Roma condivide con diverse capitali politiche una nomea solo in parte meritata; condivide con Berlino e Washington e Parigi – per non fare che alcuni esempi – la fama di essere una città sciatta e fannullona, che si dà una mossa soltanto quando c’è da guadagnare qualcosa (possibilmente esentasse) e comunque senza affidabilità, senza organizzazione, senza costanza.
Ma spesso sono poi proprio quelle, le città che dimostrano di avere angoli e strati e risorse nascosti, poco visibili ma estremamente… ecco: sani. Roma lo sta dimostrando nel campo dell’arte urbana, con un nugolo di realtà che in maniera autonoma hanno reso ampie zone periferiche dei luoghi in cui ci si è confrontati e ci si confronta con l’arte e con ciò che essa si porta dietro quando è autentica.
Qui però si parla di libri. E due pubblicazioni recenti raccontano altrettante esperienze che, proprio per tenacia, regolarità, chiarezza, rischiarano un panorama spesso desolante. La prima è legata sin dal nome, dal gioco di parole, a Villa Massimo, la sede romana dell’Accademia Tedesca – tassello di quella straordinaria rete, di accademie straniere appunto, che solo e soltanto la nostra capitale può vantare. E raccoglie in volume dieci anni di Soltanto un Quadro al Massimo, ventuno mostre tenutesi dal 2003 al 2013 e curate dal direttore dell’istituzione, Joachim Blüher, e da Ludovico Pratesi. Ogni mostra, due artisti della stessa generazione, ogni artista un solo quadro (una sola opera, in realtà – perché da Villa Massimo sono passate fotografie e sculture e installazioni…). Disposti uno di fronte all’altro, in uno spazio angusto, come in “combattimento di pugilato”.
Si cominciò con Georg Baselitzed Enzo Cucchi, e quello che poteva essere un esperimento una tantum divenne un ciclo di confronti, per giungere alla cifra di quarantadue artisti in dieci anni. “Ogni volta il confronto ha assunto connotazioni inaspettate, tra assonanze e dissonanze, prossimità o distanze, spesso risolte in dualità e risonanze silenziose e profonde”, scrive Pratesi. E in breve tempo Soltanto un Quadro al Massimo è diventato un appuntamento cult.

“Troppo facile”, si dirà, “prendere a esempio di rigore capitolino una serie di mostre organizzate da un’istituzione tedesca”. E allora cambiamo completamente contesto: siamo nel 2010 e, nello studio di un giovane critico chiamato Alberto Dambruoso, ogni martedì si svolgono appunto I Martedì Critici. Ogni settimana, un artista parla della propria opera. Il pubblico è ristretto, ma non riesce comunque a stare tutti in quel simil-loft. Il passaparola fa il resto. Non cediamo alla meritatissima storia epica di questa vicenda, la raccontano già i tanti interventi che sono raccolti nel volume celebrativo del primo quinquennio dell’impresa.
Ora I Martedì Critici viaggiano, si spostano in altre città, godono di location ampie e istituzionali. Allora no; allora si esprimeva un’esigenza banale ma non soddisfatta, ovvero quella di far parlare gli artisti, e di avere la possibilità di porre domande, confrontarsi, cercare di capire e spiegarsi. Senza troppi filtri dettati dai setting chiamati “vernissage”, “testo critico”, “panel”, “statement”.

Dicevamo di un libro. Che in realtà è molto di più: è un elegante cofanetto edito da Marietti, tela nera con incisioni rosse. Dentro c’è un libro che racconta con immagini e parole questa vicenda, alla quale auguriamo vita lunghissima. Ma soprattutto ci sono due DVD: il primo consacrato a quel mitico primo anno, il 2010; e poco importa che la qualità dei filmati sia scarsa: è una documentazione interessantissima, dell’impresa e degli artisti coinvolti. Il secondo DVD copre il periodo successivo: naturalmente non sono le conversazioni integrali, ma l’editing è intelligente e ne emerge un catalogo di estetica e poetica di rara ricchezza.
E con ciò, con questi due esempi luminosi, speriamo di aver scalfito almeno un poco lo stereotipo col quale abbiamo cominciato.

Marco Enrico Giacomelli

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #27

 

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.