Faenza Updates: appena il festival pubblica online i video degli incontri, andatevi a cercare quello del talk con Tullio Leggeri. Di corsa

Ma quali pettegolezzi. Ma quale aneddotica. Questa è la nostra storia dell’arte. Quando ha comprato tutta, in blocco, alla fine degli anni ottanta la prima mostra che Massimo De Carlo fece alla ‘scuola’ di Via Lazzaro Palazzi. Quando per mettere su il grande cappuccio bianco di Sislej Xhafa qualche biennale fa dovette mettersi in viaggio […]

Ma quali pettegolezzi. Ma quale aneddotica. Questa è la nostra storia dell’arte. Quando ha comprato tutta, in blocco, alla fine degli anni ottanta la prima mostra che Massimo De Carlo fece alla ‘scuola’ di Via Lazzaro Palazzi. Quando per mettere su il grande cappuccio bianco di Sislej Xhafa qualche biennale fa dovette mettersi in viaggio per la Spagna guidando lui i tir perché chi doveva farlo rispettava i limiti di velocità. Quando, nel suo ventennale sodalizio con Maurizio Cattelan, collaborò al Padiglione Italia della Biennale del ’97 (quella con Cattelan, Spalletti e Cucchi) e l’artista padovano, le biciclette che erano in mostra, le rubò a Mestre. Quando acquistò la prima opera di Silvie Fleury che però non era un’opera, ma veri e propri sacchetti da shopping abbandonati per sbaglio nello stand di una fiera (“gliel’ho pagata dopo anni, non sapevano quanto quotarmela”). E infine il suo mega-museo privato, Alt ad Alzano Lombardo, dove “faccio matrimoni e cene aziendali senza nessuno snobismo, per rendere ‘normale’ alla vista delle persone qualsiasi il linguaggio del contemporaneo”. Insomma ci sarebbe da ascoltarlo per ore filate, Tullio Leggeri, grande collezionista bergamasco, scrigno di mille storie dell’arte italiana e non solo degli ultimi quarant’anni. Per gente così, più che talk ai festival, ci vorrebbero docu-film e libri monografici. Perché, come dice lui, “noi” (intendendo i collezionisti veri e “malati”) “siamo fatti in un altro modo”.

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