Li abbiamo visti sulle copertine dei più prestigiosi magazine internazionali. Li abbiamo visti sulle bacheche Facebook e incrociati fra i cinguettii di Twitter. Li abbiamo condivisi, commentati, guardati con sofferenza o distrazione. E abbiamo discusso, a lungo, sull’opportunità di dare spazio a quelle foto: le immagini dei piccoli cadaveri trasportati a riva dalle onde, dopo l’ennesimo naufragio di clandestini, hanno commosso il mondo, turbato le coscienze, manipolato il dibattito internazionale. Due le scuole di pensiero: ancorché crudo e feroce, il ritratto della morte di un innocente può aiutare a disgelare la sensibilità atrofizzata della gente; oppure, al contrario, nessuna giustificazione per l’uso mediatico di corpi e volti divenuti simulacri freddi del dolore.
Non solo migranti, però. Quanti bambini cadavere, bambini schiavi, bambini scheletri, denutriti o moribondi, bombardati ed affamati; quanti uomini, donne e ragazzini fragili, finiti nella pletora di icone che sommerge internauti e spettatori?

CHI TUTELA I MINORI FINITI SU SPOT E COPERTINE?
Da qui è nata la campagna “Anche le immagini uccidono”, promossa da Redani – Rete della Diaspora Africana Nera in Italia. Obiettivo: sensibilizzare l’opinione pubblica e coinvolgere le Istituzioni intorno all’uso indiscriminato delle immagini da parte delle associazioni e ONG per la raccolta di fondi destinati agli aiuti umanitari.
Tante le questioni di fondo: l’assenza di liberatorie da parte dei genitori a tutela dell’uso di immagini di minori; il tradimento della deontologia giornalistica sancita dalla Carta di Treviso; il pericolo di assuefazione dinanzi al proliferare di visioni tragiche, in una progressiva anestesia estetica e sociale; il rispetto della dignità delle persone, in casi di disagio, malattia o addirittura morte.

Lo spot lanciato da Redani – abbinato a un secondo video con una testimonianza dell’ex Ministro Cécile Kyenge e a una serie di interviste a personaggi del mondo politico-culturale – piazza davanti alla telecamera una schiera di uomini e donne di colore. Muri, severi, sguardi fissi. I loro occhi raccontano un dolore sedimentato, custodito nella memoria, conosciuto e portato addosso. Ma non visibile. Lo strazio, stavolta, non c’è. Uno spot che sceglie di evocare, di non dichiarare. E di non uccidere, una seconda volta, puntando immagini sul mondo come armi improprie e virali.

Helga Marsala

http://ancheleimmaginiuccidono.org/

 

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Helga Marsala
Helga Marsala è giornalista, critico d'arte contemporanea e curatore. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Oggi membro dello staff di direzione di Artribune, è responsabile di Artribune Television. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanee. È stata curatore nel 2009 dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico di SACS nel 2013, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura progetti espositivi presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali, specificamente delle ultime generazioni.
  • Angelov

    Condivido il contenuto di questo articolo: lo sciacallaggio mediatico perpetrato da sedicenti reporter e giornalisti nei confronti degli indifesi, specialmente bambini, grida vendetta al cielo.
    Questa reazione spero rappresenti un punto si svolta irreversibile, a quella pratica di sopruso, a cui gli spettatori si erano ormai assuefatti, dimentichi di un minimo senso di legittima dignità dovuta a degli innocenti, forse anche perché loro stessi spettatori, ormai privi di essa.