L’inizio della fine? L’Olanda taglia i fondi alla cultura, e il Wereldmuseum di Rotterdam mette in vendita parte delle proprie collezioni

La vendita dei tesori artistici rappresenta per un paese un chiaro indizio di crisi finanziaria, l’ultima spia rossa verso un baratro economico che chiamare preoccupante è poco. È quanto potrebbe verificarsi in Olanda dove, come riporta l’agenzia Reuters, il direttore del Wereldmuseum di Rotterdam starebbe pianificando una massiccia vendita delle collezioni di arte africana ed […]

Il Wereldmuseum di Rotterdam

La vendita dei tesori artistici rappresenta per un paese un chiaro indizio di crisi finanziaria, l’ultima spia rossa verso un baratro economico che chiamare preoccupante è poco. È quanto potrebbe verificarsi in Olanda dove, come riporta l’agenzia Reuters, il direttore del Wereldmuseum di Rotterdam starebbe pianificando una massiccia vendita delle collezioni di arte africana ed americana, con l’obbiettivo di saldare i debiti attuali e per rinforzare il capitale del museo in vista delle imminenti recessioni economiche.
Venderemo l’intera collezione di arte africana ed arte americana, e conserveremo solo i pezzi migliori delle altre sezioni, in modo da poterci concentrare sull’arte dell’Asia”, ha dichiarato Stanley Bremer, direttore del Wereldmuseum. Il governo olandese ha pianificato tagli alla cultura per circa 200 milioni di euro, manovra che sortirà i suoi effetti a partire dal 2013, e in futuro obbligherà i musei a recuperare il 17,5% delle proprie risorse da partners privati o da enti di finanziamento non governativi.
Resta da vedere se le opere del Wereldmuseum potranno rimanere in territorio nazionale, ed essere cioé acquistate da altri musei in modo da preservarle al patrimonio culturale olandese.

– Alessandro Marzocchi

Un interno del museo

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Alessandro Marzocchi
Alessandro Marzocchi (Milano, 1986) è studente presso l’Università degli Studi di Parma, curatore e speaker radiofonico. Specializzato in arte contemporanea, da anni ha un conto aperto con La Mariée mise à nu par ses célibataires, même. Ha realizzato una serie di saggi sulla figura di Marcel Duchamp, su Jean-Michel Basquiat e sull’architettura giapponese. Ha curato la mostra “Black in White” (Parma 2007), e diverse esposizioni presso la Galleria Il Sipario di Parma, tra cui: “Mario Sironi” (2007), “Mino Maccari – Il difetto dell’intelligenza” (2008), “Corsi a vedere il colore del vento” (2010), “Titina Maselli – Annullare la facilità” (2010), “Omar Galliani 1981-2006...attraverso” (2010) e “Ut Pictura – Mario Schifano e Piero Pizzi Cannella” (2010). Dal 2011 collabora con Artribune.
  • Per quanto riguarda il contemporaneo, la crisi può solo fare bene. Ultimamente vedo cose, progetti, residenze, che fanno tremare i polsi; tutte proposte che attraggono come api sul miele una “generazione nulla” ben delineata da Jerry Saltz sull’ultimo Flash Art. Stiamo preparando un generazione di quarantenni arrendevoli e precari, per i quali inizia a non bastare neanche più la più grande fondazione privata del mondo (Nonni Genitori Foundation). Per il contemporaneo i tagli sono aria fresca, l’unica modalità per far sì che artisti, curatori e compagnia bella, possano finalmente mettersi in discussione e leggere al meglio il presente.

    Quì le parole di Saltz: http://whitehouse.splinder.com/

  • Corollario di Giorgio II:

    http://www.youtube.com/watch?v=JRc0w-pafPM

    Giorgio II (Fondazione Civica, Trento 2009):

    http://whitehouse.splinder.com/post/21486286/fondazione-civica

  • ecc. ecc.

    Come già detto altrove, non può essere RICONOSCIUTO danaro pubblico a “qualcosa” che culturalmente non è RI-CONOSCIUTO, qualcosa che, cioè, non si può o non si vuole definire culturalmente; qualcosa di cui ognuno pretende di poter fornire la propria idiosincratica definizione. Atteggiamento, questo, che, come già detto, è legittimo; ma delle due l’una:
    o 1) si mettono in essere seri momenti di discussione in cui ogni operatore di settore è chiamato per costruire collettivamente – cioè culturalmente – una idea condivisa di arte, affinché si chiariscano, dunque, criteri di inclusione ed esclusione culturalmente condivisi e, pertanto, si possa dirimire tra chi pubblicamente finanziare e chi no; oppure 2) se si vuole mantenere questo stato di relativismo ontologico – che fa comodo a tutti quelli che, grazie a questa confusione, sulle casse dello Stato mangiano; e che, sia chiaro, non è affatto intrinseco all’idea di arte, dato che si è presentata solo in età contemporanea – allora, per il semplice fatto che ognuno è libero di proporre come “arte” ciò che vuole, e tutto può essere proposto come “arte” sulla base di criteri ontologici personali, nessuno può pretendere di venire finanziato da quei contribuenti quell’idea di arte non condividono.

    • A parte la tua reiterata proposta di “definizione collettiva ufficiale” di arte (che ti è giá stato detto in tutte le salse e in tutti i toni essere assurda, pericolosa, scientificamente impossibile e definitivamente inutile) a leggere i tuoi commenti parrebbe quasi che tutta l’arte contemporanea prodotta (almeno in Italia) sia finanziata generosamente da “fondi pubblici”… ma dove vivi? ;-)

      • ecc. ecc.

        Il fatto che mi sia stato detto non significa che sia vero.

        Assurda, perché?
        Pericolosa, perché?
        Scientificamente impossibile, addiritura :), perché? (tra l’altro la scienza non definisce, descrive…)
        Inutile, perché?

        Dire tutte queste cose ma non illustrare i motivi, questo sì è inutile :)

        Se non tutta l’arte è pubblicamente finanziata allora vorrei capire per quale ragione, se si parte dal presupposto che è del tutto legittimo – oltre che sensato, non pericoloso, scientifico e utile – che esistano tante concezioni di arte per quante teste pensanti vi sono, alcune concezioni possono essere finanziate e altre no. Sulla base di quali criterio, se non possiede e non dovrebbe possedere un’idea collettiva di “arte”, lo Stato dirime se, come dici, non finanzia tutti?

        Dopodiché vorrei capire come è possibile tutelare e normare a livello giuridico le opere d’arte se la giurisprudenza (che vive di definizioni) non può basarsi su una idea culturale di “arte”.
        Vorrei capire come insegnare nelle scuole e nelle università la storia dell’arte, ora come tra cento anni, se non c’è un’idea condivisa di “arte”. Senza una definizione di “arte” che fondi una storia dell’arte condivisa ci potranno legittimamente essere un’infinità di storie dell’arte diverse… quale dovrebbe essere insegnata?

        A me pare che la domanda “dove vivi”, e la questione su dove stia l’assurdità, dovresti porle a te stesso :)

        Ribadisco, se non si definisce collettivamente non si può nemmeno pensare di poter porre l’arte in alcuna dimensione collettiva: danaro pubblico, istruzione, giurisprudenza che siano…

        Bye

        • SAVINO MARSEGLIA (artista)

          MANCA L’ EDUCAZIONE E LA DIDATTICA !

          Non è solo un problema di contenuti, di fondi pubblici e privati!
          L’Italia è uno dei Paesi dove l’arte contemporanea è seguita da una ristrettissima cerchia di persone, spesso sono i soliti addetti ai lavori. Per fare esempi di popoli che seguono molto l’arte contemporanea, possiamo citare la Germania, l’Inghilterra, gli Stati Uniti d’America, la Francia, l’Olanda ecc.

          L’Italia è relegata in coda. E tutte le volte che si mettono le mani nelle statistiche e si deve stabilire una gerarchia per vedere chi ha più automobili, chi ha più telefonini, chi ha più elettrodomestici, ecc. ecc., L’Italia figura ai primi posti. Non voglio bene inteso, contraddire le statistiche. Si tratta di cifre e con le cifre non si discute, Ma in quanto all’educazione e diffusione dell’arte contemporanea e ai problemi di finanziamenti le statistiche vanno prese con le molle.

          Negli Stati Uniti d’America si segue molto di più l’arte contemporanea. La fruizione dell’arte per gli americani è cosa non certo riprovevole, anzi encomiabile, per certi aspetti vitale per l’immagine e l’economia di una Nazione. In Italia la battaglia va condotta contro coloro che gestiscono l’arte pubblica- che hanno fatto e fanno di tutto per allonanare il pubblico. Manca una partecipazione dal basso.

          Capire l’arte senza essere preparati, percepire senza disporre degli strumenti per comprendere, è come ascoltare della musica dodecafonica senza conoscerne il linguaggio, i valori gli intendimenti. Non basta dunque osservare un opera d’arte per capirne il valore. Una Nazione che non finazia l’arte e la cultura non è una Nazione. Questo è un principio da accogliere come verità.

          L’arte per me è un nutrimento dello spirito. Essa assieme al pane non deve mai mancare. Sia piccola o grande, in edizione economica o di pregio. L’arte deve essere sempre presente nella vita di ciascuno di noi. L’arte è la compagna delle vostre ore di riflessioni: di riposo, solitidine, di malinconia, di gaiezza, di ribellione. L’arte è la cultura fanno ricco un popolo.

  • il danaro comunque serve sempre , il governo Olandese taglia i fondi e le università d’arte in Italia licenziano il personnale , è chiaro vero? (la coincidenza è che i licenziati sono tutti non olandesi)