Natale in Flanders Fields. 25 dicembre 1914: la street art e la tregua natalizia della Grande Guerra

Croci, divise, papaveri, un tappeto di neve e una partita di pallone. Il primo Natale in trincea delle truppe tedesche ed inglesi, all’inizio della prima guerra mondiale. Un momento di tregua, che la street art ha ricordato così. Mentre un grande marchio britannico lanciava uno spot

Flanders Fields artwork, dicembre 2014

Esattamente cento anni fa. Il Natale del 1914 fu un Natale di conflitti e di stenti, di cadaveri ed esplosioni, in trincea e fra i civili. Era l’inizio di un incubo passato alla storia come “Prima Guerra Mondiale”. Ricordato quest’anno con una serie di celebrazioni, in memoria di quei morti e di quelle ragioni belliche, che la ragione oggi rinnega e prova a silenziare.
Eppure, se il rito del Natale ha un senso, se una festa religiosa può essere, davvero, occasione di una pausa di rispetto e resistenza, è proprio un fatto avvenuto in quei giorni di terrore a raccontare il perché.
Il Natale del 1914 fu più forte di una resa, di un editto di pace, di un bandiera bianca o di un accordo di non belligeranza. Fu la fine temporanea e non ufficiale degli spari. E il ritorno al volto umano delle cose, per una notte sola. La tregua, nel nome della legge di Dio, per una volta più forte di quella degli eserciti e dei governi.

Si fermarono nei campi di battaglia delle Fiandre, le truppe inglesi e tedesche. Una terra neutrale, in cui dimenticarsi, per una volta almeno, della loro tragica missione. E dimenticarono le armi, le divise, le lingue differenti e le bandiere. I nomi dei rispttivi Stati e quelli di comandanti e generali. Si fermarono, nei gelidi Flanders Fields, e si misero  cantare, a giocare a calcio, a scambiarsi auguri, doni e strette di mano. Ipocrisia, prima di riaprire il fuoco? Forse. O forse solo la disperazione, nel bisogno di un miracolo breve. Quei due giorni segnati in rosso sul calendario divennero l’occasione, la speranza, la possibilità di un tradimento sano. E di una riconciliazione.

Flanders Fields artwork, dicembre 2014
Flanders Fields artwork, dicembre 2014

Oggi, a distanza di cento anni, VisitFlanders, l’agenzia del turismo per le Fiandre e Bruxelles, ha scelto di ricordare quella tregua attraverso l’arte. Commissionando due opere di street art per Londra, in zona Shoreditch, e Berlino, a Potsdamer Platz. Ci hanno lavorato insieme gli artisti britannici Zadok e Ninth Seal e il tedesco Sokar. Il risultato sono due grandi murales, tutti giocati sui toni del bianco, del nero e del rosso, in cui la morsa soffocante della guerra, il rigore e la paura, si srotolano in una lunga sequenza, intrecciandosi alle insolite scene di pace e di sospensione, di gioco e di liberazione.
Intanto Sainsbury’s, la terza catena di supermercati del Regno Unito, a questa storia ha dedicato uno short film, proprio in occasione del Natale: una suggestiva narrazione cinematografica, ricordando quei giorni in una terra di nessuno, tra i papaveri dei Flanders Fields, dove gruppi di militari tiravano calci a un pallone, regalandosi l’illusione della pace, per 48 ore appena.
Sarebbero dovuti passare quattro lunghi anni, perché quell’armistizio divenisse la tregua finale. Quattro anni ancora, 9 milioni di caduti in battaglia e 7 milioni di vittime civili.

Nel maggio del 1915 il Tenente Colonnello John McCrae, medico, poeta e soldato, dedicò a quei campi una poesia straziante e lieve, che iniziava così: “In Flanders fields the poppies blow / Between the crosses, row on row, / That mark our place; and in the sky / The larks, still bravely singing, fly / Scarce heard amid the guns below” (Sui campi delle Fiandre spuntano i papaveri / tra le croci, fila dopo fila, / che segnano il nostro posto; e nel cielo / le allodole, cantando ancora con coraggio, volano / appena udite tra i cannoni quaggiù).
Ancora oggi, nel mondo anglosassone, il giorno dei caduti della Prima Guerra Mondiale viene chiamato “Poppy day”. In memoria di quei versi, di quei campi e di quei papaveri, sbocciati in mezzo alle croci.

Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.