Non chiamatelo writer. Non semplicemente uno che fa graffiti sui muri. Perché Shepard Fairey, in arte Obey, mago dei poster e degli sticker, artista, illustratore, graphic designer americano, è uno tra i maggiori creativi della scena internazionale, avvezzo alle strade quanto ai musei, le gallerie, l’editoria, i media, il web.
Nato e cresciuto nella Carolina del Sud, appena uscito dalla Rhode Island School of Design indovina la mossa giusta. Accadde tutto a Providence, magicamente. Il ragazzo inizia a tappezzare i muri della città con adesivi raffiguranti André The Giant, celebre lottatore di wrestling dalla stazza taurina. Un’operazione ludica e virale che lascia il segno. Il suo wrestler, tirato via con poche linee spesse, diventa un’immagine cult nel giro di niente.
Molti anni dopo, ormai divenuto un personaggio amatissimo, Obey fa qualcosa di simile con un altro volto famoso, destinato e entrare nell’Olimpo dei potenti del mondo: era il 2008 e la sua mano felice sfornava un manifesto in quadricromia col volto di Barak Obama, candidato alla presidenza degli Stati Uniti. L’immagine, diffusa autonomamente e illegalmente, accompagnata dalle due scritte “Hope” e “Vote”, sarebbe  divenuta il simbolo di una campagna elettorale tutta improntata al cambiamento, alla speranza, all’equità sociale, al rispetto dei diritti per le minoranze, al sogno di una new wave democratica. Obama vinse e trovò anche il modo di ringraziare pubblicamente l’audace street artist che aveva sostenuto la sua battaglia per la Casa Bianca.

Fabbricatore di icone effimere ma resistenti, capaci di colonizzare l’immaginario collettivo, Obey è egli stesso un personaggio iconico. Inconfondibile la sua cifra grafica, pop, asciutta, decisa, così come la sua tavolozza sintetica – di rossi, neri, bianchi, ocra – con cui ha reinventato intere superfici urbane, tramutate in murales dalla spettacolare forza comunicativa. Discepolo dichiarato di maestri come Andy Wharol, Roy Lichtenstein, Jasper Johns, Robert Rauschemberg, Obey è figlio di una cultura ipermediatica, postideologica, globalizzata, da cui ha ereditato l’energia dei movimenti indipendenti, la leggerezza della superficie e la strana tensione tra insofferenza politica e spinta verso il rinnovamento, tra mainstream e underground.
A lui il filmmaker Brett Novak ha dedicato uno short film, su commissione dell’Halsey Institute out of Charleston. Storia, passioni, memorie di un gigante della strada, in undici minuti e mezzo di immagini e confessioni davanti a una telecamera.

Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è giornalista, critico d'arte contemporanea e curatore. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Oggi membro dello staff di direzione di Artribune, è responsabile di Artribune Television. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanee. È stata curatore nel 2009 dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico di SACS nel 2013, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura progetti espositivi presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali, specificamente delle ultime generazioni.