Si è spenta nel sonno, tranquillamente. Senza avvisare, senza soffrire, discreta come sempre era stata: una miscela di sobrietà e di leggiadria. Virna Lisi, 78 anni, aveva scoperto da poche settimane di avere un cancro. Davanti a sé un destino di malattia, alle spalle una vita straordinaria, piena d’amore e di conquiste, ma anche un recente dolore, troppo grande da metabolizzare. Nel 2013 moriva Franco Pesci, suo marito: più di mezzo secolo trascorso insieme, un legame simbiotico che aveva lasciato una voragine nel cuore di lei e un’ombra sui suoi tratti soavi. Eppure, aveva ancora lo stesso viso di ragazzina: nonostante i segni, nonostante i drammi.

Virna Lisi non era mai cambiata. Bellissima, con quella luce addosso, quella potenza espressiva, quell’eleganza innata, tali da generare una strana mistura, difficile da dire a parole. Uno di quei casi in cui una bellezza regale, assoluta, si scioglie in una carica di sensualità. E di carattere.
Ambiziosa, concreta, razionale; solare ed energica. Ma senza che quel velo malinconico, appena percepibile tra l’azzurro degli occhi e la piega della bocca, fosse mai venuto meno. Una tristezza strana, sul fondo di una vitalità raggiante.

Convincente nei ruoli brillanti, struggente in quelli drammatici, di una raffinatezza proverbiale, Virna Lisi aveva una grande virtù, tutta concentrata tra il sorriso adamantino e lo sguardo acuto: era una donna profondamente umana. Eterea come un’apparizione ideale, quasi la proiezione di un desiderio; autentica come una persona qualunque e insieme speciale. Un fatto di grande sensibilità. Che lei portava in scena, con tutta la fatica del caso, che si trattasse di film impegnati, di commedie, di fiction tv o persino degli indimenticabili spot di Carosello: “Con quella bocca può dire ciò che vuole” era lo slogan di un dentifricio, passato alla storia, per una reclame in forma di siparietto teatrale. Lei, candida come una bambina (e come la sua smagliante dentatura), a infilare una battuta sconveniete dopo l’altra, tra classe ed ironia.

Fin da subito – ma con una maturazione progressiva nella ricerca attoriale, tentando di superare il gancio facile della bellezza – questa naturalezza con cui viveva il set ne segnò il talento. Magnetica e versatile, calamitava lo spettatore, mutando continuamente forma. Decine furono i ruoli plasmati con destrezza su quella faccia perfetta (mai intaccata dalla chirurgia plastica), su quel corpo flessuoso e statuario, su quell’allure da vera diva internazionale: celebrata a Hollywood, scritturata dalla Paramount, a un certo punto tornò in Italia, scappando dal turbinio dello showbiz e dalla maschera da bellona svampita che avevano disegnato per lei.

Scelse di essere moglie e madre, e insieme interprete in cerca di storie profonde, diverse, tutte da costruire. “Non ci penso nemmeno a sostituire la Monroe, ma io che c’entro con lei?”, disse nel 1964 a Oriana Fallaci, durante una storica intervista registrata in America: “Ho i lineamenti di bambola ma non sono affatto una bambola”, aggiungeva, “Se n’è accorto anche Fellini che il mio volto è assai duro, i miei occhi durissimi, una volta m’ha detto: «Virna, se dovessi farti fare una parte ti farei fare la parte della donna cattiva»”.

E la vita la passò ad inseguire la verità del personaggio, l’immedesimazione, la dimensione tragica delle tante esistenze rubate e fatte proprie, sul set. Spesso vestendo proprio la maschera della freddezza, dell’austerità, persino della cattiveria. Pagine e pagine di copioni consumate, per intercettare un canale che fosse davvero umano, davvero vibrante. Raccontava ancora, in un’intervista del 2010 al Giornale: “Ho un rispetto enorme per il pubblico. Ancora oggi io studio il mio personaggio fino allo spasimo, e gli do tutto di me. Non imbroglio, io, non tiro a campare. Non do fregature. E credo che questo il pubblico lo senta”.

Virna Lisi è stata la severa sorella di Friedrich Nietzsche in “Al di là del bene e del male” di Liliana Cavani; una nonna tormentata, dura e insieme commossa in “Va’ dove ti porta il cuore” di Cristina Comencini; la spietata Caterina dè Medici, maschera pallida di crudeltà, in La regina Margot di Patrice Chéreau, ruolo che le regalò la Palma d’Oro a Cennes; Wilma Malinverni, ex cantante caduta in disgrazia, sfatta e disperata col suo naufragio esistenziale, in “La Cicala” di Alberto Lattuada, per cui vinse il David di Donatello; Sorella Alberta, madre superiora subdola, regista di violenze fisiche e psicologiche verso le educande di un convento, in “Le Ali della Liberta”, una delle molte fiction interpretate magistralmente per la tv.

E fu madre, tante e tante volte, davanti alla telecamera: “Mi piaceva fare la madre già quando avevo solo l’età per fare la figlia. Tanto che dovevano invecchiarmi col trucco, per rendermi credibile“. Fu la madre di Ettore Majorana ne “I ragazzi di via Panisperna” di Gianni Amelio; madre e nonna tradizionalista, al centro di una storia di conflitti familiari, ne “Il più bel giorno della mia vita” della Comencini, per cui vinse il Nastro d’Argento e il Premio Flaiano; e poi in “Caterina e le sue figlie” e “Baciamo le mani”, altre due fiction, in “Ernesto” di Salvatore Samperi, in “Buon Natale… buon anno” di Luigi Comencini, per cui conquistò un Nastro d’Argento.

E ancora una caterva di ruoli, di film, di racconti, di premi e riconoscimenti, recitando senza sosta, con abnegazione, negli ultimi anni soprattutto per il piccolo schermo, a fianco di attori e registi di primo piano: da Totò a Dino Risi, da Ugo Tognazzi a Nino Manfredi, da Margherita Buy , da Pietro Germi ad Alain Delon, da Anthony Quinn ad Anna Magnani, da Franco Nero ad Agnes Varda, da Jack Lammon a Frank Sinatra, da Tony CurtisMario Monicelli. Fino all’ultimissima esperienza con Latin Lover, di nuovo diretta da Cristina Comencini, film atteso nelle sale a marzo 2015.

“Mi hanno sempre detto che sono algida. In realtà dentro sono un’Anna Magnani”, disse una volta. Lei, biondissima, nordica, luminosa, con quell’anima complessa, dalla molte note tragiche, che per tutta la vita provò a portare a galla e a contenere, in una forma scenica perfetta. Cercandosi, tra i chiaroscuri dei suoi mille personaggi scomodi, difficili, infinitamente umani.

Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.
  • TheStylist

    Bellissima dedica, un vero omaggio ad una grande attrice e interprete italiana.

    • Helga Marsala

      grazie!

  • angelov

    Di attrici come Virna Lisi, o anche Silvana Mangano, si diceva che avessero, oltre la bellezza, una qualità in più, definita con l’aggettivo “fine”: era una donna molto fine; ora il termine non lo si usa più, anche perché la rarità di persone fini, ne ha fatto dimenticare il significato e l’uso…