Il padiglione di Sgarbi è una “mise en espace lacero-confusa” piena di dilettanti e imbucati. Insomma, ma l’avete letto o non l’avete letto cosa ha scritto l’Osservatore Romano? Ecco, questo è niente

Profittiamo spudoratamente dello “sbobinamento” da parte di Dagospia per ripubblicare anche noi l’articolo con il quale uno dei maggiori quotidiani stranieri quanto a influenza sull’Italia (ovvio, l’Osservatore Romano) ha pubblicato riguardo al Padiglione Italia alla Biennale. Datevi una letta a questo articolo del solitamente compassato critico Sandro Barbagallo e diteci cosa ne pensate… “Io sono […]

L'arte non è cosa nostra - Padiglione Italia - Biennale di Venezia 2011 - photo Valentina Grandini
L'arte non è cosa nostra - Padiglione Italia - Biennale di Venezia 2011 - photo Valentina Grandini

Profittiamo spudoratamente dello “sbobinamento” da parte di Dagospia per ripubblicare anche noi l’articolo con il quale uno dei maggiori quotidiani stranieri quanto a influenza sull’Italia (ovvio, l’Osservatore Romano) ha pubblicato riguardo al Padiglione Italia alla Biennale. Datevi una letta a questo articolo del solitamente compassato critico Sandro Barbagallo e diteci cosa ne pensate…

Io sono un istrione a cui la scena dà la giusta dimensione. / Se mi date un teatro e una parte adatta a me il genio si vedrà. / Non è per vanità, quel che valgo lo so“. Mentre ci aggiravamo nel labirinto del Padiglione Italia alla cinquantaquattresima Biennale di Venezia, ci venivano in mente le strofe di questa canzone di Charles Aznavour. Dopo aver lasciato decantare un certo disagio provato durante quella visita all’Arsenale, ora non ci resta che di dover analizzare le ragioni del fallimento di un’idea progettuale che, sulla carta, sarebbe stata geniale. Il tema del Padiglione, “L’arte non è cosa nostra”, si presentava come una grande, generosa idea.
Idea che si proponeva di restituire dignità e identità ai tanti artisti italiani che, pur ricchi di talento, non riescono a districarsi tra i complicati meccanismi del sistema dell’arte. Per molti di essi la Biennale di Venezia resta una terra promessa, uno strategico punto di arrivo, dopo il quale le cose cambieranno. Ma come potranno mai cambiare se nell’esposizione più ambita del mondo non è possibile collegare l’autore alla propria opera?
Ci teniamo a solidarizzare con l’idea del curatore Vittorio Sgarbi, di cui stimiamo cultura e preparazione, ma stentiamo a credere che lui per primo possa approvare l’impatto percettivo creato da quei tubi innocenti che duellano con opere di tutte le dimensioni. Era davvero questo il suo progetto iniziale? “Questa è la mia Biennale e non permetto a nessuno di dirmi come dovrebbe essere fatta“, aveva dichiarato il professor Sgarbi alla conferenza stampa del 5 maggio scorso al Complesso di San Michele a Roma.
Su questo potremmo anche essere d’accordo, ma anche le migliori intenzioni, le stesse con cui è lastricata la strada per l’inferno, possono malamente scivolare in una mise en espace lacero-confusa. Forse per un eccesso di imbucati, di ripescati dell’ultima ora, forse per una totale mancanza di chiarezza sui generi. Forse, ancora, per l’assenza di un progetto critico che permetta almeno di distinguere l’artista dal suo segnalatore.
Tra le novità introdotte dal curatore, infatti, c’è stata quella di chiedere a un certo numero di intellettuali italiani di invitare il loro artista preferito. E a tal proposito ci siamo chiesti quando certi personaggi, noti al grande pubblico televisivo come opinionisti-tuttologi, siano stati promossi esperti d’arte, al punto da poter segnalare un artista per la Biennale.
Sarebbe stato interessante che si potessero evitare le ubbie dei soliti critici d’arte, rivolgendosi agli intellettuali italiani, ma alla fine anche questo si è rivelato un flop.
È vero che ne viene fuori un censimento, non solo degli artisti, ma anche dei cosiddetti intellettuali. Peccato che molti non abbiano niente a che fare, salvo qualche eccezione, con le nostalgie di Sgarbi per l’epoca in cui incontrava i fratelli Moravia o i Maselli, Goffredo Parise o Cesare Vivaldi, Sandro Penna o Emilio Villa, Murilo Mendes o Angelo Maria Ripellino. Questi sì autentici rappresentanti della cultura italiana e intenditori d’arte. Questa sorta di inchiesta si è rivelata comunque utile per capire quali sono le coordinate culturali a cui l’Italia di oggi fa riferimento.
Bisogna dire che gli “intellettuali” più onesti, quelli che non frequentano le mostre e hanno la casa piena di acqueforti di Pinelli, hanno rifiutato l’invito. I presenzialisti, invece, hanno invitato l’amico artista – loro personale chiave di accesso all’arte contemporanea – a volte poco più di un dilettante.
Tra i più seri c’è stato Marc Fumaroli, che ha dichiarato: “Sono sicuro che ci sono artisti italiani contemporanei di grandissimo rilievo, ma non li ho incontrati, sono nascosti, forse clandestini, perché le potentissime luci della pubblicità si concentrano su cosiddetti contemporanei, italiani tra altri, che certo hanno da fare con lo show business e la borsa e non con le belle arti”.
Tale pensiero era condiviso anche da Sgarbi che, a nostro parere, non è riuscito a tenere in pugno la situazione. Soprattutto a non mischiare vecchi maestri con velleitari di provincia, entrambi malamente accostati dall’allestimento dell’architetto Benedetta Tagliabue.
In effetti in conferenza stampa Tagliabue aveva dichiarato con evidente entusiasmo di essere stata invitata a un “banchetto intellettuale” e che l’Arsenale l’aveva molto colpita per le sue “geometrie impressionanti” in cui prevedeva che avrebbe collocato “un affastellamento di opere”, poiché l’eccesso di presenze avrebbe richiesto quadri su più file, se non sospesi nell’aria, quando le pareti si fossero rivelate insufficienti. Già da queste premesse si poteva immaginare a cosa il visitatore sarebbe andato incontro, ma ciò che abbiamo visto ha superato ogni immaginazione, perché nemmeno la più scadente fiera di via Margutta ha mai osato tanto.
Nelle intenzioni di Sgarbi il visitatore avrebbe dovuto scoprire l’arte che si è prodotta in Italia dopo l’anno 2000 e magari ricordare qualche maestro dimenticato. Ma come notare questi artisti se di loro non si leggono nemmeno i nomi? Infatti ai piedi di ogni colonna di opere, montate una sull’altra fino a otto metri d’altezza, si inciampa in cassette da imballo su cui sono impressi i nomi abbinati dell’artista e del suo segnalatore. Il risultato è che l’architetto Tagliabue non ha dimostrato né il rispetto che doveva ad artisti storici, né la giusta attenzione che avrebbe permesso ai giovani emergenti di farsi notare.
L’allestimento ha fatto un cattivo servizio ad artisti storici come Achille Perilli, Carla Accardi, Luigi Boille e Giosetta Fioroni, che sono diventati irriconoscibili per l’eccesso di contaminazione con opere scadenti di autori mediocri. Persino l’illustre e centenaria Carol Rama si vede abbandonata su una superficie orizzontale, quasi fosse pronta per la “differenziata”. Qualcuno si salva dall’assemblaggio perché è riuscito a conquistarsi uno spazio privilegiato.
È questo il caso dei libri di marmo di Marco Nereo Rotelli. Pur avendo uno spazio centrale, invece, Giuseppe Ducrot e Luigi Ontani risultano banalizzati dall’inquinamento visivo derivato da altre opere accostate forzosamente alle loro. La grande ceramica smaltata in argento e oro di Ducrot, liberamente ispirata al monumento a un Cavaliere del Santo Sepolcro, è disturbata dal pessimo gusto di un’installazione che ricostruisce una cappella dedicata a un’Italia sanguinante messa in croce.
Del resto sembra essere ormai una moda abusare dell’iconografia sacra. Forse per farsi notare in mezzo a questo bailamme, abbondano opere brutte, stupide e volgari. Non è perché rappresentano Cristo in biancheria intima griffata, o perché propongono orrende allusioni alla crocifissione o addirittura un Papa Wojtyla che bacia Bin Laden che certi autori diventano più interessanti o innovativi. La malafede non ha mai pagato, e nemmeno l’ignoranza. Ma chi lo dirà a questi pseudo-artisti?
Cos’è che resta nella memoria come qualcosa da salvare in questo padiglione? Sicuramente il Museo della Mafia realizzato dall’artista palermitano Cesare Inzerillo che, trasferito da Salemi a Venezia, riesce a mantenere intatta la propria forza di denuncia e indignazione. Certamente lo spazio dedicato alle “Cene di san Giuseppe” di Salemi, in cui le doti italiane di inventiva, poesia, autenticità, sono rappresentate nella loro originaria purezza.

  • giovanni felle

    Sono d’accordo. In verità il Padiglione Italia, con i propri limiti pone l’accento sulla crisi d’identità che attraversa l’arte contemporanea in Italia; rispecchia specularmente quello che è il sistema politico italiano. Caste, privilegi e tanta mediocrità. L’idea di creare un bazar delle idee (pseudo idee), mette in evidenza la voglia di protagonismo del curatore, infatti non si è parlato degli “artisti” ma del curatore di cui non faccio menzione nominativa.

  • ROSSELLA

    SON D’ACCORDO SU TUTTI I FRONTI,,,è VEBUTO ANCHE A BARI A PESCARE NEL MUCCHIO

  • La cosa più azzeccata è il titolo della mostra “l’arte non è cosa nostra” che io ho letto così: “l’arte è un’altra cosa!” perchè qui c’è solo mercato. Ma nonostante tutto ai 2000 e passa “sedicenti artisti” che stanno affollando i padiglioni regionali, alla fine che gliene frega delle polemiche se potranno mettere in curriculum la partecipazione ad una biennale veneziana? secondo me niente, anzi: c’è gente che ha sbracciato, leccato e pagato quanto mai prima solo per poter “ESSERCI” . ci sono figli di papà, puttane e figli di… a questa biennale. Contenti loro!!!

  • effe ci

    a proposito dell’articolo: “datevi una letta”?

  • Giuseppe

    Cosa dire del fatto che su internet si stenta a trovare traccia della partecipazione degli artisti a questa Biennale. Evidentemente nessun comunicato stampa con l’elenco completo delle partecipazioni è stato inviato dall’organizzazione.
    Così i 2000 aspiranti alla notorietà hanno visto negata anche quel minimo di visibilità che oggi non si nega a nessuno. Tutti riporteranno nel proprio curriculum una partecipazione di cui sulla rete non vi sarà testimonianza.

  • Francesco Miozzi

    Non c’è che dire: “Artribune” è un vero strumento di informazione, per riportare un articolo di un giornale che esce ogni pomeriggio anche online ha bisogno di ricorrere, giorni e giorni dopo la pubblicazione all’ausilio di un sito spione! (E questo per un quotidiano che si stampa a Roma, nella valle del Vaticano, figuriamoci con quelli d’oltre frontiera e pure in una lingua straniera, chissà che ci raccontano quotidianamente).

  • Carmine

    “L’arte non è cosa nostra.” Esatto! Parole sante! L’arte non è proprio “cosa vostra”…

    Sgarbi & C., fate un favore all’arte: levatevi di mezzo. Ne ho visto molta di più in Cina, dove alcuni contadini zappavano la terra con le mani. Perché non ci provate anche voi?

  • hm

    – ci sono figli di papà, puttane e figli di… a questa biennale. –

    beh? come sempre direi . perchè nelle altre biennali che gente c’era invece?

  • hm

    – Non è perché rappresentano Cristo in biancheria intima griffata, o perché propongono orrende allusioni alla crocifissione o addirittura un Papa Wojtyla che bacia Bin Laden che certi autori diventano più interessanti o innovativi. –

    no infatti . così come non diventano degni di disprezzo per lo stesso motivo . dolce&frocio per giunta va a messa tutte le settimane in s.babila .

    • infatti: non vi siete o non ci siamo ancora stufati di queste “provocazioni” vuote come i crani dei loro ideatori? avete notato un’altra cosa? a distanza di 150 anni, non dall’unità d’italia, ma dal “Salon del Refusée” siamo ancora alla diatriba tra “accademici” e non: quanti non accademici sono presenti quest’anno in tutta Italia? e poi Sgorbio/Sgarbi parla di mafia? se togliessimo tutti gli insegnanti delle varie accademie e qualche loro prediletto/a, cosa e chi resterebbe dentro? a voi l’ardua risposta.Non dimentichiamoci che l’idea era nata per promuovere l’arte giovane e sconosciuta mentre alla fine i “professori” (cosa ben diversa dai Maestri) d’arte hanno proposto in primis i propri nomi e poi di sfuggita quelli di qualche ragazzo/a amico/a.

      • hm

        non è una provocazione è la realtà . se l’arte viene finanziata dalla moda cristo potrebbe tranquillamente andare in giro con le mutande d&g . se non sbaglio poi faceva anche il designer di mobili .

  • al limite

    …ma l’avete letto o non l’avete letto cosa ha scritto l’Osservatore Romano? Si lo abbiamo letto:
    – un’idea progettuale che, sulla carta, sarebbe stata geniale. Il tema del Padiglione, “L’arte non è cosa nostra”, si presentava come una grande, generosa idea.
    – Ci teniamo a solidarizzare con l’idea del curatore Vittorio Sgarbi, di cui stimiamo cultura e preparazione
    – Sarebbe stato interessante che si potessero evitare le ubbie dei soliti critici d’arte, rivolgendosi agli intellettuali italiani,
    – È vero che ne viene fuori un censimento, non solo degli artisti, ma anche dei cosiddetti intellettuali.
    – “Sono sicuro che ci sono artisti italiani contemporanei di grandissimo rilievo, ma non li ho incontrati, sono nascosti, forse clandestini, perché le potentissime luci della pubblicità si concentrano su cosiddetti contemporanei, italiani tra altri, che certo hanno da fare con lo show business e la borsa e non con le belle arti”.
    …quando si legge ė bene leggere attentamente e magari riflettere un po’ prima di gettare il bimbo con l’acqua sporca!

  • gim

    Concordo su tutto. Ma anche il resto dei padiglioni direi che non brillava affatto, anche se per altri motivi.

  • Quando fu inventata la Biennale erono gli artisti stessi a scegliere chi presentare …. poi la scelta è stata demantata all’autorità di esperti curatori…
    Non si può dire che le polemiche non siano mancate sin dall’inizio..
    Vi segnalo un modo divertente ed un pò provocatorio di esser presente alla Biennale in quanto manifestazione d’arte non autoritaria all’epoca di internet.
    Fabrizio Ruggiero ha raccolto l’invito della curatrice Bice Curiger della Biennale di Venezia come luogo del mondo dove occorre negoziare che cosa dovranno essere in futuro la cultura e l’arte in un mondo globalizzato, quali valori meriteranno di essere difesi e da quali bisognerà prendere le distanze, proponendo l’installazione virtuale l’Essere Umano Liberato- ILLUMInato-.
    Bhanganaya significa, in sanscrito –ciò che rimuove gli ostacoli-.
    L’installazione «l’Essere Umano Liberato- Illuminato-» auspica il dissolvimento della struttura dei condizionamenti che assediano l’Essere Umano attraverso l’immagine simbolica in essa racchiusa e rappresentata dalla sagoma vuota e in negativo di un essere umano.
    Essere Umano inteso nella sua totalità e liberato dai condizionamenti delle differenze di sesso e razza, dai vincoli generati dalle esigenze sociali, politiche, religiose ed economiche.
    VUOTO = ILLUMInato.
    F.R. sonda la relazione fra linguaggio ed arte digitale e le potenzialità del modello relazionale di rete per sviluppare un ambiente più fluido per la comunicazione dei contenuti artistici. Le opere virtuali/digitali non solo permettono la smaterializzazione dell’opera d’arte ma forniscono anche un utile strumento per la comprensione e la ridefinizione del “reale”.
    Lucrezia Draghi
    Links:
    http://www.preciousss.it/fabrizio_ruggiero_54_biennale_venezia.html
    http://www.fabrizioruggiero.it/54_Venice_Biennale_Bangaya.htm

    • ecc. ecc.

      “auspica il dissolvimento della struttura dei condizionamenti che assediano l’Essere Umano attraverso l’immagine simbolica in essa racchiusa e rappresentata dalla sagoma vuota e in negativo di un essere umano”.

      L’aspetto curioso è che al fine ciò che si dissolve è l’Uomo e ciò che resta è proprio la struttura che assedia, circondando.
      D’altro canto l’Illuminato sapeva che l’Io non esiste, pertanto…

      Ooommmmm a tutti

      • ecc. ecc.

        “[…] L’Io del solipsismo si contrae in un punto inesteso e resta la realtà ad esso coordinata” (L. Wittgenstein)

        Titolo alternativo per l’opera: “proposizione 5.64”

        Istruzioni per l’uso (dell’opera): sedersi alla sua ombra e leggere “Buchi e altre superficialità” di Casati e Varzi

        • ’aspetto curioso è che al fine ciò che si dissolve è l’Uomo e ciò che resta è proprio la struttura che assedia, circondando.

          del resto
          5.632 Il soggetto non appartiene al mondo, ma è un limite del mondo

          • ecc. ecc.

            Ottimo Lucre.
            Ti attendo in lettura all’ombra dell’opera, porterai il Tractatus tu? :)

            PS: ho anche ripensato a “il comportamento” di Gaber; la si potrebbe diffondere nell’aere, tutt’intorno…

  • Ob

    Ma xchè non avete pubblicato la ridicola replica di Sgarbi all’Osservatore? Il vecchio Sgarbone, trovandosi attaccato dal Vaticano, ha pensato bene di mandare una lettera di protesta, sostenendo x l’ennesima volta le sue ragioni e stilando il solito elenco dei suoi amici pseudo intellettuali-selezionatori di artisti (tipo Barbara Alberti che ha scelto Filippo Martinez, già noto x essere stato il regista di Sgarbi quotidiani!)
    Leggete qui la lettera, alla fine riesce pure a storpiare uno dei suoi sodali chiamandolo Gioriello (che in realtà è Giulio Giorello):

    http://sandrobarbagallo.blogspot.com/2011/08/vittorio-sgarbi-risponde-alle-critiche.html

  • Suggerisco a tutti gli artisti autori di opere esposte nei PADIGLIONI ITALIA insediati in patria e all’estero, di curricularsi scrivendo nella propria scheda biografica: Bien-ba-nalizzati da Vittorio Sgarbi nel 2011.

  • SIA CONDIVISO E DIVULGATO QUESTO MIO SUGGERIMENTO
    Suggerisco a tutti gli artisti autori di opere esposte nei PADIGLIONI ITALIA insediati in patria e all’estero, di curricularsi scrivendo nella propria scheda biografica: Bien-ba-nalizzati da Vittorio Sgarbi nel 2011.

  • mario raviele

    SGARBI LO APPREZZO SOLO QUANDO PARLA DI ARTE….MA NON C’E’ SOLO LUI…. lo leggo solo dopo aver letto B.OLIVA G.CELANT, F.CAROLI. BARILLI, STRINATI, CALVESI…SENZA CITARE I MOSTRI SACRI DA LONGHI A BERENSON A ZERI……NON MI PIACE LA SUA ARROGANZA, L’AGGRESSIVITA’ ………..L’OPPORTTUNISMO POLITICO…….NEL CASO DEL PADIGLIONE ITALIA HA FATTO L’ENNESIMA AMMUCCHIATA DI ARTISTI SEGNALATI DAI SEGNALATI, RECUPERATI, RACCOMANDATI QUELLI CHE TI RICORDI MIA HAI FATTO LA CRITICA , …. IN PUGLIA NORD NEL PRIMO ELENCO C’ERANO 5 0 6 NOMI E NELL’ATTUALE MOSTRA A BARI SE NE SONO AGGIUNTI ALTRI DUE…..PRESSIONI ..LEGAMI…CLIENTELE…’ESIBIZIONISMO. SU SESANTA MILIONI DI ABITANTI IN ITALIA CINQUANTANOVEMILIONO SI DICONO ARTISTI,,,NE’ LA PARTECIPAZIONE ALLA BIENNALE DA LA PATENTE DI ARTISTA,…..PER ME SOLO IL TEMPO E LA STORIA DIRA’ CHI HA COMUNICATO OPERE DEGNE DI ESSERE STORICIZZATE…IL RESTO SERVE AD ARRICCHIRE CATALOGHI E CURRICULUM PERSONALI…OPPURE INVESTIRE IN PUBBLICITA’, GALLERIE, CRITICI E FARSI PORTARE SU……LA VERITA’ CE LA DIRA’ SOLO IL TEMPO CHE PASSA CHE FARA’ GIUSTIZIA DI TANTE MEZZE CALZETTE CHE STRISCIANO E LECCANO PUR DI APPARIRE NELLA BIENNALE “SGARBATA”

  • stefano

    Credo che sia lo specchio dell’arte contemoranea oggi, un guazzabuglio più o meno legittimato dalla critica e non solo e con scarsi valori di poetica.
    E’ un a fotografia nella quale bisogna cercare e forse qualcosa si trova….
    Una mensione va fatta per il padiglioe MAFIA che è stato poco ha citato invece lo trovo un allestimento efficace e degno di nota

    • un giretto a Berlino? se non riesce lì ad artissima? Guazzabuglio più o meno legittimato? oh santi numi! e tutti questi artisti giovani? magari come lei? una manica di emeriti pirloni? Urca!

  • ROSSELLA

    l’arte è inutile perchè non è serva

    • al limite

      ???? :-0 ????

    • oggi non gira? :-0

      • al limite

        Non so bene se non gira ma quel commento non l’ho proprio capito