La proiezione stampa d’apertura del Festival del Cinema di Venezia di solito registra il tutto esaurito, file lunghe, liti all’ingresso con il personale per prendere posto in sala o perfino sui gradini. Altro lo scenario della prima mattinata in sala Darsena, dove lo spazio – che è parecchio ampio – sembrava invece semi vuoto.
Everest di Baltasar Kormakur ha lasciato gli spettatori senza parole. Nel senso che sui titoli di coda regnava un silenzio imbarazzato, nessun commento, quasi l’indifferenza. Poco significativa anche la conferenza stampa, dove peraltro erano presenti alcuni dei “real life talent”, come chiamano quelli che sulla montagna in quell’occasione c’erano davvero e sono riusciti a tornare indietro. Oltre al trauma di trovarsi di fronte alla morte in un ambiente estremo sono tante le questioni etiche che solleva il film.

Tra alcuni giorni a Festival si vedranno storie tragiche, che riguardano la vita di persone che non possono permettersi nemmeno di mangiare, che non hanno acqua da bere o che sacrificano la vita in guerra. E allora, spettacolarità gratuita 3D in questo contesto e il proclama sull’eroicità di un’operazione che è avvenuta soprattutto a scopi lucrativi (la società dei protagonisti vendeva scalate sull’Everest a privati per la modica cifra di 65.000 dollari a testa) può essere un affronto sadico ai tanti che lottano oggi per la sopravvivenza. Per certi versi è come – se non peggio – quando Jorgen Leth, ne le Cinque Variazioni di Lars Von Trier mangiava in smoking salmone e champagne di fronte a una folla di poveri derelitti nella più povera baraccopoli di Nuova Delhi. Quel film ironizzava sull’attitudine di certi prepotenti. Quelli che oggi hanno sfrontatamente fatto passare una sfortuna cercata col lanternino per una morte eroica. Potevano avere il buon gusto di non usarlo come apertura e di spostarlo a cavallo del primo week end.
Prendendo il film per quello che è: un’operazione commerciale all’americana per portare un po’ di star sul red carpet.

Federica Polidoro

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Federica Polidoro
Federica Polidoro si laurea in Studi Teorici Storici e Critici sul Cinema e gli Audiovisivi all'Università Roma Tre. Ha diretto per tre anni il Roma Tre Film Festival al Teatro Palladium, selezionando opere provenienti da quattro continenti, coinvolgendo Istituti di Cultura come quello Giapponese e soggiornando a New York per la ricerca di giovani talent sia nel circuito off, che nell'ambito dello studentato NYU Tisch, SVA e NYFA. Ha girato alcuni brevi film di finzione, premiati in festival e concorsi nazionali. Ha firmato la regia di spot, sigle e film di montaggio per festival, mostre, canali televisivi privati e circuiti indipendenti. Sta lavorando ad un videoprogetto editoriale per la casa editrice koreana Chobang. È giornalista pubblicista e negli anni ha collaborato con quotidiani nazionali, magazine e web media come Il Tempo, Inside Art e Il Faro. Ha seguito da corrispondente i principali eventi cinematografici dell'agenda internazionale tra cui Cannes, Venezia, Toronto, Taormina e Roma e i maggiori avvenimenti relativi all'arte contemporanea della Capitale. Attualmente insegna Tecniche di Montaggio all'Accademia di Belle Arti.