La saga dei Padiglioni Piemonte della Biennale. Entro l’autunno, si salirà a quota quattro

Rapido aggiornamento da quel di Torino, dove la vicenda Padiglione Italia/Padiglione Piemonte assume connotati sempre più complessi. Fatta salva la questione che in serata inaugurerà la mostra al Museo Regionale di Scienze Naturali (con quali artisti non è dato sapere), nuovi sviluppi ci sono rispetto ad altre iniziative piemontesi targate Biennale. In buona sostanza, la […]

Ezio Gribaudo

Rapido aggiornamento da quel di Torino, dove la vicenda Padiglione Italia/Padiglione Piemonte assume connotati sempre più complessi. Fatta salva la questione che in serata inaugurerà la mostra al Museo Regionale di Scienze Naturali (con quali artisti non è dato sapere), nuovi sviluppi ci sono rispetto ad altre iniziative piemontesi targate Biennale. In buona sostanza, la Sala Nervi di Torino Esposizioni, come già annunciato da Artribune ieri, ospiterà una sorta di Arsenale-bis nel periodo da settembre a novembre.
Non un “grande caos” (le parole sono di Vittorio Sgarbi) come a Venezia, bensì una mostra curata dal critico (coadiuvato dalla commissione costituita, fra gli altri, da Luca Beatrice e Marco Vallora) e che ospiterà tutti quegli artisti rimasti fuori dalla selezione operata dagli “intellettuali” che si sono esposti in Laguna. Una rassegna che Sgarbi dedica idealmente a Ezio Gribaudo (“artista che ama gli artisti”) e che raccoglierà circa 300 nomi, per una spesa che si aggirerà intorno ai 150mila euro. La base sarà costituita dall’ormai famigerato Fondo Sgarbi, e se qualcuno farà lo “schifiltoso come Nunzio”, beh, poco male.
Arsenale-bis, dicevamo, perché a Torino la mostra sarà di carattere nazionale. E dunque il Padiglione Piemonte si riduce ancora una volta a ciò che verrà esposto da questa sera al Museo di Scienze? Nient’affatto: nello stesso periodo autunnale, altre due sedi saranno messe a disposizione per una sorta di Piemonte 2 e Piemonte 3, alla Castiglia di Saluzzo e al Castello di Miradolo. Per una tre-giorni di inaugurazioni dedicata alla prima Capitale d’Italia.

– Marco Enrico Giacomelli

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014). In qualità di traduttore, ha curato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.
  • a. p.

    ahahahah stai scherzando vero? uahahahah… come dici? ah no? :-(
    p. s. chi li tira fuori i 150mila euri?

  • … ma quanto fastidio da’ quest’idea!!! Ma, a dispetto dei tanti interessati ad affossarla e dei molti di piú che non l’hanno capita e si fanno “portare per il naso” dai primi, l’idea va’ e continua a far strada. Della Biennale 2011, tra dieci anni, Si ricorderanno solo “I Padigloni Italia” e l’idea che lí ha generati e che, probabilmente, avrà, per allora, avuto modo di essere ripresa e perfezionata e sarà servita da “battistrada” ad un diverso modo di concepire le Biennali e, speriamo, sarà servita a gettare le basi dello sgretolamento del potere soffocante ed autoreferenziale del “sistema arte” .

    • giorgio terri

      tra dieci anni caro sereno variabile si ricorderanno gli scempi di questi padiglioni. non verrà certo dimenticato tutto sto baraccone. meglio per gli artisti non averlo in curriculum!

  • Cristiana Curti

    Caro Sereno, un diverso modo di concepire la Biennale di Venezia (più sottile e allo stesso tempo ben più rivoluzionario) è stato concepito in questa edizione da Fia Backstrom (padiglione Svezia). Anche se non ha la pubblicità di nessuno e non è stato notato (dagli italiani) tutti intenti a guardare o non guardare il proprio padiglione.
    Fia risponde in pieno alle richieste di molti di dilatare i confini della competizione e di lasciare che l’arte non sia di un paese o di un altro ma che abbia respiro universale. C’è riuscita, a suo modo (ancora imperfetto), ma noi non l’abbiamo visto…

  • antonio

    comunque va ricononsciuto il merito di tutto questo a quegli artisti che a meno di una settimana dall’inaugurazione si sono ritirati! se non fosse per loro tutto questo non sarebbe accaduto, si sarebbe inaugurato in silenzio e luca beatrice sarebbe già in qualche lido vacanziero. ma quanto mi viene da ridere. BRAVI!!! CORAGGIOSI!! vediamo se ora hanno il coraggio di invitarvi o se il luca beatrice della situazione per ripicca (ovvio) non lo farà.

  • roby

    tutto è possibile a torino. udite udite: Michele Coppola, assessore alla cultura per chi non lo sapesse, ha dato un milione di euro per il ritiro della Juve togliendoli alle attività culturali (programmi dell’anno scorso)

  • Cara Cristiana, io il padiglione Svedese l’ho visto e miè pure piaciuto! Peró permettimi alcune precisazioni:
    – intanto (fino alla scorsa Biennale) era il “padiglione Nordico” condiviso da Svezia, Norvegia, Finlandia, che da quest’anno di centa Padiglione Nazionale di una delle tee nazioni nordiche a rotazione quest’anno è toccato alla Svezia appunto
    – che, con la curatela di Magnus af Petersens ha presentato due artisti FIA Backström, appunto, e Andreas Eriksson
    – quest’anno, il primo del nuovo corso Fia Backström ha “rappresentato” il Padiglione Nordico mentre Andreas Erikksson ha “rappresentato” il Padiglione Svedese
    Detto questo e pur, come ti ho detto, avendo aporezzato molto il loro lavoro ;estremamente raffinato e di alto livello) rimane il fatto Che siano pur sempre nell’alveo delka

  • … scusa, riprendo,nell’alveo della “mostra-d’eccellenza-con-curatore-uno-due-o-comunque-pochi-artisti-che-potrebbe-essere-in-qualsiasi-buona-galleria” e quindi proprio nulla di nuovo sotto il profilo di “un nuovo modo d’intender le Biennali” e mem che meno sotto il profilo dell’ uscire dal ghetto di un sistema, fatto da pochi per pochissimi, in cui “langue” da fin troppo tempo l’arte contemporanea Italiana e non solo

    • Cristiana Curti

      Certo Sereno, il padiglione Nordico si è sciolto (solo per quest’anno però) e per comodità l’ho chiamato della Svezia perché così è presentato al pubblico ma questa è roba non così importante, in fondo. Fia a me è piaciuta perché davvero ha messo in pratica l’idea del “padiglione diffuso” in più con un calembour divertito fra luogo comune e idea (preconcetta) dell’arte nazionale. Ed è vero che la rappresentanza è la consueta accoppiata un(due) artista(/i) + critico, ma ti confesso che preferisco l’idea geniale efficacemente rappresentata (sottolineo, ancora con qualche imperfezione) piuttosto che una teoria buona (come tu affermi) sulla carta e mal riuscita nella realtà dei fatti.
      Sappiamo di essere su due fronti opposti e che tu vedi del bene (anzi l’innovazione) in quel concetto multiplo del paditalia, ma io penso che la rivoluzione parte con l’essenza della poetica dell’arte (e della critica d’arte che la segue) piuttosto che con l’esteriore ribaltamento delle modalità espositive. Ho la sensazione che nessuno degli artisti partecipanti a paditalia o ai padigioni regionali abbraccerebbe le tue interessanti considerazioni. Tutti coloro che parteciparono (insperatamente! ma chi avrebbe mai pensato di vedere in Biennale uno come Talani – con tutto il rispetto – che secondo me è ancora lì a non crederci…) non si sognano minimamente di farsi carico di un ribaltamento epocale: loro sono lì per la Biennale di Venezia (quella dei Guidi, dei Capogrossi, degli Afro e dei Vedova) e l’ultima cosa che vogliono sentirsi dire è che parteciparono a una Biennale che con la Biennale non c’entrava nulla. O che era, la loro, una Biennale non Biennale.

      • Cara Cristiana , sulle cose poco importati, no il Padiglione Nordico non tornerà più, la prossima volta sarà il Padiglione Norvegese e quella dopo il Padiglione Finlandese e poi ancora quello Svedede e cosí via a rotazione. Sulle cose importanti. non credere che io sottovaluti (o peggio ancora prescinda) dall’intrinseca poetica dell’arte n’è che sottovaluti (o peggio ancora disprezzi ) la critica che da essa si sviluppa. E sono anche ben conscio del fatto che tutti coloro che hanno partecipato (come coloro che no hanno partecipato) sarebbero seccati di aver partecipato ad Biennale-non-Biennale. Ma è proprio questo che io vedo come un problema: la Biennale è una delle tante “onorificenze” uno dei”nastrini” (invero uno dei piú importanti) assegnati da un sistema (di potere, chiuso ed autoreferenziale, interessato ed orientato solo o prevalentemente ai “valori di mercato” a crearli, farli crescere o farli scendere) che serve acdecorare la “divisa obbligatoria” con la quale l’artista deve presentarsi al sistema per essere da esso riconosciuto ed accettato : il CV. Questo solo oggi importa, non che cosa faccia un’ artista, non la sua poetica, le sue tecniche, Le sue ricerchr

        • ..scusa riper do, non la sua ricercari, ció Che importa sono solo due cose: il suo valore di mercato ed il suo CV. A te, che sei critica e storica d’arte, probabilmente poco importa, giustamente, fai critica e costruisci la storia con quel che c’è e ovviamente preferisci i begli allestimenti, eleganti ed intelligenti, ma ad altri che, invece di arte vivono, interessano anche i rapporti di potere nel sistema e le possibilità di modificarli e magari annientarli.

          • Cristiana Curti

            Ti ringrazio per la precisazione, caro Sereno, avevo inteso da un comunicato della Biennale e da un’informazione in loco che l’anno prossimo con tutta probabilità il padiglione si sarebbe “ricomposto” nel suo assetto originario. Farò tesoro della tua segnalazione, grazie. E comunque hai ragione: ho un altro modo di concepire il senso della BIennale (potrei dire: storico? storicistico? da critico senz’altro) e tendo di dare meno peso ai CV rispetto a ciò che vedo e al lavoro comune fra critico e artista. Non tanto però m’interessano gli allestimenti eleganti, perché l’eleganza (che pur sotto voce estetica ha un suo valore, ma assai marginale) non è categoria necessaria e sufficiente per valutare un’opera e l’allestimento di una rassegna. Tutto qui. Per il resto comprendo bene ciò che dici ed è vero che, in un mio personale giudizio, tento di mai considerare i rapporti di potere, le difficoltà del “sistema” che però per me sono allo stesso tempo più semplici e complesse. Essendo questione, il cosiddetto marciume del sistema, non tanto di corporativisimi fra – poniamo – scuole artistiche o gallerie o critici con gallerie, ecc, quanto di vero e proprio problema politico, legato anche alla normativa su circolazione e diffusione dell’arte in Italia. Per me è lì che le cose devono essere modificate. Poi il resto a pioggia. Un caro saluto

  • come sempre con sgarbi regna una certezza … la confusione!

  • Maria Cristina
  • a. p.

    Cota non si prende i rifiuti di Napoli, ma in compenso si prende la munnezza di Sgarbi… http://www3.lastampa.it/torino/sezioni/politica/articolo/lstp/410173/

  • lorenzo m

    AIUTOOOOO. MA QUALCUNO DI VOI E’ ANDATO IERI SERA ALL’INAUGURAZIONE AL USEO DI SCIENZE NATURALI? MA E’ VERGOGNOSO. OLTRE L’IMMAGINABILE. NON UN SOLO ARTISTA VERO RAPPRESENTATIVO DEL PIEMONTE (NON SOLO DI TORINO). RECICLONI DI OGNI TIPO. ARTISTI INESISTENTI. L’IDEA DI SAGRBI DI ALLARGARE L’INVITO POTEVA NON ESSERE UN’IDEA MALVAGIA, MA SOLO SE SUPPORTATA, NON SI PUO’ FINGERE DI FONTE ALL’ESISTENZA DI ARTISTI TORINESI CHE HANNO CONTRIBUITO ALLA CRESCITA DI QUESTA CITTA’. E DOVE SONO QUESTI ARTISTI? AH ECCO…HANNO RIFIUTATO. FORSE SOFFERMARSI E FARSI QUALCHE DOMANDA? IL NON VOLERE INVITARE SOLO “GLI AMICI DEGLI AMICI” COSì COME HA SPIEGATO IERI ALLA CONFERENZA IL PRF SGARBI, E’ INVECE ESATTAMENTE CIO’ CHE SI E’ VERIFICATO: AD ESPORRE SOLO GLI AMICI DEGLI AMICI E DELLE AMICHE. MA NESSUNO SI VERGOGNA? LA CITTA’ DI TORINO MERITA QUALCOSA DI PIU’. E ORA SONO CONSAPEVOLE DELLA RAGIONE DEL RIFIUTO DEL GRUPPO DEGLI ARTISTI TORINESI. MERITANO ATTENZIONE. MERITANO RISPETTO.

    • Potrei far finta di niente e non rispondere a queste accuse ma certe opinioni fanno male, proprio per chi fa dell’Arte l’esistenza della propria vita, lavorando seriamente e duramente giorno dopo giorno da anni.
      Credo anch’io di meritare rispetto.

  • Cristiana Curti

    Gentile Sabrina, comprendo la sua amarezza, ma l’artista – per la natura stessa della sua professione – deve saper accettare le opinioni del pubblico intorno al proprio lavoro. Il pubblico è “tutti”, non solo il direttore del museo d’arte o l’esperto, ed è giusto sia così. E così è giusto che a chiunque – sempre – sia data la possibilità di affermare “questa mostra (quest’opera) non mi piace (o mi piace)” senza con ciò doversi giustificare infilandosi in una dissertazione critica. Quando in queste sedi (siti) le opinioni intorno a una rassegna vengono espresse anche solo “di petto” e poi si chiede di “motivare per favore” ciò non sempre è legittimo. L’arte – che richiede applicazione per essere compresa – ha però la caratteristica straordinaria di coinvolgere ogni senso e ogni qualità intellettuale (dalla più raffinata alla meno adusa). L’arte per sua natura è pubblica, nel senso di esposta.
    Le motivazioni di un parere devono essere chieste a chi si occupa d’arte per professione.
    E credo che nessuno, affermando anche in modo colorito che “quella roba fa schifo”, con ciò intenda offendere la persona dell’artista e la fatica della sua quotidianità. Soprattutto se la quotidianità è comunque seria e la partecipazione non è “pilotata” da giochetti sotterranei molto semplici quanto antichi. Io ne sono convinta.
    Ma questa situazione – che si protrae con terribile stillicidio – ha favorito non tanto lo stimolo a una maggior coscienza critica collettiva, quanto – secondo me volontariamente – una divisione senza quartiere fra chi partecipa e chi no, chi è d’accordo e chi no.
    L’aver proposto (lasciato entrare, non selezionato, chiamato alla rinfusa) artisti non commisurati all’occasione (e non intendo riferirmi a Lei che non conosco) all’interno di una ribalta così importante è fonte di ribellione violenta per alcuni e di difesa senza appello per altri.
    Nessuno ci guadagna. Tutti perdono. Tranne chi di questo pasticcio è promotore e se la ride consapevolmente sotto i baffi alle nostre spalle.

  • tiziano nuevo

    gentile sabrina
    come mai si sente in dovere di intervenire in questo forum e non ha sollevato invece qualche riflessione quando il prof sgarbi ha fatto saltare l’inaugurazione della mostra a torino poichè la riteneva una miseria? lei faceva parte di quella miseria. non si è sentita offesa?

  • marco g

    cara sabrina milazzo, il rispetto va cercato difendendo il proprio lavoro, non facendo le marchette come vi siete ritrovati a fare per partecipare a quella che in curriculum sottolineate come biennale. se lo stesso trattamento ve l’avessero proposto per la mostra alla bocciofila vi sareste guardati bene dal parteciparvi. non facciamo i finti perbenisti. un artista difende il lavoro e lo sostiene anche attraverso scelte difficili. e se lei come dice lavora da anni (cosa che non mi pare poichè le sue prima mostre partono dal 2004) dovrebbe saperlo bene. ma sono gli artisti come lei che sognano la prima fila a discapito degli altri. rifletta meglio.

  • giorgio terri

    mi sembra che nel curriculum della milazzo la maggior parte delle mostre sia curata da luca beatrice. OPS! ma che casualità! e pensare che sgarbi alla conferenza dichiarava di voler fare una mostra dove non ci fossero i soliti amici degli amici.OPS! qualcosa sfugge.

  • Vedi Cara Cristiana, i commenti successivi a quello di Sabrina Milazzo (a parte il tuo) ti dicono del “clima” e della “mentalità” che io combatto. Non un giudizio”sul lavoro” di Sabrina. Se qualcheduno avesse detto “mi fa schifo” avrebbe espresso un giudizio (scorretto e biasimevole perché anche la critica non dovrebbe mai andar disgiunta dal rispetto di chi espone e si sottopone ad essa ma, visto che ci mette “lafaccia” significa che crede in ció che fa). No la critica è: tu sei della ricca di Luca Beatrice” oppure “tutti i presenti non rappresentano l’arte Torinese, sono solo marchettari” (per non dire di altri commenti circa il raggiungimento o meno della menopausa e via dicendo) . Questo è quanto il sistema ha creato: fazioni, schiere, cricche. che si battono, non certo a giudizi “critici” per difendere la bontà di un certo tipo di CV rispetto ad un altro. A questo siamo arrivati: se non appartieni alla “chiesa giusta” sei esecrabile, se non appartieni a nessuna “chiesa” sei inesistente. Ma chi ha detto che è arte solo quella fatta da chi ha il CV “polically correct” o da chi ha un CV? È solo azzerando l’esagerato importanza dei CV, è solo creando “occasioni pubbliche universali”, che si tornerà a guardare ai lavori e non all’appartenenza (o non appartenenza) ad un gruppo di chi li ha pridotti. Hai perfettamente ragione quando dici che anche la legislazione e la gestione “politici amministrativa” dell’arte vanno profondamente cambiate ed innovate ma, credimi, a nulla varrebbe sino a tanto che esisterà un sistema fatto da pochissimi per pochi. L’arte è pubblica, l’arte è libera, l’arte è espressione e comunicazione ma sino a ché ci saranno “i soliti noti” a decidere chi possa esprimersi e comunicare e dietro a loro le “schiere” di chi ha (o meio, scioccamente crede di aver) interesse a mantenerli nella loro posizione di potere egemone l’arte non sarà né libera, né veramente pubblica.

  • simone

    allora è proprio vero che sarebbe opportuno parlare solo se si è aconoscenza delle cose.
    il sig sereno variabile dovrebbe essere più inserito nelle questioni che avvengono dietro le quinte prima di proferire parola. è INGIUSTO trovare artisti con un lavoro così imbarazzante come al padiglione regionale del piemonte. questa non è ARTE, ma solo protagonismo da parte di chi oggi a tutti i costi si crede un artista o vuole esserlo. è una mostra IMBARAZZANTE di basso livello, non è una questione di “soliti noti” come li chiama lei. qui si tratta di NIENTE! e questo niente è stato messo lì non a caso, ma perchè amici, conoscenti, parenti o chi altro li ha inseriti in un contesto chiamato BIENNALE.
    torino è una città che da anni sostiene l’arte, la difende, la promuove, anche tramite delle lobby di sistema certamente che per fortuna ben vengano. qui si ata distruggendo tutto con qualcosa che non si può chiamare MOSTRA e tanto meno BIENNALE.
    la biennale di venezia è uno scalino importante nella carriera di un artista, non è un marchio da utilizzare per aumentare il valore di un curriculum, serve lavoro, progetto, percorso, e quant’altro nel tempo si componga nella carriera di un artista. non è un premio di bellezza!!! e nemmeno un favore da dover rendere a qualcuno. finiamola una buona volta con i finti perbenismi.

    • … appunto si diceva. : “essere piú inserito nelle questioni” , “INGIUSTO”… “lavori imbarazzanti” .. “NIENTE”…”questa non è ARTE”…”tramite delle lobby di sistema”. “laBiennale di Venezia è uno scalino importante” …”carriera d’artista” … Cara Cristiana a te la meditazione …

  • Un ulta cosa Cristiana cara, anche la critica (anche quella seria, preparata, “buona”) non ha né la bacchetta magica né la sfera di cristallo! Il nuovo ha sempre dato fastidio ed è sempre stato mal accolto non esiste praticamente grande artista che al suo apparire non sia stato aspramente criticato. Uso dire che l’arte “buona” è quella che verrà apprezzata domani o meglio dopodomani. E questa è forse un’ovvietà ma quello che non è cosí ovvio è che questo sistema in cui pochissimi “critici” (curatori/mercanti/gallerie/”patrons”) hanno saputo (potuto) creare un “oligopolio” che cosa succede? Succede che chi vuole avere “visibiltà” “successo” ec. ecc. si conforma ai gusti ed ai dettami dei “boss” … e la creatività va’ a farsi benedire. Quante volte abbiamo sentito la lamentela “i nostri giovani scimmiottano quel che fanno all’estero” “questi lavori sembrano le copie di altri già visti mille volte” “la tecnica è raffinata ma manca l’ispirazione sostituita dal perseguimento di una moda” … e vogliamo meravigliarci? Che cosa possiamo aspettarci se non esistono “occasioni” importanti per il nuovo (buono o cattivo lo si vedrà poi) e se le poche occasioni che esistono sono “gestite” dai “soliti”?

  • pino

    ma cosa scrive questo signore che nemmeno mette il suo vero nome..sereno variabile..
    il nuovo ha sempre dato fastudio!
    ma quale nuovo?
    qui non si tratta di nuovo, magari. qui si tratta di livellaggio e distruzione.
    solo un irresponsbile abbatte così il lavoro degli artisti. solo chi li vuol distruggere e non sostenere.

    • Caro Pino, questo signore non firma col suo nome e cognome (come del resto fai tu, scusa Pino chi?) perchè desidera che quello che scrive sia inteso cosí come lo scrive e non “filtrato” dai soliti “… Ah! Tizio dice cosí perchè …” detto questo:
      – “il nuovo” era in risposta al post di Cristiana ed alla capacità, in generale, della critica a giudicare, appunto, del nuovo e non era riferito a quanto esposto a Torino, che non ho visto e non mi interessa giudicare
      – non vedo come si possa “livellare e distruggere” ció che non vien presentato (se ti riferisci ai “non presenti”) mentre se ti riferisci al presunto “peccato mortale” Di presentare artisti poco o null conosciuti accanto ad altri poco piú o molto conosciuti, allora è anche peggio per i seguenti due motivi:
      — il primo perché chi è presente sapeva benissimo che di sarebbe trovato “in compagnia” anche degli “appestati” poco o niente conosciuti, ha fatto la sua scelta e non sei certo tu che puoi sindacarla
      — secondo perchè questo è indice di quella mentalità ristretta, classista (o corporativista), presuntuosamente elitaria che è una delle piú gravi piaghe del “mondo dell’arte” (Italiano ma anche in parte Europeo) Mentalità o dotta e coltivata da un “sistema” che ha fatto del valore commerciale e del CV gli unici metri di giudizio e di valutazione di un artista.
      Detto questo mi dovresti spiegare come “si abbatte il lavoro degli artisti” come lo si “distrugge”, come si vuol “non sostenerlo” ? Io credo che lo si abbatta, lo si distrugga e si e iti fi sostenerlo quando gli si negano le possibilità di “mostrarsi” non quando si estende tale possibilità anche a chi non ne ha avute molte o di molto prestigiose.
      Se infine la lamentela è quella “questi sono quelli della cricca di Sempronio” … me ne dispiace, vuol dire che il “sistema” funziona ancora benissimo e, alla cricca di Ttizio e Caio, per questa volta di è sostituita quella di Sempronio … pazienza, sarà per la Biennale bis di quest’autunno, li ci sono ancora 200 o 300 posti liberi , darebi da fare!! (tanti sapete bene come fare!)

  • Cristiana Curti

    Caro Sereno, le tue considerazioni partono da un requisito fondamentale per chi osserva l’arte: l’onestà dell’occhio e del pensiero. Quando questa è presente (e si vede bene, come in te) ogni dibattito anche se acceso si risolve comunque nell’accettazione del punto di vista altrui come “alternativo” e non come “deteriore”. Dopo questa “sviolinata” (che meritavi) e rimanendo – come ben sai – del mio parere intorno alla innovazione del “metodo/sgarbi/di/concepire/l’arte/contemporanea/e/proporla/alla/Biennale” , ritengo che su molti concetti tu abbia ragione.

    C’è una faccenda che però ad ogni nuova rassegna collettiva si propone (e più è alto il tiro e più sono ingiuriosi i commenti, se parliamo di quelli pubblici, come nei siti di divulgazione largamente seguiti, o di quelli “privati” fra amici al bar, artisti, curatori, ma anche fra esponenti del pubblico). E non è la questione del personale gradimento di questo o quell’artista, quanto il fatto che questo o quell’artista (o gruppo di artisti) sia preventivamente bollato come facente parte di “cricca” di questo o quel critico o curatore. E per tale motivo attaccato o – peggio, forse, per i danni che ciò potrebbe arrecare alla qualità di “un” ‘ arte nazionale – osannato.
    Premesso che a me avrebbe fatto immensamente piacere essere (se fossi mai stata artista) nella cricca di Russolo, Marchiori, Vallora, Arcangeli (sai che sono antica…)ecc., francamente non comprendo l’accanimento livoroso nei confronti di questo aspetto che è costitutivo della storia dell’arte di tutti i tempi e di tutte le nazioni.

    Non è un male di per sé essere della cricca di Bonami, Beatrice, Celant, Paparoni, Gioni, Quaroni, Bonito Oliva, Canali, Meneguzzo (sparo a destra e a manca e con varie misure e dimensioni “corporative”). Io trovo non solo giusto ma anche opportuno che un critico che ha un progetto (o visione) culturale e in determinati artisti osserva come quella visione prenda forma coerentemente cerchi di costruire – chiamamolo così – un pool da battaglia per perorare la giustezza di quel progetto.

    E’ così che si sono formati i movimenti più importanti del XX secolo (anche se non erano solo i critici a supportarli, beninteso, fondamentale era il contributo delle altre “arti” e delle gallerie). O anche solo e più semplicemente singole rassegne che hanno “fatto” la storia dell’arte.

    Ma il punto di partenza (il requisito primo) è per l’appunto il “progetto”. Che tanto più è sentito come alto qualitativamente e artisticamente (e filosoficamente) tanto più sarà d’aiuto e supporterà l’artista o il gruppo di artisti che si forma sotto quell’egida.
    Ciò non toglie che chiunque ha il diritto, grazie al cielo, di gradire o meno quell’opera o quell’artista (in genere è meglio giufdicare l’opera, perché è del tutto naturale che un artista pur ottimo abbia cadute intermedie o presenti una sorta di “stanchezza espressiva” magari con il passare del tempo). Ma nessuno dovrebbe avere il diritto di affermare: sei della cricca di “…” e quindi taci, perché approfitti di un posto che non meriti. Ed è questo il punto, caro Sereno.

    A parte le cricche, sono le opere che contano. Quelle vanno valutate, e la loro scelta (e composizione all’interno di una rassegna sia monografica che collettiva, sia per l’antico che per il contemporaneo) è fondamentale. Come vedi – gutta gutta – vado a parare sempre nella stessa direzione. Un caro saluto.

  • Cara Cristiana, sai bene che ho grande stima della tua intelligenza, preparazione e competenza e che dialogare con te è, per me, sempre stimolante e piacevole, ovviamente abbiamo vedute diverse ed altrettanto ovviamente, essendo persone civili, rispettiamo l’uno le opinioni dell’altro, magari cercando, qualche volta, di
    portarlo su posizioni piú vicine alle nostre ma, sempre cercando di capire le sue e, almeno io, crrcando di imparare qualche cosa ( tu dici che sei “antica” ma io sono “stravecchio” come i toscani che fumo ma son convinto che sono ancora di piú le cose che devo ancora imparare che quelle che penso di sapere).
    Detto questo vengo a quanto dici: i grandi movimenti artistici, come tu ben sai, si sono “coagulati” dapprima attorno ad artisti “leadr” e solo successivamente (arte povera è stata forse uno dei primi “grandi esempi”?) attorno alla figura di un critico o di un intellettuale. É assolutamente vero che le “cricche” don sempre esistite e che esse non soono un male “per se’ ” il guaio è che, un tempo, erano gruppi piú basati su interessi e comune sentire artistico-culturale che non su banali motivi economico-politici di “spartizione del mercato”. Bada nordico che tali motivi fossero totalmente assenti dico solo che erano lungi dall’essere prevalenti come invece, purtroppo, lo sono nelle cricche odierne.
    Quanto al mio punto di vista sul “diverso modo di intendere la Biennale”, non è che io abbia solo certezze o che ritenga dicessero portatore della veritá, tutt’altro, è dolo che lo vedo come “uno strumento possibile e disponibile” per tentar di mutare una situazione che, per altro entrambi e con noi molti altri deprecano. Non, sia chiaro “l’unico strumento possibile” ma “uno”, per esempio ti rimando ad un post di Luciano G. Gerini all’articolo sul “far sistema a Verona” per un esempio, che viene da fuori, su un altro “possibile” strumento.
    Il guaio, vedi, è che tutti si lamentano della situazione e della “chiusura quasi ermetica” del sistema ma poi ognuno, anziché darsi da fare per mutarlo, di “arrangia” come puó e poi, chi si è “arrangiato” abbastanza si schiera dietro il suo “patron” contro le altre “schiere” ma, avendo la sensazione di essere “entrato” nel sistema si guarda bene dal tentare di abbatterlo o di modificarlo, anzi lo difende con unghie e con denti, chi non è ancora riuscito ad “arrangiarsi” abbastanza nom ha un “patron” o ne ha uno di basso profilo e non ha quindi “forza” per portare avanti un qualsivoglia cambiamento.
    Inutile dire che “il potere politico-amministrativo” essendo (diventato?) l’epitome del “sistema delle cricche” non solo non fa nulla ma non ci si puó davvero aspettare che sia in grado di far nulla.
    Rimarrebbero “gli intellettuali” ma ahimè, mi guardo attorno e mi chiedo ” dove sono a dati a finire ? Si sono estinti come i dinosauri?” .
    Che cosa ci resta da fare? Mah, che vuoi che ti dica, a me è piaciuta molto una risposta che ha dato a te Lorenzo Marras che mi permetto di riassumere cosí : noi facciamo ció che riteniamo giusto postando i nostri commenti, qui su Artribune ed altrove… la rete è un gran mezzo di informazione è libero è accessibile è universale, usiamolo, chissà che alla lunga qualche cosa accada.
    Quanto al fatto che i giudizi debbono riguardare i “lavori” e no la “livrea” di un artista, nessuno piú d’accordo di me!! Aggiungo solo una chiosa: il giudizio deve avere basi “critico-estetiche-concettuali” e per pesante si ritenga debba essere non dovrebbe mai venir meno al rispetto che è dovuto a chiunque onestamente, giocandoci la propria “faccia”, si espone ad esso.
    Ciao, un caro saluto SerenoVariabile

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