La pittura murale è la forma più alta, logica, pura e forte di pittura, è anche la più  disinteressata, perché non può essere convertita in oggetto di lucro personale né nascosta a  beneficio di alcuni privilegiati. Essa è per il popolo, è per tutti”. Così scriveva Josè Clemente Orozco, tra i massimi esponenti del Rinascimento Murale Messicano insieme a Diego RiveraDavid Alfaro Siqueiros. Una stagione florida, esplosa negli anni Venti del secolo scorso, che recuperava la tradizione preispanica degli affreschi sui muri esterni, per farne una nuova pratica, intimamente popolare, intrisa del sentimento politico diffuso: il Muralismo messicano non fu espressione di una propaganda di regime, ma assorbì e interpretò il messaggio marxista, mescolandolo con tematiche sociali e identitarie, nel solco di un realismo variopinto, antiborghese e illustrativo.
Cosa resta oggi di tutto questo? La street art, sicuramente; ma anche la classica affissione di locandine cinematografiche e manifesti pubblicitari (attività che fino agli anni Ottanta, in America, i “sign painter” eseguivano con colori e pennelli, direttamente sui muri).

E i diretti eredi dei muralisti messicani? Qualcuno c’è. A difendere i codici estetici d’un tempo, svuotati però dell’originario slancio politico. Tra questi un posto d’onore spetta a John Valadez, losangelino, classe 1951. Nelle vene di Valdez, americano da quattro generazioni, scorre sangue latino: le origini (e l’inequivocabile cognome) non mentono. Un “chicano”, cresciuto in un quartiere multietnico, negli anni delle rivolte per i diritti sociali di neri ed ispanici. Il recupero del foto-realismo in pittura, in chiave pubblica, diventa la sua missione d’artista. Fin dai banchi dell’Università.

John Valadez, 1985
John Valadez, 1985

Per John Valadez la pittura è innanzitutto narrazione. Un’occasione per raccontare e restituire storie alla gente, srotolandole lungo gli spazi del quotidiano, provocando una reazione, attivando meccanismi propri del cinema, del teatro, dello spettacolo. Sfavillanti quinte sceniche dal gusto pop, disseminate per le città, traducono frammenti di vita quotidiana: murales come specchi, schermi, pagine di un romanzo o un fumetto
Invitato di recente a Bordaux, per dipingere un gigantesco murale sulla facciata del Museo d’Aquitania, Valadez ha lavorato con due assistenti per quattro settimane di fila. A seguirlo c’era una telecamera: ne è venuto fuori un breve documentario, che è il ritratto di un  pittore molto popolare e il reportage di una prestigiosa committenza. Dal primo bozzetto in studio fino all’inaugurazione, per strada, sotto il cielo del sud della Francia.

Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.