Carol Rama si è spenta, nella sua Torino, a 98 anni. Un secolo d’irriverenza e di candore, di delicatezza e di trasgressione, di seduzione e di rigore. L’eterna bambina, la sacerdotessa dalle vesti scure, colei che scelse il margine come condizione migliore. Irregolare, fino alla fine. Lei, con lo sguardo severo e l’espressione accigliata, e poi con quel fragore di risata e la battuta pronta, la frase sboccata, l’aneddoto ironico e poi la parola pacata. Lei, che anche alla memoria assegnava “un gusto sottile, molto erotico, sensuale”, quasi che ricordare fosse un fatto d’intimità, fra il proprio io e il proprio inconscio, un’avventura scandalosa, da condividere con gli altri per mezzo della narrazione.
Ed era narrazione di parole, nelle poche ma straordinarie interviste, e soprattutto narrazione d’immagini, di quadri, di visioni. Il piccolo mondo feroce di Carolina Rama era fatto di corpi, di lingue, di bocche e di cose, di vulve e di peni, di manicomi e reminiscenze luttuose, di malattia, malinconia e joie de vivre, di denti, pupille, lingue, serpenti, commozioni.

Carol, con la saggezza dei suoi molti anni, l’esperienza di un vecchio dolore familiare e lo stupore come condizione interiore, d’infanzia a prescindere. Carol con i capricci ed i peccati, praticati per scelta e quasi per religione, non avendo altre religioni a parte la vita, tutt’uno con la morte, sempre: complessa, contorta, in questo continuo ricamare e riannodare ferite o relazioni.
I corpi di Carol Rama sono corpi a pezzi, forse artaudiani, forse fiabeschi, corpi fra orchi, mostri, fantasmi, delizie e piaceri, corpi solitari e membra disciolte, come i versi di una poesia senza metrica, né schemi; un corpo “lacerato, diviso, ferito”, quando l’arte si fa “proiezione nella carne di una lacerazione psichica e mentale, e viceversa”. Parole dell’amico e compagno d’avventure poetiche Eduardo Sanguineti.

Io dipingo per istinto e dipingo per passione, e per ira e per violenza, e per tristezza e per un certo feticismo, e per gioia e malinconia insieme, e per rabbia specialmente. I miei quadri piaceranno a chi ha sofferto”. Così disse Carol Rama. Desiderosa di sedurre l’universo intero, con gli occhi magnetici, con la ritrosia costante e insieme con una comunicazione tutta carnale, tutta mentale. E con l’arte, naturalmente. Seduttiva per forza di cose, per volontà di possedere e d’essere posseduta, per volontà di potenza. Non quella del genio, ma quella dell’artista, che è talento e quindi “costanza, esercizio, lavoro”. Una pratica quotidiana e necessaria. Roba per leggersi dentro e vomitare la matassa di incubi, desideri, passioni: un’eruzione vulcanica, nella notte di un’esistenza tutta da esplorare. Un mestiere da banditi, per eletti e disperati, consapevoli fino allo strazio, disposti a osare per vocazione.

Tutto era esplicito, per lei. Tutto si tramutava in forma, in delicata provocazione, in scrittura incisiva, sfacciata, amabile, accurata. “Lei non lavora sulle velature, sul nascondimento sulla lateralità, sul mormorio erotico”, spiegava Achille Bonito Oliva. “Lei lavora sull’esplicito di una sessualità che come una bambina propone a piene mani allo sguardo stupefatto del pubblico”. E ancora: “è l’idea di una sessualità totale irraggiungibile. È l’elaborazione di un lutto, di un’unità perduta, di un erotismo che non può essere vissuto, pena il giudizio negativo di un mondo adulto. E l’arte è lo spazio della festa, dove non esiste né alto né basso, né destra né sinistra, né gerarchie tra ciò si può dire e ciò che si deve tacere”.

Taceva Carol Rama, quando raccoglieva i pensieri, quando dubitava, quando meditava, quando preparava la prossima freccia appuntita o una nuova movenza aggraziata. Ma non taceva la sua pittura, mai. Niente rimaneva sospeso, dissimulato. Fu una pittura profonda come l’inconscio e vera come ogni segno in superficie; pittura fra le viscere e la pelle, fra il luccichio e l’ombra, fra la sensualità e il tormento. Pittura altissima, d’eleganza, di libertà, di tradimento, ma soprattutto d’arguzia e di volontà. Mai allineata, mai omologata, sempre luminosa e solitaria. Perché “la bellezza è vicina all’intelligenza, sempre”.

Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è giornalista, critico d'arte contemporanea e curatore. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Oggi membro dello staff di direzione di Artribune, è responsabile di Artribune Television. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanee. È stata curatore nel 2009 dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico di SACS nel 2013, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura progetti espositivi presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali, specificamente delle ultime generazioni.