Un Anno Antiaccademico ad Alta Tensione alla Gamec di Bergamo. Da dedicare alla conoscenza dell’arte

Una libera e gratuita università dell’arte, con tanto di “libretto antiaccademico”, borse di studio simboliche e obbligo di frequenza del 75% degli incontri. Che aspetta solo che si iscrivano i 120 corsisti previsti. Dove? Alla Gamec di Bergamo, che provvederà direttamente alla selezione fra tre diverse generazioni di studenti. Non ci sarà, infatti, limite di […]

Vincente Todolì, uno dei docenti

Una libera e gratuita università dell’arte, con tanto di “libretto antiaccademico”, borse di studio simboliche e obbligo di frequenza del 75% degli incontri. Che aspetta solo che si iscrivano i 120 corsisti previsti. Dove? Alla Gamec di Bergamo, che provvederà direttamente alla selezione fra tre diverse generazioni di studenti. Non ci sarà, infatti, limite di età per i partecipanti a questo progetto, che nasce con l’obiettivo di favorire lo scambio e il dialogo costruttivo tra relatori, artisti, esperti, giovani e adulti.
Tutto nasce dal concorso Più energia al Museo, promosso da Premio Terna e AMACI – Associazione Musei d’Arte Contemporanea Italiani. Il bando invitava tutti i direttori dei musei AMACI a presentare un piano di valorizzazione museale legato al proprio territorio. La Gamec lo ha vinto con il progetto Alta tensione – Anno Antiaccademico nell’Arte, ispirato al concetto di educazione al patrimonio culturale contemporaneo.
Ecco dunque l’idea di una vera e propria università, dove poter frequentare, da settembre 2011 a marzo 2012, corsi propedeutici sull’arte contemporanea, lectio magistralis, workshop con artisti e case history con esponenti del mondo dell’arte. Gli incontri saranno tenuti da 14 relatori di fama internazionale (tra cui Alessandro Mendini, Massimo Minini, Salvatore Settis, Vincente Todolì) e 4 grandi artisti (Stefano Arienti, Adrian Paci, Gianni Pettena e Matteo Rubbi). Le domande di iscrizione devono essere inviate a [email protected] entro il 31 luglio 2011. Per maggiori informazioni: www.gamec.it.

Claudia Giraud

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Claudia Giraud
Nata a Torino, è laureata in storia dell’arte contemporanea presso il Dams di Torino, con una tesi sulla contaminazione culturale nella produzione pittorica degli anni '50 di Piero Ruggeri. Giornalista pubblicista, iscritta all’Albo dal 2006, svolge attività giornalistica per testate multimediali e cartacee di settore. Dal 2011 fa parte dello Staff di Direzione di Artribune (www.artribune.com ), è responsabile dell'area Musica e cura, per il magazine cartaceo, la rubrica musicale "Art Music". E’ stata Caporedattore Eventi presso Exibart (www.exibart.com). Ha maturato esperienze professionali nell'ambito della comunicazione (Ufficio stampa "Castello di Rivoli", "Palazzo Bricherasio", "Emanuela Bernascone") ed in particolare ha lavorato come addetto stampa presso la società di consulenza per l'arte contemporanea "Cantiere48" di Torino. Ha svolto attività di redazione quali coordinamento editoriale, realizzazione e relativa impaginazione degli articoli per l’agenzia di stampa specializzata in italiani all’estero “News Italia Press” di Torino. Ha scritto articoli e approfondimenti per diverse testate specializzate e non (SkyArte, Gambero Rosso, Art Weekly Report e Art Report di Monte dei Paschi di Siena, Exibart, Teknemedia, Graphicus, Espoarte, Corriere dell’Arte, La Piazza, Pagina).
  • Ottime queste cose, ma avvengono sempre sopra torri d’avorio…e avviene tutto tra addetti ai lavori e futuri addetti ai lavori (studenti…forse qualche pensionato curioso). Peccato perchè Giacinto Di Pietrantonio avrebbe la possibilità di guardare oltre il proprio naso, e invece lui ed Alessandro Rabottini dimostrano una miopia che è fatale per l’arte italiana e che, negli anni passati, c’ha portato Vittorio Sgarbi e compagnia bella…

    Non c’è nulla da fare non si vuole uscire dal circolino autoreferenziale dei soliti noti, coloro che hanno determinato un vuoto ed uno scollamento con il pubblico e con il sistema politico, coloro che non sono riusciti a valorizzare e approfondire adeguatamente….

    peccato

    • LorenzoMarras

      ma peccato di cosa ? luca svegliati, guarda che non stiamo assistendo ad un terremoto od all’ incendio di una citta’ , eh?!

      tra una settimana , forse gli USA precipitano nel Default e tu stai a fare l’apocalittico intorno a quattro perdigiorno.
      Non pensi che queste cose meriterebbero di essere seppelite sotto una discarica di risate ?

      • Hai ragione Lorenzo, mai io credo che l’atteggiamento che ha portato al debito USA sia il medesimo (in piccolo) che si aggira in molti settori italiani e nell’arte. E l’arte può diventare prototipo e innesco di cambiamento….da qualche parte bisogna iniziare…

        E stimolare una coscienza e una sensibilità del pubblico è il primo passo….io sto lavorando concretamente su questo…Giacinto lo sa, e fa finta di niente….l’arte ha bisogno di essere messa radicalmente in discussione….come si può invitare addetti ia lavori, che mangiano su questo, per mettere tutto in discussione????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????

        • Eccerto che Giacinto deve fare finta di nipente. Lo sa bene che i valori che corrono sono gonfiati ma fino a quando si porta a casa il pane, non
          si appicca il fuoco alla “fabbricchetta”.
          È un atteggiamento profondamente umano, comprensibile intendo.
          Vedrai quando si inizierà a vendere nel mondo tutta quella robetta perché le banche chiedono di rientrare. Hirst cattelan koons pipilotti rist a pp
          prezzo di saldo. Nasceranno le gallerie houtle

          t oppure alla cassa della conad verranno proposti i punti per partecipare alla estrazione dove si mette in palio in cd di vascellari.

          • hm

            nono scherzi alla conad è già troppo . alla coop e agli autogrill vendono i dischi di baglioni e cocciante, i dischi di vascellari invece li useranno per fare delle panche di vinili, come già succede al disco d’oro di bologna dove ci sono 3 sgabelli composti di vinili dimenticati impilati uno sull’altro .

        • Scusa Luca, e chi lo dice che abbiano mai avuta la minima intenzione di “mettere in discussione”? Solo perché lo chiamano “antiaccademico”?
          Iniziativa lodevole, perché di “cultura artistica [email protected] ce ne è tanto bisogno ma è nel filone dell’accademia, eccome se lo è. Non saranno certo i 120 corsisti di Bergamo a diffondere il “verbo”. Potrei già scommettere che il 90% di loro saranno “giovani/men giovani/artisti” in cerca di un piú stretto contatto con ed una qualche “visibilitá” presso i “relatori di fama imternazionale” e i “grandi artisti” invitati e che alla fine tutto somiglierà molto and un “premio terna” o megli “premio combat” con corso propedeutico.

          • Di Pietrantonio subito intervistato via mail da me sostiene che saranno quasi il doppio
            e persone mai state alla gamec….io ci spero tanto; ma temo che saranno solo addetti ai lavori e aspiranti addetti ai lavori….Comunque iniziativa lodevole;

            Poi i relatori sono fondamentali, e quelli chiamati rischiano di fare sempre riferimento
            alle stesse cose. In italia c’è una situazione a mio parere interessante che sto monitorando, ma anche quella è appena nata e ancora marginale.

          • Paola V.

            All’Università di Bologna ci sono docenti e studenti che si occupano di teorie dell’arte tutti i giorni. Immagino che sia così non solo a Bologna ma ovunque, in Italia e all’estero, nelle Università.
            Basterebbe andare – nessuno vieta di entrare anche se non si è iscritti – e seguire qualche corso interessante. Il punto è che il 99% delle persone, anche coloro che amano l’arte, è convinta che la consapevolezza intorno a certe tematiche piova dal cielo; non sa assolutamente che certe cose si studiano e, in genere, chi le studia non sono gli artisti o i critici o i galleristi…
            Sarebbe interessante svolgere un’indagine tra i suddetti addetti ai lavori per verificare quanti di loro hanno letto – con attenzione – autori come Danto, Bourriaud, Deleuze, Heidegger, Gadamer… per citare solo alcuni importanti pensatori che hanno riflettuto sull’oggetto “arte”.

          • Appunto dicevo! Iniziativa assolutamente lodevole ma sempre profondamente inserita nel “canale” accademico. Dici bene Paola quando affermi che quark corsi sino raramente frequentati da artisti (forse piú da futuri critici e curatori). Se gli artisti “storicizzati” (quelli di cui maggiormente si apprezza l’opera) raramente provenivano dall’Accademia, la cosa dovrebbe pur farci riflettere no?
            Ma Luca parla di pubblico ed il discorso è diverso, io credo che al pubblico bisognerebbe far capire che, almeno nel primo approccio all’arte contemporanea, no dovrebbe farsi guidare se non dalla sua sensibilità e che non è necessario un corso o una laurea per poterla apprezzare. Certo se si lascerá coinvolgere, dopo, l’approfondimento teorico potrá essere opportuno ed utile ma, probabilmente, ci penserá da solo, vedi Lorenzo Marras

          • scusa, …quando affermi che questi corsi…

          • Lasciamo stare le Università. Smettiamola, ci vuole un confronto aperto con il pubblico in cui tutto possa essere messo in discussione e rivitalizzato. Insieme ad altri operatori sto lavorando ad un progetto concreto in questo senso;

            diversamente da così continuerà a NON esistere un pubblico per la migliore arte contemporanea, continuerà ad esserci uno scollamento ed un vuoto tra pubblico/sistema politico e qualità; e in questo vuoto avremo altri Sgarbi.

  • hm

    lol matteo ruby grande artista

  • Paola V.

    Queste iniziative nelle premesse sono spesso interessanti, nei fatti risultano quasi sempre ridicole. Esistono docenti universitari – di dipartimenti di filosofia (estetica), DAMS, accademie ecc. – che si occupano di queste questioni da anni, e lo fanno STUDIANDO; perché per parlare di certe cose con cognizione di causa, sembra incredibile ma bisogna studiare. E questi chiamano un gallerista, un architetto, un artista… un bravo studente di estetica è mediamente in grado di esprimere riflessioni più interessanti e informate di quasi tutto il jet set dell’arte.
    E’ tutto molto triste.

  • Cara Paola, ma quì si tratta di interessare ed appassionare il pubblico; FORMARE il pubblico. Bisogna studiare certo ma anche studiare tecniche non convenzionali.

  • ada e le sue sorelle

    “formare il pubblico” è espressione troppo simile a “plasmare le menti” per non suonare sottilmente oscena
    non si può sentire dai!
    ci hai fatto venire in mente la copertina di The Wall dei Pink Floyd, per non dire di peggio!!

    Lucarò inventati di meglio pliiiiiiiiiiiiiiiiiiiiis

    • Sciocchezza colossale: i tuoi genitori, prima, il tuo “ambiente” e, la scuola, poi, ti hanno “formato” per darti gli strumenti per pensare e giudicare per conto tuo. Visto il commento c’è da rimpiangere che non abbiano davvero “plasmatai” la tua mente!

      • ada e le sue sorelle

        ma non in quanto “pubblico”!

        “formare” la persona è una cosa meravigliosa, fondamentale, basilare
        “formare il pubblico” una cosa un po’ diversa

        pensaci, con calma

        poi dirai con noi… brrrrrrrrrrrrrrrrrr

        • Il verbo formare condivide con il verbo plasmare una certa qual connotazione di “creare usando una materia grezza” ma nell’uso generale ha assunto il significato preciso di “dare un’istruzione specifica di base” (da qui tutti i “corsi di formazione”) mentre plasmare ha mantenuto e rafforzato il senso di dare una forma voluta ad una materia imforme. Non ci sono dubbi sul senso dato da Luca a tale verbo e mi pare non ci sia davvero necessitá di crearsene.

          • ralph

            se si vuole creare qualcosa si metta su un movimento artistico, oppure si teorizzi un discorso critico
            altrimenti se si vuole fare didattica, si facciano corsi di storia dell’arte contemporemporanea

            vie di mezzo per favore no, servono solo a chi se le inventa

          • Paola V.

            Vedi che intendo dire, Sereno? Per molti – come per ralph poco sopra – il discorso teorico equivale alla storia dell’arte. Si pensa che parlare di arte equivalga necessariamente a farlo in modo storiografico. Se usi la parola “estetica”, per es., anche tra coloro che amano l’arte ti sentirai rispondere “manicure, pedicure?”

            ada e le sue sorelle, ho capito ciò che intendi (intendete) dire, il punto è che la cultura non forma il singolo indivuo in quanto tale, lo forma in quanto collettività; per cui è ovvio che si debba parlare di pubblico.

  • babajaga

    Luca hai ragione su molti punti, ma attento all’italiano: la lingua, la forma sono importanti quanto il contenuto che veicolano. Qui va senza accento!

  • Smettiamola. Ho spiegato mille volte che non si tratta di educare e formare giovani balilla, quanto di fornire le opportunità e gli strumenti per un dialogo che possa approfondire le ragioni profonde del contemporaneo. E il principio cardine è la messa in discussione del contemporaneo, che non può avvenire certo dai soliti noti totalmente assorbiti e dipendenti da un sistema autoreferenziale e chiuso.

    Arienti, Rubbi, Paci…e poi l’amico straniero Todolì…sempre buono per dare sensazione “internazionale”. A mio parere rimarrà un discorso per addetti ai lavori; e quindi il migliore sistema italiano permarrà come oligarchia priva di pubblico, priva di opinione pubblica che possa controllare e stimolare la qualità.

  • LorenzoMarras

    Luca , una oligarchia senza pubblico ( o popolo) non esiste , è un non senso.
    L’oligarchia , quando è tale anche concettualmente implica la presenza di un soggetto verso cui la medesima possa estrinsecare la sua sovranita’.

    Luca, non è lana caprina, bisogna vigilare sempre sul discorso, perche’ anche da questo si puo’ intuire che il bersaglio del tua eversione teorica è fuori portata.

  • Paola V.

    La questione dell’Università intendeva mostrare il fatto che qualora si intendesse riavviare quel discorso teorico intorno all’arte che, almeno in Italia, manca da tempo (esistono solo storici dell’arte) sarebbe possibile rivolgersi a un referente piuttosto vasto – consapevole e informato, composto da studiosi (perché, appunto, alla consapevolezza non si perviene in modo epifanico, ma studiando) – che si trova poco o nulla (qualcuno si offenderà, ma è così) nella sfera degli artisti, dei critici, dei curatori, dei galleristi ecc.
    Quello che voglio dire è che sarebbe più opportuno e serio – se si vuole seriamente riflettere e non soltanto fare audience – , in casi come quello che l’articolo riporta, invitare coloro che realmente si occupano e si sono occupati (studiandole) di certe questioni; che poi, il dialogo si svolta all’interno di una facoltà o altrove poco importa.
    La verità è che quella che viene chiamata oligarchia è un regime che fa senza sapere ciò che fa, che si occupa di qualcosa senza avvertire minimamente l’esigenza di sapere che cosa è; ricordo che anche il regime fascista riusciva a fare tranquillamente a meno di una base teorica.

    • …che poi il dialogo di svolga all’interno di una faoltá o altrove poco importa…
      Invece, cara Paola a Luca è proprio questo quel che importa. Lui sogna occasioni di dialogo che coinvolgano non “gli addetti ai [email protected] non chi “ha studiati” ma il vasto pubblico. È per questo che ritengo che il suo sia solo un sogno senza reali possibilitá di diventare realtá. Io credo che il pubblico abbia sopratutto bisogno di non essere “spaventato” intimorito (appunto dagli addetti ai lavori) di fronte all’arte contemporanea, credo che occorrerebbe dirgli (con mezzi atti a raggiungerlo e quindi con i mass media piú comuni e diffusi) che l’arte contemporanea non è affatto un “gioco intellettuale sofisticati” per pochi eletti ma al contrario qualche cosa che chiunque puó affrontare e godere, che basta solo un po’ di apertura ed uno spirito disposto a guardare ció che è nuovo ed inconsueto, appena un po’ di buona volontà … poi si potrá (se uno borrá) pensare all’approfondimento ed alla teoria.

      • LorenzoMarras

        Si Sereno, il vero ed autentico destinatario è il SINGOLO non il pubblico calcolato all’ingrosso da Luca.
        E’ solo dal singolo , attraverso altri singoli è poi possibile quel processo non differente da un normale contagio che porta poi a quei risultati che sono le comunita’ o costellazioni di comunita’.
        Io penso che comunque la si veda, l’arte, in questo gioco non sia il destino o la finalita’ verso cui andare ma, piuttosto il mezzo perche’ se per un attimo riusciamo a liberarci dal suo aspetto per cosi’ dire esterior-contemplativo , l’arte, in quanto possibilita’ di apertura verso il mondo e cio’ che lo abita, ha questa straordinaria capacita’ di AGREGGARE intorno a idee appunto di comunita’ che non siano luoghi di fuga si intende.

        • Sono d’accordo co tr caro Lorenzo ma, il punto di Luca (spesso riproposto) mi pare sia -che cosa occorre fare per avvicinare il “vero” pubblico (non i soliti addetti/curiosi) all’arte contemporanea? Rispondendo a questa domanda dicevo che i “corsi di formazione” per giunta con caratteristiche “accademiche” comunque siamo organizzati e chiunque possano essere i “dicenti” lasciano (piú o meno) il tempo che trovano. So che molti (e probabilmente tu stesso) si dispiaceranno e mi redarguiranno aspramente ma, su questa via, credo che gli articoli di Francesco Bonami su Vanity Fair (poi raccolti in “Questo potevo farlo anch’io”) siano, come metodo e come linguaggio (sul “contenuto” e lo “scopo” ho invece piú di un dubbio) molto piú utili ed efficaci, proprio perché partono e cercano di “inculcare” l’idea che l’arte contemporanea non sia un “genere per pochi eletti” ma una comunicazione verso tutti e che tutti possono intendere ed apprezzare o meno. Questo è esattamente, io credo, l’atteggiamento che dovrebbe avere chi intenda “divulgare”. Penso a Gamow ed alla teoria della relativitá e dei quanti, se oggi tutti hanno piú o meno un’idea (magari vaga) di esse e non si sentono “spaventati” o “esclusi” quandoce dove se ne parla lo si deve certamente molto piú a lui, al suo sig Tompkins (ed a tutti i loro emuli portati su tale via dal successo di quel libro) che non ai corsi accademici che non sono certo in grado (per linguaggio, diffusione ed “impatto” mediatico) a raggiungete il “pubblico” in generale.

          • Paola V.

            La divulgazione non è da aborrire, è uno strumento che può essere valido ma deve essere fatto da persone informate e consapevole. Bonami è simpatico, ma non ha alcuna formazione teorica – e lo dico con cognizione di causa, avendo interlocquito con lui più volte. Il punto è che, in questo sistema ignorante, si pensa che chiunque si possa occupare – sul piano teorico – di tutto. Che un gallerista, un critico, un estetologo, un artista ecc., che tutti costoro abbiano le conoscenza sufficienti per parlare di arte da ogni punto di vista; in realtà non è così: le competenze di un critico differiscono ampiamente da quelle di un estetologo e da quelle di uno storico d’arte.

          • Paola V.

            Mi è scappata una “c” di troppo : )

          • Come ho tentato di sottolineare con l’inciso in parentesi cito Bonami non per la sua competenza, che qui non mi interessa, ma per il medium (rivista mensile molto diffusa) e per il linguaggio (immediato, popolare, comprensibile da chiunque, divertente e sopportabile anche sulla rivista che si sfoglia dal parrucchiere. Torno all’esempio “turistico” : se la gente va’ a Pompei (nel 90% dei casi) non è certo per qualche trattato di storia romana o per qualche pubblicazione specifica ma per i mille articoli e “depliants pubblicitari”, spesso superficiali, approssimativi, a volte persino sbagliati, ma semplici, diretti e riccamente illustrati.

      • Paola V.

        Non riesco a capire se siamo d’accordo oppure no : )
        Io non so, in questo caso, che significhi “spaventare”… La questione, su cui mi pare di concordare con Rossi, è che la gente andre munita di adeguati strumenti per interpretare la realtà – che si tratti di arte o meno. Questo non significa SUBIRE tali strumenti, ci si può approcciare ad essi anche in modo critico…
        Il punto intorno a cui ruota il mio discorso è che ci sono persone più adatte – perché più preparate – a fornire tali strumenti di quelle che solitamente vengono interpellate in occasioni come quella a cui si riferisce l’articolo, tutto qua.
        Poi il discorso del timore di fronte a ciò che non si comprende non lo capisco… la gente non va intimorita che significa? La gente è intimorita ORA, perché quando si trova di fronte a certa arte non ha la minima idea di come rapportarsi ad essa, e quindi prende le distanze. L’arte contemporanea resta un fenomeno di nicchia anche e soprattutto per queste ragioni…

        • La gente è intimorita ORA perchè da ogni pulpito gli è stato predicato, alternativamente, che l’ate contemporanea è tutta una bufala ed una presa in giro o che essa è “un linguaggio” comprensibile e fruibile solo da chi abbia una “preparazione culturale” e conoscenze teoriche specifiche e di alto livello. Dal primo tipo di “predicazione” consegue il timore, accostandovisi, di essere “presa per i fondelli” di far la figura del “fesso”. Dal secondo tipo di predicazione il “timore” di non essere all’altezza ed il “fastidio” verso ció che necessita studio e preparazione per essere compreso, da entrambe il disinteresse verso di essa.
          I corsi di formazione e gli “strumenti” servono, in prima battuta, ai famosi (famigerati?) addetti ai lavori non al pubblico. Per farti un esempio (con tutti i limiti che gli esempi comportano) i corsi di formazione sono indispensabi per le “guide turistiche” ma non si puó certamente pensare di creare o aumentare, attraverso la loro istituzione, una corrente turistica. Per quest’ultima occorre la “pubblicitá”. (la divulgazione) e, per suo tramite, occorre diffondere ed accreditare la “sicurezza” del sito (paese/monumento/panorama) oltre alla sua bellezza.

          • Paola V.

            E’ vero quello che dici, Sereno, è intimorita per molte ragioni, non ultima quella per cui si fa credere loro che serva chissà quale “preparazione culturale”. Questo non implica, tuttavia, credo, che si possa comunque fare a meno di una minima consapevolezza e di una “dotazione strumentale” sufficiente quando ci si relazione a un certo tipo di arte. Esistono anche altre motivazioni per le quali la gente “indietreggia”, e sono quelle che ho già espresso: mancanza di strumenti adatti a interpretare molta arte contemporanea. Credo che fornire tali strumenti non sia, in ogni caso, un male; e per fare ciò servono persone competenti, non un curatore come Bonami.

  • Lei Paola osserva la questione con occhi da specialista. Di per se, questo, non è in fatto negativo. Lo diventa solo quando si è incapaci di fare fuori uscire il proprio oggetto di studio o di attività dai binari del già dato.
    Gli specialisti hanno sempre bisogno dei loro Universali : la forma , Lo stile, l autore, la tendenza, l epoche’, insomma necessitano di uno strumentario in grado di farli relazionare e tenere così il proprio OGGETTO al guinzaglio.
    Insomma arrivate quando il fuoco e’ spento per raccogliere solo testimonianze Su chi Lo ha causato.

    • Paola V.

      Lorenzo, “arrivate”? Ci conosciamo? Lasciamo perdere gli argomenti “ad personam”, tanto più che – come in questo caso – non si sa a chi ci si sta rivolgendo… Può anche darsi, come dici, che il movente dello studioso si ciò che sostieni essere, ma non era di questo che si faceva questione. Il problema che si sta cercando di affrontare resta.

      • Ho scritto che diventa negativo SE si è incapaci di fare fuori uscire l oggetto del proprio studio fuori da ecc ecc ecc. Pare che il Se sia superfluo.
        La questione invece è proprio questa , ovvero, quella sollevata dal nostro luca rossi. Comunque la sua reazione era prevedibile , ha considerato il commento come attacco personale.
        P.s scrivere di specialisti non significa scrivere di farabutti , COMUNQUE

  • un passante

    la gente vuole vedere i Bacon e i Basquiat
    la gente vuole il succo non le chiacchiere
    lasciamo stare la gente, l’arte visiva non è politica altrimenti si chiamerebbe politica

  • Un qualunque passante semi esperto di ggenteI

  • Cara Paola “…per fare ció servono person competenti, non un curatore gomme Bonami”. Vedo che, non ostante i miei sforzi, non hai Colton il vero punt del mio discourso. Sapevo in partenza che citare Bonami avrebbe finito per “focalizzare” molti sulla sua persona anziché sul vero punto della questione ma, non avevo altra scelta dato che è l’unico che abbia fatto articoli (ed un paio di libri) decisamente divulgativi pubblicandoli su stampa non specialistica. Sul fatto che sarebbe meglio che a far ció fosse qualcheduno veramente “preparato” non ci piove (e per questo citavo l’esempio di Gamow per la teoria della relatività e dei quanti ed il suo famoso Mr. Tompkins).
    Rimane il fatto che “gli esperti” hanno preferito, sin qui, produrre “dotte pubblicazioni” destinate esclusivamente ad altri esperti o a chi si crede tale e si sono ben guardati dall’impegnarsi a “divulgare” e tanto meno a farlo tramite canali che abbiano effettivamente la capacitá di raggiungere il vero e vasto “pubblico” e temo proprio che questo non sia accaduto “per caso” ma, al contrario, sia assolutamente funzionale ad un “sistema” che, per ragioni banalmente economiche, intende costituirsi in “torre d’avorio” la piú alta ed inaccessibile possibile. Quando la stampa generica (ad ogni pié sospinto) bolla e deride l’arte contemporanea come “bufala”, come “presa in giro”, come “campo de’ miracoli” per gonzi, nessuno degli “esperti” sicè mai levato a controbattere e spiegare. Non bastano certo, a questo, le “rubriche specializzate” di molti quotidiani e settimanali scritte nel tipico linguaggio ermetico e iperspecislistico dello specialista (che tende, con esso, a riaffermare la propria
    eccellenza nella specializzazione) .

    • …mi scuso per i molti refusi dovuti al “correttore” Inglese, purtroppo postare da un cellulare non consente un soddisfacente controllo ed “editing” del post, spero non me ne vorrete :-( ;-)

    • LorenzoMarras

      Aggiungiamo pure , Sereno, che quando-anche la stampa generica deride le trovatine di costoro , tutto questo, è anch’ esso FUNZIONALE non solo a stabilire una distanza ma (c è sempre da ridere al riguardo) addirittura a rinforzare i confini di questa DISTANZA.

      L ho detto altrove, la DISTANZA è cercata ed ottenuta gia’ in PARTENZA, come IDENTITA’ …. a voglia cercare altri territori come dice il nostro Luca .

      e distanza sia, stiano pure nel loro paradiso di eletti.

      ridiamo Sereno, vah

    • Paola V.

      Sereno posso chiederti se hai mai letto qualcosa di estetica analitica (anche di autori italiani)? Di Arthur Danto hai letto qualcosa?
      Ti assicuro che non sono affatto testi per addetti ai lavori, sono comprensibili da chiunque sappia comprendere i testi di Bonami.
      Non sono d’accordo sul fatto che gli studiosi siano sempre arroccati su torri d’avorio, a certi canali non accedono non per loro scelta, ma perché chi gestisce tali canali preferisce chiamare i nomi che fanno audience anche a scapito della qualità del discorso.

      • Arrivano i nostri!

      • Paola V.

        Aggiungo – a dimostrazione che parlare di “chiusura” equivale a mistificare – che, a differenza di un Bonami, il quale scrive i suoi libri di divulgazione ma poi non lascia alcun margine al dialogo, un docente universitario è reperibile da chiunque: per scrivere una mail a un docente non serve essere studenti, se vuoi parlare con lui puoi andare al suo studio negli orari di ricevimento e nessuno ti chiederà di mostrare il libretto universitario.
        Il punto è che queste cose non si sanno perché sono quei canali che citi, quelli a cui si rivolgono i non esperti, che non ne parlano, che non invitano gli studiosi. Cosa dovrebbero fare costoro, andare in giro con carelli sandwich appesi al collo per informare che da parte loro c’è molta più apertura che da parte di un Bonami?

      • Cara Paola, si, ho letto qualche cosa di Danto, qualche cosa di Aldrich, qualche cosa di Goodman e qualche cosa di alcuni altri (purtroppo gli Italiani qui dove per lo piú vivo sono sconosciuti ed introvabili)… ma debbo confessarti che, per quanto inteteressanti, non son le mie letture favorite: non sono un critico, son solo un artista e trovo molto piú stimolanti i testi poetici e la buona narrativa ma non da quelli o da questa traggo spunto ed ispirazione. La natura, la gente, la realtá mutevole che mi circonda, l’acqua e i suoi riflessi, le nuvole ed il loro trascorrere e mutar d’aspetto, un volto, il giuoco di un bimbo, un venditore ambulante o un barattolo schiacciato per via sono per me molto piú interessanti e profondi di tutti gli scritti di teoria che mi è capitato di leggere. Ma non è questo, ovviamente, il punto. Io sono convinto che l’arte, che è sempre stata contemporanea nel suo tempo, ha sempre trovato difficoltà ad essere accettata ed apprezzata al suo apparire e che, quindi, sotto questo profilo, la preoccupazione di Luca Rossi sia un po’ un falso problema o meglio, una battaglia persa. Questo detto, rimane il fatto che, come ben dice Lorenzo, negli ultimi quaranta/cinquanta anni la “distanza” è stata “coltivata” ed eretta a sistema. Tu dici che molti “esperti” scrivono un Italiano comprensibile e non ne ho dubbio, anzi per esperienza ti posso dar ragione. Ma una cosa è comprensibile, altra cosa è piacevole e divertente. Tu dici che non vien dato loro spazio perchè il loro nome non costituirebbe richiamo ma io non ne sono cosí sicuro, anzi, io penso che se quando, come spesso accade, la stampa quotidiana e periodica, svillaneggia l’arte contemporanea, scrivessero una lettera aperta spiritosa ed avvincente quanto “scientificamente” corretta, questa verrebbe certamente pubblicata (alla fin fine non si tratta di illustri sconosciuti ma di illustri noti).
        Poi ci sono canali che oramai stanno prendendo il sopravvento come forums, blogs ed i commenti… volendo ci sarebbe molto da fare per rendere piú “popolare” l’arte contemporanea… volendo…

        • Paola V.

          Auspicare l’unione tra la serietà, la competenza, e la piacevolezza della lettura è più che giusto. E che ciò sia raro è vero, e su questo ti do ragione; in Italia (nei paesi anglosassoni è molto molto diverso!) lo studioso si è sempre configurato (volente o nolente, questo non lo so) come una persona seriosa, quasi che la leggerezza (da non confondersi con la banalità) rischiasse di mettere a repentaglio la credibilità – questo però non significa che, come dicevo pocanzi, non ci sia apertura da parte dei docenti, questa è davvero una mistificazione. Dopodiché se io devo scegliere tra l’augurarmi che venga dato più spazio a chi è divertente ma scrive panzanate e l’augurarmi che venga dato più spazio a chi ha una scrittura meno “attraente” ma scrive con cognizione di causa, scelgo sempre la seconda.
          Ad ogni modo ci sono casi di accademici che hanno saputo unire i due aspetti, penso, per es., a Piergiorgio Odifreddi o ad Achille Varzi (che però insegna negli Stati Uniti).

        • Signorina Paola lasci perdere Dhanto e si legga il gatto con gli stivali.
          Le assicuro si sentira’ leggera come una farfalla senza più zavorra.

  • mahood

    Che il mondo accademico sia ostile e autoreferenziale è un pregiudizio duro a cadere. Talvolta è il “vestito” che si indossa perché, in fin dei conti, la mediocrità è comoda e rassicurante.
    Purtroppo questo comodo pregiudizio è esso stesso il combustibile che alimenta la diffidenza verso gli accademici, e coloro che lo producono i primi a ostacolare la possibilità di un confronto e un dialogo più seri e arricchenti.

    Un saluto.

  • A settembre potrò rilevare il progetto concreto in atto per rispondere a queste esigenze. Speriamo bene.

    • Aspettiamo con ansia e trepidazione la “cura luca Rossi” ;-) Scherzi a parte sono veremte curioso ed impaziente di “vedere” e ti auguro sinceramente un pieno successo!

      • LorenzoMarras

        Luca , occhio a non spifferare contenuti prima di averci informato qui in Artribune. Non si sa mai eh, lo conosci il detto “” dai nemici mi guardo IO che dagli amici mi guardi Iddio””” .

    • gatto delle navi

      Invece è tutto molto semplice, e meno sinistro di come la si racconta

      Da quando ci sono il cinema e la fotografia, l’arte visiva non è più esplicitamente “racconto” del reale, e così la ricerca artistica è diventata di nicchia

      Non a tutti interessa l’elucubrazione, facciamocene una ragione!

      E d’altra parte l’arte visiva è inevitabilmente speculazione intellettuale, proprio per i motivi di cui sopra

      Chi si meraviglia di questo o è ingenuo o ci marcia

      saluti

      • Stai attento caro gatto marinaio, cinema, fotografia, persino televisione ( e piú recentemente cibernetica, computer-games e ora le applicazioni per iPhone e consimili) sono parte integrante e fondamentale dell’arte “visiva” (come la chiami tu) contemporanea dal loro primo apparire. E l’arte non è mai stata e non è oggi “speculazione intellettuale” (la filosofia in genere lo è). Come vedi tu sei l’esempio palese della disinformazione profonda e diffusa del pubblico al riguardo dell’arte contemporanea.

        • gatto delle navi

          naaaa
          allora pure certi modelli di auto e l’invenzione delle pennette alla vodka attengono all’arte visiva!
          non è così

          • In effetti le auto sono state spesso utilizzate in installazioni famose o come medium, né piú ne meno di una tela… le pennette alla vodka non so cosa siano (scusa la mia ignoranza) e quindi non saprei dirti, la vodka Absolut, il Caffé Illy ed alcune prestigiose marche di vino, hanno “concorsi” piuttosto famosi legati all’arte contemporanea ed ai loro prodotti. Se pensi che l’arte “visiva” (per usare la tua espressione) sia ancora legata a tela pennelli e cavalletto, mi dispiace informarti che sei rimasto indietro di almeno 120 anni! Ma visto che leggi Artribune e commenti credo piú probabile che tu non ignori affatto tutto questo ma tenti una “provocazione” per “movimentare” un po’ la serata e allora anziché “gatto marinaio” ti chiameró “gatto-troll”

        • mario sandri

          “E l’arte non è mai stata e non è oggi “speculazione intellettuale” (la filosofia in genere lo è)”

          Kosuth non la pensava così : )

          • Vero,Kosuth pensava all’arte come ad una naturale evoluzione della filosofia ma, a ben guardare. neppure i suoi lavori (né quelli di leWitt , di Weiner o di Buren) “sono” solo speculazione intellettuale

  • gatto delle navi

    “utilizzate in”! “legati a”! dai, rileggiti così mi dai ragione
    baci

    • Caro gatto-troll per poterti dar rsgione dovrei aver perso il lume della ragione ;-)