François Ozon è un regista che sorprende sempre. Nel magma del cinema contemporaneo si distingue per originalità, attenzione alla struttura narrativa e cura del dettaglio psicologico. “Una nuova amica” è la sua ultima avventura, partorita in un periodo piuttosto prolifico, in cui la sua produzione si diversifica tra le ispirazioni più varie, con un risultato degno dell’alto giudizio di critica e pubblico.
Il tema, trattato con la solita leggerezza e ironia, è un pretesto per mettere in scena, attraverso una sofisticata trama psicologica, l’evoluzione di due caratteri ai tempi della confusione di genere: con un padre travestito e una donna androgina, la sfida alla famiglia tradizionale opinata da Dolce e Gabbana è ormai archiviata alla paleontologia. Privo di giudizio morale, attuale e spiritoso, il film intriga lo spettatore contemporaneo con una serie di trucchi da grande narratore, mutuati dalla storia del cinema e dei generi, in cui Ozon si destreggia con una maestria e una classe comune a pochi. Nonostante un certo effetto caricaturale, la credibilità non viene mai meno e l’esperienza scopica trae il beneficio dell’insolito, a cui facilmente si prende gusto.

Grazie a una sapiente coreografia dei movimenti scenici, ai dettagli per gli sguardi, alla composizione dell’inquadratura, alla sapiente colonna sonora (sempre curata dal fedele collaboratore Philippe Rombi) e a una conclusione che mostra un’evoluzione rispetto all’inizio, lasciando però libera l’interpretazione dei fatti, il cinema di Ozon diventa un divertissement raffinato dell’intelletto, come in certi giochi di società dove il racconto è in divenire coi membri che ne prendono parte. Ad aggiungere appeal al pacchetto la scelta di un tipo di attori che rispondono a standard personali e che si possono identificare con presenze dai tratti adolescenziali: maschi efebici, donne androgine, corpi perfetti, filiformi, eleganti, che trasmettono una sensualità idealizzata, provocando un’attrazione fatale.
Noi, che lo seguiamo da sempre – già nel 2013 lo avevamo incontrato per Nella casa – non ci siamo lasciati sfuggire l’occasione di approfondire con lui i dettagli di questo ennesimo giro di valzer.

 Federica Polidoro

 

 

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Federica Polidoro
Federica Polidoro si laurea in Studi Teorici Storici e Critici sul Cinema e gli Audiovisivi all'Università Roma Tre. Ha diretto per tre anni il Roma Tre Film Festival al Teatro Palladium, selezionando opere provenienti da quattro continenti, coinvolgendo Istituti di Cultura come quello Giapponese e soggiornando a New York per la ricerca di giovani talent sia nel circuito off, che nell'ambito dello studentato NYU Tisch, SVA e NYFA. Ha girato alcuni brevi film di finzione, premiati in festival e concorsi nazionali. Ha firmato la regia di spot, sigle e film di montaggio per festival, mostre, canali televisivi privati e circuiti indipendenti. Sta lavorando ad un videoprogetto editoriale per la casa editrice koreana Chobang. È giornalista pubblicista e negli anni ha collaborato con quotidiani nazionali, magazine e web media come Il Tempo, Inside Art e Il Faro. Ha seguito da corrispondente i principali eventi cinematografici dell'agenda internazionale tra cui Cannes, Venezia, Toronto, Taormina e Roma e i maggiori avvenimenti relativi all'arte contemporanea della Capitale. Attualmente insegna Tecniche di Montaggio all'Accademia di Belle Arti.
  • Paolo Rumi

    a parte il disastro tecnico, ma perché avete omesso pezzi di testo ad esempio quello su Amanda Lear?