In Francia è stato un successo di pubblico. “La famiglia Belier”, ultima prova di Eric Lartigau, è un film sulla crescita di un’adolescente. Niente di particolare se non fosse ricontestualizzata in uno spazio bucolico e con una famiglia tanto particolare e buffa da declinare il tema in maniera unica. I Belier sono agricoltori della provincia francese. Non parlano e non possono udire suoni, ma hanno organizzato un microcosmo del tutto funzionale alla loro realtà. L’anomalia dei Belier è rappresentata da una figlia normodotata che fa da interprete ogni giorno tra i suoi genitori e il mondo, occupandosi di attività che spaziano dalla gestione manageriale dell’azienda di famiglia alle imbarazzanti discussioni col ginecologo sulle micosi della madre. Paula, però, per paradosso, non solo ci sente benissimo e può parlare, ma ha una voce riconosciuta dal maestro di canto come un dono eccezionale. La notizia viene vissuta come uno shock dalla famiglia, quando scopre che Paula potrebbe addirittura vincere il concorso indetto da Radio France e trasferirsi a Parigi. Tutto questo proprio mentre il papà si sta candidando come nuovo sindaco della città…

I film di Lartigau sono sempre un po’ fuori dagli schemi. Che si tratti di parodie della fantascienza americana (A Ticket to Space, 2006) o di pseudo thriller satirici sui cliché borghesi (The Big Picture, 2010), il regista riesce sempre a dare alle sue storie una connotazione personale, umoristica e accurata. In questo caso, muovendosi nel genere e toccando temi popolari, è riuscito a far vincere un Cesar come miglior attrice esordiente a Louane Emera, protagonista della vicenda, scovata, neanche a dirlo, nella versione francese del format The Voice. La sceneggiatura è solida e divertente, valorizzata anche dalle interpretazioni di Karin Viard e Francois Damiens (papa e mamma Belier), che per l’occasione hanno dovuto imparare il linguaggio dei segni, e di Eric Elmosnino (nel ruolo del maestro di canto): una formula vincente che non sfrutta facili sentimentalismi, né patetismi, ma che nell’assurdità di un modello ironicamente ispirato alla famiglia Addams, trova organicità, coerenza e anche un senso spiccato e profondo di unione familiare. Già un piccolo classico.

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Federica Polidoro
Federica Polidoro si laurea in Studi Teorici Storici e Critici sul Cinema e gli Audiovisivi all'Università Roma Tre. Ha diretto per tre anni il Roma Tre Film Festival al Teatro Palladium, selezionando opere provenienti da quattro continenti, coinvolgendo Istituti di Cultura come quello Giapponese e soggiornando a New York per la ricerca di giovani talent sia nel circuito off, che nell'ambito dello studentato NYU Tisch, SVA e NYFA. Ha girato alcuni brevi film di finzione, premiati in festival e concorsi nazionali. Ha firmato la regia di spot, sigle e film di montaggio per festival, mostre, canali televisivi privati e circuiti indipendenti. Sta lavorando ad un videoprogetto editoriale per la casa editrice koreana Chobang. È giornalista pubblicista e negli anni ha collaborato con quotidiani nazionali, magazine e web media come Il Tempo, Inside Art e Il Faro. Ha seguito da corrispondente i principali eventi cinematografici dell'agenda internazionale tra cui Cannes, Venezia, Toronto, Taormina e Roma e i maggiori avvenimenti relativi all'arte contemporanea della Capitale. Attualmente insegna Tecniche di Montaggio all'Accademia di Belle Arti.