DANIMARCA, ARCHEOLOGIA DI UN PADIGLIONE
Semplice all’apparenza, giocato sui vuoti e sull’idea di sospensione, il Padiglione Danese di Danh Vō, artista vietnamita cresciuto a Copenaghen, è in realtà un progetto assai complesso. Sul piano dei segni, dei simboli, del concetto di tempo e della natura degli spazi.
L’artista lavora innanzitutto sull’architettura, preparandola ad accogliere il suo intervento come si fa con la scenografia di uno spettacolo o l’apparato liturgico di un rito. La differenza è che qui si procede non per aggiunzione ma per sottrazione. Danh Vō ha riportato il Padiglione alle sue origini, eliminando le superfetazioni che ne avevano modificato l’aspetto nel corso dei decenni. Via la pittura bianca, riemergono la pietra calcarea e i serramenti in teak birmano, riaperta una finestra  al piano terra, chiuse delle porte ricavate anni prima, eliminato l’impianto elettrico: la luce, come previsto nel progetto iniziale, è solo quella naturale, in accordo con le ore e le stagioni.
L’intento è quello di utilizzare l’architettura come superficie pura, in cui abbandonare gli elementi sciolti di un discorso concettuale e poetico. I luoghi e le cose interagiscono secondo dinamiche spirituali, arcaiche.

DAL BUSTO DI APOLLO A UN RAMO DI QUERCIA
Tutto ruota intorno ad un’estetica del reperto: l’archeologia come modalità di attraversamento, la memoria come strumento di lettura. Niente piedistalli, niente orpelli. Gli oggetti giacciono, come presenze minime e auliche, tra il pavimento e le pareti candide, essendo indizi di una storia sedimentata e originaria.
Si mescolano così riferimenti al sacro, alla natura, al modernismo, a testi biblici, al Medioevo. Rami di quercia e di ligustro trovati a Città del Messico; una scultura ella Vergine dell’Annunciazione (1350) appollaiata du un frammento di un sarcofago romano in marmo; un tavolo vintage del designer Finn Juhl intitolato alla figura di Giuda (Judas, 1949); un Cristo ligneo crocifisso contro un vetro inciso a lettere gotiche; vasi cinesi come fossili, emersi dal relitto di una nave; piastrelle messicane e pareti rivestie in seta rosso-cardinale (tintura ottenuta alla maniera peruviana, tramite le secrezioni della cocciniglia); un torso marmoreo di Apollo e la testa di un cherubino, custoditi dentro vecchie scatole di latte o whisky e adagiati al suolo. Latitudini che si incrociano, lungo un tempo dell’emersione e della traccia. Muovendosi tra le pieghe dello spirito.

Helga Marsala

56° Mostra Internazionale d’Arte di Venezia – All The World’s Futures
videostory – Padiglione Danimarca
Video di Andrea Liuzza

Produzione: MMAP
in collaborazione con Artribune Television

 

CONDIVIDI
Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.