Raccontare la mostra di Beverly ha significato innanzitutto fermarsi ad osservare il rapporto fra le sue sculture e la città, col traffico, le luci serali. Queste sculture sono monumento fra monumenti, immobili. Sembrano sottrarsi allo scorrere del tempo. Poi naturalmente c’è il rapporto con l’Ara Pacis, che mi è parso ambivalente: sia le sculture che il monumento classico vivono di forme quasi archetipiche, su tutte la spirale. Ma non potevo non percepire, nella ruggine, una sorta di dramma implicito, quasi fosse segno della caduta dell’ideale nel mondo della materia”. Così Adrea Liuzza ci racconta il suo progetto video per Beverly Pepper (Brooklyn, 1922), protagonista di un intervento straordinario a Roma, curato da Roberta Semeraro, negli spazi esterni ed interni dell’Ara Pacis.

Fino al 15 marzo alcune opere della celebre artista americana, trasferitasi negli anni Cinquanta a Todi, in Umbria, sono in dialogo con il mausoleo di Augusto, gioiello del 9° secolo a.C., di recente consegnato al “guscio” contemporaneo del grande architetto Richard Meier. L’Ara Pacis diventa, per alcuni mesi, un teatro simbolico ed enigmatico, in cui la Storia si dipana, con la sua dirompenza ininterrotta, in direzione del passato e con un rimando forte al presente: la luminosità classica dell’altare augusteo, la purezza modernista della struttura architettonica ed il minimalismo organico del vocabolario plastico di Pepper, si articolano e si specchiano, gli uni negli altri, con una serie di rimandi e di contrasti aspri quanto armonici. Così è per l’acciaio color ruggine delle morbide forme scultoree, visualizzazione cruda di quella patina storica che ricopre i resti aulici della civiltà romana.

Beverly Pepper all'Ara Pacis
Beverly Pepper all’Ara Pacis

E così è per l’essenzialità di questi corpi dinamici, dal profilo dolce, che sono ragionamenti sulla luce e sullo spazio, sulle ombre e sulla prospettiva: volumi che mutano, al mutare del passo e della sguardo. Il loro rapporto con la metropoli caotica, con il tempio austero di Meier e con lo scrigno imperiale impreziosito da decori pagani, accende un cortocircuito tra l’antico ed il contemporaneo, precipitati in un tempo mitico, senza origine né nome. Le possenti sculture sono rovine del presente, figlie di un’archeologia impossibile, innestate su un flusso di memoria, di potenza e di caduta.
Di tutto questo dà testimonianza sensibile e puntuale il video di Liuzza, che recupera anche alcune immagini d’archivio tratte dal film “Un anno con Beverly” di Marco Agostinelli. Un racconto tra time-lapse, split-screen, momenti dal backstage e meditazioni intorno alle sculture, stagliate contro i cieli notturni di Roma.

Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.