Dalla vertiginosa  architettura specchiante del Kunstmuseumdi Wolfsburg all’abbagliante sole artificiale della Tate, passando per la nebbia caleidoscopica del Martin Gropius-Bau, Olafur Eliasson da anni sfrutta il potere percettivo dell’installazione ambientale, incrociando fisica, ottica, studio del paesaggio, un certo lirismo e un pizzico di leggerezza che ammicca all’estetica da lunapark. Con grazia, però. E pienezza di senso.
Eliasson compie incantesimi, senza troppo dissimularne il trucco, puntando a disorientare, a conquistare i sensi dello spettatore, a svelare piccoli grandi miracoli artificiali lungo il percorso in galleria, per la città, dentro una sala museale. Fenomeni paranormali irresistibili. Tra metri cubi d’aria, spicchi di luce, cascate urbane, piogge dal soffitto.

Stavolta siamo in Danimarca, al Louisiana Museum of Modern Art, a nord di Copenaghen. Che di colpo s’è capovolto in un frammento di natura: sfondato, contaminato dall’enfasi d’acqua e di terra arrivata da un sottosuolo che non c’è. O da un passato sedimentato. L’ala sud del museo, aggiunta nel 1982 sopra un pendio, ampliò l’edificio disegnato nel 1958 da Jørgen Bo e Wilhlem Wohlert, bell’esempio di modernismo danese dalle  forme pure e le armonie luminose, innestate sul paesaggio. Qui Eliasson si aggancia alla storia del sito, declinando  l’antica questione del rapporto tra natura e architettura. Come? Mettendo in scena il paesaggio stesso, tra le bianche pareti minimali, osessivamente asettiche, dello spazio espositivo, negato e insieme enfatizzato. Straniamento massimo.

Olafur Eliasson, Riverbed, 2014
Olafur Eliasson, Riverbed, 2014

Il percorso di Riverbed (2014) si snoda lungo il letto di un fiumiciattolo, che scorre tra i sassi scuri ed il terriccio. L’unica cosa da fare è calpestare l’opera, perdercisi in mezzo, seguirne la direzione lieta, godendosi l’avventura da improvvisati esploratori. Il teatro della seduzione panica, però, è destinato a tradirsi. Dentro la scatola fluviale, tra i colori lunari e l’odore di umido, mancano l’aria, la luce, l’orizzonte. La dialettica tra l’in e l’out funziona ed Eliasson porta  a compimento un’altra storia, un’altra azione di piacere e di disturbo. Passeggiare tra l’acqua e le pietre, o fuggire incontro al lussureggiante giardino, fuori dalle stanze del Louisiana, è un fatto di tempi, di attitudini, di soglie. Finché il “miracolo” non lascia avanzare limiti (e pareti) e il sentiero non si fa ossessione: spazio algido, claustrofobico, soffocato dalla simulazione.

Helga Marsala

www.louisiana.dk

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.
  • Ruote Telluriche

    Un pó di memoria storica, suvvia! Queste cose sono giá
    state fatte e rifatte a partire dagli artisti dell’Anti Form e dell’Arte
    Povera internazIonale di fine anni 60.
    Si prega di cercare nei remainders il catalogo Mazzotta curato a suo tempo da Celant “Arte Povera”,tanto per citare la prima cosa che mi viene in mente.

  • angelov

    Ricorda un po’ Earth Room di Water De Maria.

  • Mi pace. Complimenti per l’enorme istallazione terra e pietre,anche se l’istallazione che avevo visto alla Tate Modern di London in UK nel lontano 2003 , era eccellente difronte a questo cumulo di detriti e scarti da magazzino industriali, ma ottima l’idea a costo zero pensiero acritico by Roberto Scala