Nel 1945 Andrè Bazin scriveva un saggio fondamentale nelle teorie dell’analisi del cinema dal titolo Il complesso della mummia. In quel breve trattato, il critico francese spiegava l’ossessione dell’uomo per esorcizzare il tempo.
Salvare l’essere attraverso l’apparenza è una pratica che risale all’emergere della coscienza. Dalla statuaria alla rappresentazione pittorica, gli sforzi dell’uomo per salvarsi dall’oblio e dall’evanescenza del proprio destino sono stati incessanti. Per questo motivo il lusso dell’astrazione, l’umanità se l’è concesso solo con l’avvento della fotografia.

Il rapporto di Bill Viola con le immagini, in un quadro più complesso, dimostra la tesi di Bazin. Da una parte l’elemento autobiografico (la caduta nel lago a 6 anni), dall’altra la scoperta della tecnologia video nel 1969, che ricreava condizioni affini alla sensazione mistica avuta in fondo all’acqua (il colore blu dello schermo elettronico). Il videasta prima testimonia che, dopo la morte della madre, non ha più potuto dividere le riprese amatoriali casalinghe da quelle “artistiche”. Poi riconosce che il potere più affascinante di una camera è quella certa proprietà trascendente di conservazione dell’anima, anche quando non c’è più il suo simulacro. In questa toccante confessione scopriamo anche quale sia il significato del vuoto per l’artista: l’unica possibilità di esistenza si concretizza proprio nello spazio che esiste tra gli oggetti, le cose e le persone.

Parole che ricordano quelle di un altro grande uomo di cinema, Jean-Luc Godard, che in Due o tre cose che so di lei (1967), uno dei suoi film situazionisti, recitava questa preghiera esistenzialista:“Poiché il rapporto sociale è così ambiguo, poiché il mio pensiero, diverso da quello di tutti gli altri, mi divide dagli altri, mentre mi rende simile a loro. Poiché un abisso separa la certezza soggettiva che ho di me stesso, dalla realtà oggettiva che io rappresento per gli altri (…) Poiché ogni fatto esterno incide sulla mia vita quotidiana, poiché non mi riesce di comunicare, cioè di comprendere e farmi comprendere, di amare e farmi amare e che ad ogni inutile sforzo mi sento più chiuso nella mia solitudine, poiché non posso sottrarmi all’obiettività che mi schiaccia, né alla soggettività che mi esilia. Poiché…”

Bill Viola - Emergence, 2002
Bill Viola – Emergence, 2002

Il tono religioso di Bill Viola non è, del resto, un sospetto infondato: per sua stessa ammissione, durante gli anni di formazione, ha sostituito le teorie dell’arte apprese all’università con percorsi più personali e liberatori orientati alla mistica islamica, al Buddismo, al Cristianesimo e infine ai precetti teologici di San Giovanni della Croce. Godetevi l’illuminante intervista di Christian Lund per il Louisiana Museum of Modern Art.

– Federica Polidoro

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Federica Polidoro
Federica Polidoro si laurea in Studi Teorici Storici e Critici sul Cinema e gli Audiovisivi all'Università Roma Tre. Ha diretto per tre anni il Roma Tre Film Festival al Teatro Palladium, selezionando opere provenienti da quattro continenti, coinvolgendo Istituti di Cultura come quello Giapponese e soggiornando a New York per la ricerca di giovani talent sia nel circuito off, che nell'ambito dello studentato NYU Tisch, SVA e NYFA. Ha girato alcuni brevi film di finzione, premiati in festival e concorsi nazionali. Ha firmato la regia di spot, sigle e film di montaggio per festival, mostre, canali televisivi privati e circuiti indipendenti. Sta lavorando ad un videoprogetto editoriale per la casa editrice koreana Chobang. È giornalista pubblicista e negli anni ha collaborato con quotidiani nazionali, magazine e web media come Il Tempo, Inside Art e Il Faro. Ha seguito da corrispondente i principali eventi cinematografici dell'agenda internazionale tra cui Cannes, Venezia, Toronto, Taormina e Roma e i maggiori avvenimenti relativi all'arte contemporanea della Capitale. Attualmente insegna Tecniche di Montaggio all'Accademia di Belle Arti.
  • Un grande artista che ha trasformato la percezione dei video