Gaza è spesso descritta come la più grande prigione del mondo all’aria aperta, perché nessuno è autorizzato a entrare o uscire. Ma definirla così sembra ingiusto nei confronti delle prigioni, visto che qui manca l’elettricità o l’acqua potabile quasi tutti i giorni”. Parole di Banksy, che lo scorso febbraio si recava nell’inferno senza fine tra Israele e la Palestina, lasciando quattro suoi graffiti tra le macerie e affidando a un video la documentazione di una nuova missione estrema.
Da Bomb damage, ispirata a “Il pensatore” di Auguste Rodin, all’innocuo micio bianco che  fa il verso alla superficialità della comunicazione sui social (“la gente su internet guarda solo foto di gattini”), passando per le sagome di alcuni bimbi su una giostra, il celebre street artist britannico ha inciso il suo segno nel cuore di una deflagrazione sociale, politica e urbanistica che lascia sgomenti, per resistenza e ferocia: case distrutte, cumuli di polvere e detriti, comunità umane rassegnate al pericolo e alla disperazione, da decenni. Un teatro di morte, che non conosce tregua. Lapidario il quarto intervento, una semplice scritta rossa su un muro: “Se ci disinteressiamo del conflitto tra i forti e i deboli, ci mettiamo dalla parte dei forti, non siamo neutrali”.

Lungo questo breve tragitto, in cui i muri di Banksy diventano aperture poetiche ed ironiche, intrise di immaginazione, leggerezza, consapevolezza, un gruppo di adolescenti ha messo in scena la sua azione di denuncia. Il parkour, l’arte di attraversare le città tra numeri acrobatici, diventa il mezzo per accompagnare lo spettatore in quel deserto dell’orrore, mostrandone le pieghe ed il non senso. E allora, “Welcome to Gaza”: niente acqua potabile ed energia elettrica, niente case per circa 12 milioni di persone né possibilità di ricostruirle, niente orizzonte, né futuro, né memoria.

La spettacolare passeggiata funambolica, ripresa da una telecamera, porta tra i luoghi dei bombardamenti, soffermandosi sui murales di Banksy e svelando una città aliena, popolata di incubi, ma anche di sogni: quelli di chi, a 20 anni, ha addosso tutta l’energia della vita  e della protesta. Come Abdallah AlQassab, leader della crew, che sulle note del celebre rapper palestinese Shadia Mansour racconta la sua Gaza, lo stato d’emergenza e la voglia di cambiare delle nuove generazioni. Ragazze e ragazzi figli di un conflitto che nessuno comprende più, che nessuno vuole più subire. Ogni balzo da un palazzo diroccato, ogni salto mortale o volteggio che sfida la gravità, è una dichiarazione d’indipendenza, di libertà e desiderio. Un’altra Gaza, un’altra immagine dell’inferno.

Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.