Basel Updates: non solo fiera, doppio appuntamento alla Kunsthalle per l’off Basel

Vabbene, la fiera di Basilea è grande, e fra le sezioni più disparate e la galassia di rassegne collaterali, il tempo vola. Tuttavia, con un minimo di organizzazione si può riuscire a godere della ricchissima offerta che la città propone. Tra le tante opportunità, particolarmente densa è quella presentata quest’anno dalla Kunsthalle, con le due […]

Vabbene, la fiera di Basilea è grande, e fra le sezioni più disparate e la galassia di rassegne collaterali, il tempo vola. Tuttavia, con un minimo di organizzazione si può riuscire a godere della ricchissima offerta che la città propone. Tra le tante opportunità, particolarmente densa è quella presentata quest’anno dalla Kunsthalle, con le due mostre dedicate a un tema collettivo e a un lavoro monografico.
La prima si intitola How to work (more for) less, e segue una precedente mostra, How to work, aperta durante il corso della stagione, rispetto alla quale vengono proposte alcune variazioni come la barra cromatica di Raphael Hefti, tre metri di metallo appoggiati a un angolo di muro lungo i quali si assiste a una dinamica cromatica. Interessante e divertente anche il video Players di Pilvi Takala, con una serie di giochi di poker, che si aggiunge al complesso The Trainee che già occupava una parte della mostra.

La seconda è una mostra monografica dedicata all’artista americana Rebecca H. Quaytman, un lavoro intitolato Spine, Chapter 20 e dedicato alla costa del libro.

Vito Calabretta

www.kunsthallebasel.ch

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Vito Calabretta
Sono nato in un paese di ottocento abitanti in provincia di Catanzaro, cresciuto a Ventimiglia e ho avuto una prima formazione scolastica a Mentone, in Costa Azzurra, dove ho frequentato anche il Conservatorio Municipale. Mi sono trasferito a Milano per iscrivermi a un corso universitario di Discipline Economiche e Sociali, mi ci sono laureato, ho vinto dopo anni di tentativi un dottorato di ricerca in storia della società europea. Mi è stato impedito di discutere la tesi di dottorato con l'accusa di non voler «fare lo storico, ma il Carlo Ginzburg, il Derridà, 'naltro po' il Rolanbàrt». Ne ho preso atto; nel frattempo avevo iniziato a frequentare i Seminari in Antropologia dei Poteri della École Française di Roma, avevo iniziato a collaborare con Il Manifesto e con L'Unità, a scrivere in versi e a lavorare sull'arte. Già da allora, in ogni caso, avevo iniziato a occuparmi delle stesse attività: affrontare realtà, cercare di capire qualcosa, raccontarlo. Spero di riuscire a continuare ancora.