Si può raccontare tutto l’orrore del razzismo in un moto d’imbarazzo, in uno sguardo basso, in un silenzio fuori posto? Contenere il senso del pregiudizio in pochi minuti di vergogna e di compassione. E di dispiacere. Si può. Basta mettere delle persone a caso di fronte alla banalità del male, costringendole a guardare negli occhi una “vittima” e a vestire i panni – impropri – dei carnefici.
Con questa difficile dinamica gioca la nuova, intelligente campagna sfornata da Svetimageda – organizzazione lituana attiva contro razzismo, bullismo, omofobia – e lanciata a ridosso di questo 21 marzo, “Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale”: una data non casuale, che riporta al massacro di Sharpeville del 1960, sanguinoso capitolo dell’apartheid sudafricano, con 69 manifestanti neri uccisi da 300 poliziotti bianchi.
Il video, che sta spopolando sul web, non è altro che una candid camera: una sala d’aspetto finta, allestita all’interno di un palazzone a vetri, dove vengono fatte accomodare delle comparse per un provino pubblicitario. Nell’attesa, un giovane di origini africane, appena arrivato in Lituania, è intento a navigare sul suo iPad. A un certo punto chiede ai suoi vicini di sofà di tradurre dei messaggi ricevuti su Facebook e scritti nella lingua locale. Nessun problema: tutti ben lieti di dare una mano.

E qui le parole s’inceppano, sgretolandosi in gola. È il tempo della mortificazione, persino del tabù. “Scimmia”, “schiavo”, “tornatene in Africa”, “fai puzza”. Pronunciare l’orribile sequela di insulti, guardando negli occhi l’ignaro destinatario, è come sperimentarne l’indecenza, facendola propria. Ferire qualcuno, senza ragione.  La reazione di ognuno, in qualche modo, commuove. Nell’incredulità e nella sensibilità, nella delicatezza e nel disgusto, l’immagine di un’umanità civile, alle prese con la triade esatta del verbo razzista: ignoranza, crudeltà, ottusità.
E qui finisce la fiction. Di insulti come quelli fasulli del video ne firiscono quotidianamente a migliaia, tra gruppi, profili e conversazioni sui social network. Ma anche, in forme più o meno palesi, fra tribune politiche e mediatiche ufficiali.

Roberto Calderoli e Cecile Kyenge
Roberto Calderoli e Cecile Kyenge

Senza andare troppo lontano, basta pigiare il tasto rewind fino al luglio del 2013, quando il leghista Roberto Calderoli, vicepresidente del Senato, definiva “orango” l’allora ministro dell’Integrazione Cecile Kyenge, per via delle sue origini congolesi. L’Alto Commissariato dell’Onu per i Diritti Umani la definì un’”affermazione scioccante”, mentre i giornali internazionali additavano con sdegno l’Italia razzista. Indagato dalla procura di Bergamo, il Senatore non sarà condannato: lo scorso 5 febbraio la Giunta delle Immunità del Senato lo ha dichiarato non perseguibile dalla legge. Per le Istituzioni italiane altro non fu che una legittima “opinione espressa nell’esercizio delle funzioni di parlamentare”. A proposito di civiltà.

Helga Marsala

www.svetimageda.lt

 

 

 

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.