

    • LorenzoMarras

      spero per entrambi che detti oggettivi criteri di valutazione “artistica” non siano mai resi disponibili. La loro esistenza sarebbe l’altrettanto oggettiva (ed amara) constatazione di essere al cospetto di un organismo che con tutta tranquillita’ potremmo definire ” Totalitario”.

      Se quello che chiamiamo Arte sfugge ad ogni definizione ( o se vuoi sistemazione) cio’ deporebbe senza dubbio a suo favore .

      • LorenzoMarras

        deporrebbe

        • ecc. ecc.

          La cultura è – per utilizzare una tua terminologia – “totalitaria”. Ogni “oggetto” culturale è oggettivo, appunto. Se si vul che qualcosa faccia parte di una certa cultura è necessario che i membri di tale cultura ne condividano la de-finzione.

          • Teoricamente la puoi mettere anche cosí ma resta il fatto che le definizioni vengono successivamente agli oggetti (e a volte con gran lasso di tempo) e di conseguenza la condivisione, che non è frutto di un accordo a priori ma il risultato, a posteriori, di un processo. E questo da’ anche ragione delle difficoltá di definire l’arte che, al suo nascere, non rientra ancora in nessuna “convenzione” di riconoscimento e solo col tempo (piú o meno lungo) finirà per esservi compresa o vedrà crearsi attorno a sé una nuova convenzione.

          • LorenzoMarras

            certo certo , appunto questo: è totalitaria in quanto i membri di una certa comunita’ ne condividono i vincoli .
            Da noi, questa cosa aveva un nome , lo si conosceva come “su connottu” ovvero si fa cosi’…per generazioni e generazioni e le variazioni da una generazione all’altra erano veramente minime e obbligatoriamente concordate.
            Chi trasgrediva , stava fuori la comunita’ ed era costretto a fare il nomade. Ecco , possiamo , con la dovuta cautela assimilare la parola ARTE a esilio …..instablita’…avventura… liberta’.

            Platone cacciava gli artisti dalla Citta’, sia ben chiaro.

          • ecc. ecc.

            Indubbiamente. Attribuire identità ontologica al reale è sempre effetto di una contrattazione tra i membri di una data cultura. I significati sono sempre l’effetto di una contrattazione. Ma tale contrattazione – proprio in quanto contrattazione – anela un appianamento delle divergenze, mira a un accordo – per quanto possibile – non a una discordia tra i partecipanti al gioco linguistico. È assurdo pensare all’arbitrarietà semantica come a un valore, a meno di non voler utilizzare il linguaggio (il proprio personale linguaggio – anche se “personale linguaggio” è concetto internamente contraddittorio) in modo onanistico.

          • “È assurdo pensare all’arbitrarietà semantica come a un valore, a meno di non voler utilizzare il linguaggio (il proprio personale linguaggio – anche se “personale linguaggio” è concetto internamente contraddittorio) in modo onanistico.”

            Pure perchè vi sia necessitá di contrattazione per raggiungere un accordo convenzionale occorre che “prima” vi sia una arbitrarietá che provoca il contrasto che fará nascere la contrattazione da cui scaturirá la convenzione e, in tal senso, l’arbitrarietà assume e dimostra pienamente il suo valore

          • ecc. ecc.

            Sì, ma stiamo dicendo la stessa cosa, Sere. Il punto sta nel come si pensa questa che chiamiamo “arbitrarietà”, se come punto di partenza o come punto di arrivo. Come punto di partenza è naturale e pure utile che esista, altrimenti come dice Marras il linguaggio risulterebbe un moloch immutabile. Pensarla invece come fine è deleterio e contraddittorio.

          • Probabilmente si, ma il punto che mi interessa sottolineare è che l’artista è (o dovrebbe essere) generatore di arbitraietá, (creatore di linguaggi, o per dirla come la direbbe Lorenzo, creatore di mondi ). Se invece il suo linguaggio risponde alle regole delle convenzioni concordemente accettate è un ben povero artista (un manierista, appunto) o semplicemente sta ripetendo se stesso dando segno di aver esaurito la creativitá.

          • ecc. ecc.

            E qui, Sere, sta uno dei paradossi dell’arte. Una volta che culturalmente si definisce un qualche concetto di “arte” la realtà acquisisce culturalmente tale identità allorché si adegui a tale concetto. E’ vero che, avendo tutti la possibilità di concorrere nel definire tale concetto (ovviamente non tutti con le stesse capacità), anche l’artista può concorrere a definirlo (ri-definirlo). Ma se riesce nel suo intento, allora esso sarà generatore di una nuova convenzione alla quale la sua opera sarà la prima a soggiacere. Nel momento stesso in cui realizzasse la sua missione, l’opera d’arte sarebbe la prima a risultare convenzionale.

          • Ma caro ecc. (perché non ti riprendi il tuo nome Landi, che mi veniva meglio!) è quel che ti ho appena scritto: l’artista è tale se genera arbitrarietà (lui con gli altri, ma piú spesso solo gli altri, si occuperanno di trasformarla in convenzione) e se vuol rimanere un vero artista deve continuare a generarla modificando il suo linguaggio arbitrario in continuazione, finché o passa a migliir vita o, vecchio e stanco, finirà per diventare un “arista convenzionale” perchè ripeterà quei linguaggi che, pur suoi, han oramai perso il carattere dell’ arbitrarietà per assumere quello della convenzionitá.

          • ecc. ecc.

            No, Sere, perché finché genera “arbitrarietà”, ossia opere che non rispettano le convenzioni o non creano nuove convenzioni, le sue opere non saranno mai ritenute “arte”.
            Capisci?
            Se, affinché si possa applicare a un certo “oggetto” lo statuto di “arte” è necessario che esso rispetti la definizione di “arte” che poniamo sia XYZ; allorché tale oggetto si presenti come ABC e non riesca a creare un concetto di arte che sia ABC, esso non verrà mai ritenuto – culturalmente – “arte”.
            E’ così che funziona il linguaggio, i significati sono insiemi di proprietà che la realtà deve soddisfare per poter venire significata da essi. La realtà se vuole esistere culturalmente non può non adeguarsi.

          • ecc. ecc.

            PS: Prenditelo tu Landi! Non vedi com’è brutto? :)

  • Come si può pretendere che un ragazzo, magari un ragazzino minorenne, possa sapere che un cubo di ferro arrugginito sia l’opera di un architetto?
    L’avrà presa come un edificio fatisciente da abbellire con la sua firma (a prescindere dal fatto che comunque non piace neanche a me).

    Magari… perché non mettono un cartello “opera d’arte architettonica: si prega di non imbrattare”. La gente va pure istruita, perché questo CIAC di Foligno effettivamente sembra proprio un capannone industriale in disuso, o una fatiscente rimessa ferroviaria… proprio il supporto preferito dai writers più coscienziosi.

  • Massimiliano Tonelli

    Guardate che la patente di artista, come ogni patente, non qualcosa che si può usurpare, autoassegnandosela, ma è qualcosa che -proprio così- ti danno gli altri e ti conquisti con autorevolezza, mestiere, studio, ricerca.
    Ecco perché chi imbratta i muri, pur credendosi artista, non lo è affatto. Ammenoché qualcun altro, autorevole per dirlo, affermi che lo sia.

    • ecc.ecc.

      Ahaha ci mancava solo la “patente d’artista”! Che sagoma!
      Poi divertentissima la cosa dell'”autorevole” per dirlo :) come se a livello di “esperti” ci fosse una minima condivisione di criteri valutativi, ma va… ma se, anche solo chiedendo cos’è “arte” a 100 tra galleristi, critici, curatori e via dicendo, avrai 100 risposte diverse (sempre che tu le abbia e che siano internamente coerenti, e ne ho trovate ben poche, anche tra gli “autorevoli”) come si potrà pensare che esista un’autorità??
      Quando un “oggetto” non esiste culturalmente – e l’arte è un “oggetto” che non esiste culturalmente – ognuno è autorevole (in cuor suo).

      • gatto delle navi

        appunto, visto che ognuno è autorevole in cuor suo, nessuno lo è senza che lo certifichi qualcun altro di autorevole
        eddai

  • Franciscus Urbinas

    Era accaduto alcuni anni fa, qualcosa di analogo in una città forse anche più aristocratica di Foligno, a Urbino, nel centro storico protetto dall’Unesco, sui paramenti monumentali in mattoncino rosa. Come presidente della commissione cultura del Comune mi sono battuto per ottenere un controllo efficace di quel kilometro quadro di meraviglie architettoniche (dalle testimonianze sepolte etrusco-romane al medioevo, alla esplosione del rinascimento federiciano fino all’urbanistica settecentesca ispirata dagli Albani (papa ClementeXI 1700-1721). Reticenza delle istituzioni, noncuranza, ignavia, irresponsabilità. Solo precedentemente, alla fine degli anni ’70, un pretore coraggioso e fuori dal coro, colto sul fatto uno di questi maleducati, un iscritto alla locale Università che evidentemente nulla aveva studiato, lo processò in giornata. La memoria dell’intervento esemplare si protrasse per diversi anni.

  • LucaOrso

    ok
    ieri sera ho provato a fare l’artista sul muro della chiesa del mio paese, con un pastrugno degno di Banski ( che personalmente mi fa cagare). Vi aggiorno delle reazioni del parroco e della gente del posto.

  • LucaOrso

    In Italia impazza il nuovo farmaco contro la disfunzione erettile: una pastiglia bianca, che si può tenere nel taschino senza creare imbarazzi.

  • francesco

    parlate perche avete la lingua in bocca

  • LucaOrso

    e in questo caso scriviamo perché (accento) abbiamo la penna nel culo?

  • cari giovani carichi di passioni e dalle penne tonanti su tre tag; uno spunto nuovo; posti nuovi, cose nuove; qua a sass muss, c’è un doppio luogo; gli edifici neoliberty, bianchi, vincolati; e poi i grandi cementi di un recente ampliamento produttivo; due clusters; due iceberg, uno gentilcremisi, uno hardconcrete, che si fronteggiano, in parte dialogano, in parte cozzano, quale più bello non lo so, secondo sgarbi uno bellissimo uno immondo, secondo me due bellissimi, bello il crash; venite a vedere, direte la vostra; ma lo spunto è questo: l’ampliamento cementizio è composto da una piastra modulare che contiene diversi corpi di fabbrica, aggregati; all’esterno, questo blocco articolato presenta circa due chilometri emmezzo di grigie lisce superfici, altezza dieci metri; quante tag, su questi muri? nemmeno una; chilometri di muti intonsi; ecco perchè dolomiti contemporanee è strano, e perchè sass muss sembra, è, una stazione aerospaziale; meglio, un’astronave posatasi qui, tra pietre e ruscelli, a pulsar suoni a luci; neanche mezza tag; come sulla luna; alquanto straniante; tra un paio di settimane un tal amico ericailcane slancerà le sue ceste grondanti per l’aere; benedetti figlioli;

  • hm

    una stazione aerospaziale non c’azzecca molto con i graffiti faunosi di erica la cagna .

  • lino

    no Luca, il punto è che ogni “bombolettaro” si sente grande artista solo perchè “impone” il suo intervento ma il 90% delle cose che si vedono , fanno veramente pietà! Poi, ci sono le RARE eccezioni ! Ti dirò di più , credo che l’arte contemporanea sia stata letteralmente uccisa dai troppi “graffitari” convertiti alla legalità da curatori con manie di grandezza a caccia di eventi facili che riempiano gli spazi . Trovo addirittura anacronistiche le teorie che questi curatori riescono a elaborare ad arte (perchè Loro si che sono artisti!) , valevano 40anni fa!

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