Nella scorsa annata cinematografica internazionale, Il figlio di Saul ha messo d’accordo un po’ tutti. La critica e l’intellettualità mondiale gli hanno riconosciuto premi di prestigio sia in Festival, che in Circoli di settore. Dopo il Grand Prix a Cannes, dove ha convinto anche la Fipresci, e il Golden Globe, adesso il film è in lizza per gli Oscar, con una marcia in più rispetto ai contendenti.
Il figlio di Saul è un film sull’Olocausto e sui campi di concentramento con un punto di vista completamente nuovo. Il protagonista Saul, interpretato da Géza Röhrig, fa parte dello speciale corpo dei Sonderkommando, ebrei addetti ai forni crematori. Nello scenario di morte, tra i cadaveri, Saul crede di riconoscere un figlio che non ha mai avuto. Trascurando l’organizzazione della rivolta in atto fra i suoi compagni, sembra essere interessato soltanto a trovare un rabbino in grado di seppellire adeguatamente il giovanotto.
Il film è girato con camera a mano, sempre sul collo di Saul, così lo spettatore vede quasi dal suo punto di vista, ma senza scivolare nell’identificazione. Laszlo Nemes, che ha perso parte della sua famiglia in un lager, fa una scelta particolare riguardo la visuale, stringendo il campo al minimo indispensabile: uno spazio claustrofobico e allo stesso tempo disorientante. Non cerca la pietà dello spettatore, lasciando fuori fuoco morti, cadaveri, orrore e persino il figlio di Saul, il cui volto è sempre coperto dalla testa del padre.
La ribellione solitaria del protagonista ha una forza etica superiore e, grazie ai raffinati meccanismi narrativi selezionati dal regista, esprime nella forma lo stesso decoro e la medesima dignità che sono le qualità del suo personaggio principale. Noi di Artribune abbiamo chiesto a Géza Röhrig, in visita a Roma per la presentazione del film, di raccontarci la sua esperienza sul set. Nel video trovate l’estratto di quella giornata.

– Federica Polidoro

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Federica Polidoro
Federica Polidoro si laurea in Studi Teorici Storici e Critici sul Cinema e gli Audiovisivi all'Università Roma Tre. Ha diretto per tre anni il Roma Tre Film Festival al Teatro Palladium, selezionando opere provenienti da quattro continenti, coinvolgendo Istituti di Cultura come quello Giapponese e soggiornando a New York per la ricerca di giovani talent sia nel circuito off, che nell'ambito dello studentato NYU Tisch, SVA e NYFA. Ha girato alcuni brevi film di finzione, premiati in festival e concorsi nazionali. Ha firmato la regia di spot, sigle e film di montaggio per festival, mostre, canali televisivi privati e circuiti indipendenti. Sta lavorando ad un videoprogetto editoriale per la casa editrice koreana Chobang. È giornalista pubblicista e negli anni ha collaborato con quotidiani nazionali, magazine e web media come Il Tempo, Inside Art e Il Faro. Ha seguito da corrispondente i principali eventi cinematografici dell'agenda internazionale tra cui Cannes, Venezia, Toronto, Taormina e Roma e i maggiori avvenimenti relativi all'arte contemporanea della Capitale. Attualmente insegna Tecniche di Montaggio all'Accademia di Belle Arti.