Alla Biennale di Venezia si vende più che alla fiera di Basilea? Ma certo che sì

Durante le giornate inaugurali, collezionisti di tutto il mondo corrono ad osservare la rosa degli artisti selezionati, mentre i galleristi sono in attesa, pronti a vendere. In questo senso la Biennale può venire paragonata ad una fiera d’arte, con la differenza che i galleristi non devono pagare per lo stand. La Biennale di Venezia è […]

L’opera di Urs Fischer all’Arsenale - Biennale di Venezia 2011

Durante le giornate inaugurali, collezionisti di tutto il mondo corrono ad osservare la rosa degli artisti selezionati, mentre i galleristi sono in attesa, pronti a vendere. In questo senso la Biennale può venire paragonata ad una fiera d’arte, con la differenza che i galleristi non devono pagare per lo stand. La Biennale di Venezia è stata fondata con l’intento principale di creare un mercato per l’arte contemporanea. Strumento a tale fine era l’ufficio vendite, che assisteva gli artisti nella ricerca di compratori, con una commissione aggiuntiva del 10%.
Le vendite rimasero una parte inscindibile della Biennale fino al 1968, quando gli studenti e gli intellettuali occuparono i Giardini in opposizione alla cultura borghese, con slogan come “Biennale di capitalisti, bruceremo i vostri padiglioni!” e “No alla Biennale dei potenti!”. La Biennale decise di smantellare l’ufficio vendite, facendo del commercio un tabù presso i Giardini.
Ma alla Biennale e alle mostre collaterali la corsa agli acquisti è iniziata fin dal primo giorno. Avete presente la maestosa candela di Urs Fischer modellata a scultura del Giambologna? Ecco, quella è stata venduta prima dell’inaugurazione, per oltre 3 milioni di dollari. L’opera di Anselm Kiefer alla Fondazione Vedova è già stata venduta al magnate Eli Broad di Los angeles, e anche una mostra di giovani artisti arabi ha registrato il sold out. E che dire delle mostre di Pinault, che fungono da vetrina agli artisti presentati nella sua casa d’asta Christie’s?
Il commissario del Padiglione dell’Irlanda, Emily-Jane Kirwan, è la direttrice della Pace Gallery di New York, una delle gallerie più importanti del mondo. È stato quindi affidato un intero Padiglione ad un gallerista. C’è da aggiungere altro?
Facendo un balzo nel 2007, ricordiamo che la White Cube di Londra aveva venduto quasi tutte le opere di Tracey Emin del Padiglione della Gran Bretagna prima dell’apertura della Biennale. Nello stesso anno François Pinault aveva portato via una serie di dipinti di Sigmar Polke, lasciando a mani vuote molti direttori dei musei grazie al suo anticipo.
Quest’anno i galleristi gaudenti sono soprattutto Sprüth Magers, con cinque artisti, Eva Presenhuber di Zurigo, con sette artisti. Oppure Lisson Gallery con Allora & Calzadilla, o ancora Annet Gelink Gallery con Barbara Visser. Venezia è un’ottima occasione per visionare le opere, per poi comprarle a Basilea la settimana dopo.
A parte questi episodi, si sa che l’impatto della Biennale sulle vendite dei galleristi è molto forte, facendo aumentare le quotazioni degli artisti partecipanti. L’ufficio vendite non esiste più, e comunque non vi sono scambi di soldi all’interno della Biennale come se fosse una fiera, ma il mercato sicuramente non resta fuori…

Martina Gambillara

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Martina Gambillara
Martina Gambillara (Padova, 1984), laureata in Economia e Gestione dell'Arte, si è interessata fin dai primi anni dell'università al rapporto tra arte e mercato, culminato nella tesi Specialistica in cui ha indagato il fenomeno della speculazione nel mercato dell'arte cinese dell'ultimo decennio. Per passione personale si è costantemente dedicata all'osservazione dei risultati d'asta soprattutto del segmento di Arte Contemporanea, estrapolandone i trend e la correlazione con i mercati finanziari. In seguito il suo interesse si è spostato verso i mercati emergenti, da quello cinese scelto per la sua tesi, a quello sud-asiatico e mediorientale. Ha lavorato per gallerie, case d'asta e dal 2011 fa parte dello staff editoriale di Artribune.
  • alf

    Bell’articolo. Ricordo anche lo spaccio delle stampe in tiratura limitata di Chris Ofili fuori del padiglione Inglese qualche anno fa, a cura degli assistenti di Victoria Miro.

  • andrea

    concordo, articolo interessantissimo. fa luce su un aspetto poco dibattuto, se non taciuto, della kermesse. e così si spiegano anche le fortissime pressioni dei galleristi sui curatori affinché la scelta cada sugli artisti rappresentati… da più parti ho sentito ciò che i galleristi italiani fanno nel periodo di preparazione della mostra, mi chiedo però se sia una prassi solo italiana. qualcuno ha notizie attendibili?